Partito vuol dire partito di massa che attiva forme di partecipazione autonoma ovvero partito socialista ovvero, in Italia, partito comunista. La crisi della democrazia nel nostro paese è legata a doppio filo al suicidio delle forze politiche che del PCI erano eredi e che hanno fatto di tutto per normalizzare e poi spegnere il conflitto politico-sociale. A poco serve oggi prendersela con Grillo, che semmai impedisce uno smottamento ancora peggiore [SGA].
Salvatore Lupo:
Antipartiti. Il mito della nuova politica nella storia della Repubblica (prima, seconda e terza), Donzelli, pagg. 260 euro 19
Risvolto
«Sono convinto che l’Italia repubblicana non potrà essere più raccontata
come abbiamo fatto finora. Credo sia arrivato il momento di levarci gli
occhiali che portiamo sul naso da un ventennio. Rischiano di
trasformarsi in un ostacolo per chi vuole comprendere sino in fondo il
percorso tortuoso e affascinante della nostra storia passata, e anche
per chi volesse fare qualche passo in avanti».
L’Italia sta vivendo una fase politica di grande incertezza ed è
attraversata da una crisi di difficile ricomposizione. Molti prevedono o
auspicano l’avvento di una terza Repubblica. In realtà, è difficile
dire se ci sia mai stata davvero una seconda Repubblica, e di cosa
esattamente si sia trattato. Una nuova Repubblica avrebbe richiesto una
nuova Costituzione,ma la legge fondamentale
in vigore è a tutt’oggi, nella sostanza, quella varata nel 1948. Non per
questo possiamo dire che non sia cambiato niente. Il sistema politico è
cambiato radicalmente attraverso la discontinuità del 1989-94. Da
allora, non c’è più la Repubblica dei partiti. Non ci sono più la
Democrazia cristiana, il Partito comunista, il Partito socialista, con
le loro organizzazioni di massa, le loro appartenenze ideologiche, le
loro subculture. Con la svolta dei primi anni novanta si è avuto il
passaggio da una vecchia a una nuova politica, basata sui referendum,
sulla mobilitazione della società civile, sugli appelli all’impresa,
alla tecnocrazia o alla magistratura, su neo-partiti che si volevano
basati su criteri radicalmente diversi rispetto ai vecchi. Almeno questo
dichiaravano di voler fare, dando alla dicotomia vecchio-nuovo una
valenza manichea di grande presa sull’elettorato. Dall’analisi storica
della politica «vecchia» e di quella «nuova» – e delle retoriche del
«nuovo» che si sono perpetuate fino a oggi, fino al ventennio
berlusconiano e all’ondata di protesta antipartitica del Movimento 5
Stelle – il libro trae gli elementi di riflessione sul che fare, se si
volessero riparare i danni e i difetti da cui veniamo. Spiega come e
quanto la prima Repubblica, in particolare nel primo ventennio, abbia
saputo rappresentare la società civile; analizza le profonde
incongruenze della seconda; insiste sull’importanza, nella svolta del
1993, della polemica contro gli abusi perpetrati dai vecchi partiti,
dalla «casta» professionale che li governava; legge la discesa in campo
di Berlusconi come esito di un processo di svuotamento della stessa
forma partito. E rileva una contraddizione. I neo-partiti che furono
allora banditori del cambiamento sono stati poi preda di analoghi – se
non maggiori – difetti, e lo sono tuttora: coazione a ripetere che non a
caso sta dando luogo a una mitologia della terza Repubblica quasi
perfettamente corrispondente a quella che aveva dato luogo alla seconda.
L’autore avanza a questo punto una domanda cruciale: e se la retorica
antipartitica fosse non la soluzione, ma il problema della vita politica
italiana dell’ultimo ventennio?
Neopartito e antipartito L’deologia nascosta dietro la repubblica
Lo storico Salvatore Lupo ricostruisce in un saggio le pulsioni prepolitiche dal fascismo alla P2 a oggi
di Simonetta Fiori Repubblica 26.4.13
«L’antipartito? Non è la soluzione ma il problema. Sono convinto che
molte tendenze degenerative non siano state conseguenza di “un eccesso
di partito”, ma al contrario della presa sempre più debole dei partiti
sulla società italiana». Salvatore Lupo, studioso non nuovo ad analisi
controcorrente, ha appena dato alle stampe un libro che si intitola
Antipartiti (Donzelli), ideale prosecuzione di Partito e antipartito che
si fermava all’uccisione di Moro. Questa volta la sua riflessione
storica arriva all’oggi, seguendo le tracce di “un’ideologia” —
l’antipartito — che sin dal fascismo si estende prepotentemente nel
sottofondo della storia nazionale, fino a esplodere nel 1993 con la
retorica della nuova politica contrapposta alla vecchia — vedi Lega o
Forza Italia — ora ripresa quasi in fotocopia dal Movimento 5 Stelle. Un
fiume sotterraneo che invade luoghi inaspettati, come la destra
eversiva e la P2, le mafie e la nuova camorra organizzata, ma anche — su
un versante opposto — il movimento del Sessantotto e più di recente il
«partito dei giudici». Con conseguenze talvolta simili, nell’arco degli
ultimi vent’anni, «perché i propugnatori del cambiamento hanno
dimostrato analoghi se non maggiori difetti della tanto detestata
partitocrazia: partiti personali o neopartiti che — sventolando il
vessillo della novità e della società civile — sono stati assai meno
incisivi dei partiti tradizionali».
Nostalgia per i vecchi partiti?
«No, nessuna nostalgia. Però dobbiamo levarci gli occhiali con cui negli
ultimi vent’anni abbiamo guardato la storia repubblicana. Non solo nei
primi decenni le forze politiche furono in grado di rappresentare
davvero l’Italia reale, ma anche negli anni Settanta — a dispetto delle
tesi storiografiche prevalenti — fecero cose fondamentali come la
riforma delle pensioni, della sanità, della psichiatria, il nuovo
diritto di famiglia, e molto altro ancora. E aggiungo: non è forse un
caso che tra le rovine fumanti dell’attuale scena pubblica il massimo
leader morale, il presidente della Repubblica, sia figlio di quella
storia, una personalità cresciuta nel “partito più partito” di tutti».
Perché definisce “l’antipartito” un’ideologia, distinguendola dall’antipolitica?
«Mi sembra più azzeccato questo termine: chi tuona contro i partiti non
rinuncia a far politica. Non hanno certo rinunciato le formazioni nate
dalla crisi della prima Repubblica, anche se per ragioni di marketing
hanno preferito definirsi movimenti».
Lei rintraccia un’analogia con i 5 Stelle.
«Grillo porta all’esasperazione i toni dell’antipartito, riprendendo la
retorica dei neopartiti: i partiti tradizionali fanno schifo, noi siamo
un’altra cosa. Pretende di incarnare il nuovo e ripete slogan coniati
dai manifestanti di vent’anni fa. “Arrendetevi, siete circondati dal
popolo italiano”, è un’espressione usata dai militanti neofascisti
davanti a Montecitorio nel 1993. E poi ritorna la mistica della società
civile, una formula fin troppo abusata nell’ultimo ventennio».
A che cosa si riferisce?
«A un meccanismo che ritroviamo nei 5 Stelle ma anche in quei movimenti
che hanno arruolato la magistratura nella lotta politica: questi
movimenti non ammettono di essere una parte tra le altre, appunto
“partiti”, ma si pensano come totalità. Noi siamo la società civile — e
dunque l’insieme delle persone perbene — voi no. Ora questo procedimento
diventa inquietante quando coinvolge la magistratura, che è un potere
dello Stato, e dunque non dovrebbe per principio prendere parte».
Di solito l’origine dell’antipartito viene collocata nel movimento
dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini, tra il 1944 e il 1946. Lei
risale ancora più indietro, a Giuseppe Bottai.
«Bottai fu il primo a cogliere dentro lo stesso fascismo la dinamica tra
antipartito e iperpartito: prima la diffidenza verso il Pnf, sospettato
di riprodurre il vecchio mondo prefascista delle parti, poi la
sopravvalutazione di quel partito unico che si identifica con lo Stato,
ed è qui la nascita del regime. Questa doppia pulsione la ritroveremo in
età repubblicana, specie a destra, con la liquidazione dei partiti come
principale ostacolo nel rapporto tra popolo e sovranità».
Tra i più tipici rappresentanti dell’antipartito, negli anni Cinquanta,
lei include personalità diverse come Indro Montanelli ed Edoardo Sogno:
tutti artefici in vario modo di oscure trame anticomuniste.
«Sì, sospettavano che gli scrupoli legalitari della Dc — che si
rifiutava di mettere fuori legge i comunisti — dipendessero da
solidarietà partitocratiche. E il loro arcinemico era l’iperpartito per
eccellenza, il Pci. Non è un caso che l’antipartito fosse diffuso
soprattutto nelle correnti culturali e politiche della destra».
Può sorprendere che in questa genealogia dell’antipartito lei arruoli anche la P2, la loggia massonica di Gelli.
«Senza però sposare tesi complottiste. Non penso infatti che la P2 sia
stata la centrale dello stragismo, piuttosto un importante campo di
comunicazione tra membri dell’establishment. La loggia massonica si
proponeva come un pezzo importante della destra che non riusciva a farsi
partito. Se si va a rileggere i documenti della P2, colpisce il tono
critico al “professionismo politico corruttore”, “incapace di esprimere
gli interessi della società”».
Lei sostiene che lo stesso Grillo, pur totalmente estraneo alla loggia, sia consapevole della curiosa parentela.
«È stato lui a dichiarare: “Vedete, io ho messo su una piccola P2 sobria
e trasparente. La piduina degli aggrillati”. La sua è una provocazione,
ma mostra di saper bene che la loggia massonica fu una forma di
antipartito».
Continuando in questa storia nera, tra le forme di antipartito lei inserisce anche la mafia e le Brigate Rosse.
«Sì. Per la mafia occorre una distinzione: fino a un certo punto
rappresentò una struttura di servizio per la macchina politica, poi si
mise in proprio per una drammatica scalata al potere in concorrenza con i
partiti».
Ma sarebbe sbagliato liquidare l’antipartito come pulsione storicamente antidemocratica.
«Sbagliato sì, anche perché è esistito un antipartito di tutt’altro
segno, di radice azionista o liberaldemocratica. Ed era antipartito
anche il Sessantotto. Quel che però viene fuori è che la retorica
antipartititica è vecchia quanto è vecchio il Novecento, seppure più
robustamente fondata negli anni Novanta del secolo scorso. E il fatto
che oggi Grillo ripeta slogan del ’93 rivela il carattere fumoso e
inconcludente di queste formule. L’antipartito non ha mai portato da
nessuna parte. E più che distruggere i partiti, dovremmo oggi
preoccuparci di rifondarli daccapo ».
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