venerdì 26 aprile 2013
Luigi Cavallaro: per lo sviluppo razionale e programmato delle forze produttive, contro la retorica benecomunista
STORIA DEL PRESENTE
Una politica disfunzionale
Dieci anni fa, Luigi Pintor constatava con amarezza la fine della sinistra italiana. Oggi nessun paradigma novecentesco è più in campo. L'intemperanza dell'idea di comunità reticolare del Movimento 5Stelle è però rischiosa, quanto un confuso «benecomunista»
ARTICOLO il manifesto 2013.04.26 - 10 CULTURA Luigi Cavallaro
Il 24 aprile di dieci anni fa, Luigi Pintor scrisse il suo ultimo
editoriale su questo giornale. Constatava con lucida amarezza che la
sinistra italiana era morta e che consolarsi con elezioni parziali o con
una manifestazione rumorosa era troppo poco rispetto al vuoto che si
apriva. E, pur esprimendo fiducia nei movimenti, riconosceva che non
apparivano ancora capaci di reinventare la vita: anche perché le idee,
le parole, i comportamenti si mostravano inadeguati a confronto con la
dinamica e la prospettiva delle cose. Dieci anni dopo, la situazione è
cambiata. O almeno così pare, leggendo questo giornale che da Pintor è
stato fondato. Le idee ci sono, sono tante e compatte. Si affacciano
dagli editoriali e dai commenti di prima con insistente sicumera,
perfino irridendo quanti ancora non capirebbero i nuovi tempi della
Storia. Il vecchio mondo è finito, ci dicono: se fino a quarant'anni fa
una sintesi di fordismo e politiche keynesiane aveva governato lo
sviluppo economico e sociale, assicurando la crescita della produzione,
dei salari e dei consumi, quel paradigma è diventato improponibile. Non
basta più invocare più stato (cioè più spesa pubblica) e meno mercato,
anzi non ha più senso: il mondo si è globalizzato grazie alla libera
circolazione dei capitali, ai flussi migratori e naturalmente a
internet; la crisi ambientale sbarra la strada a politiche pubbliche che
si propongano ancora crescita e sviluppo, perché su un pianeta finito
non esiste alcuna possibilità che crescita e deficit spending siano
infiniti. Ideologie «orizzontali» Il nuovo paradigma - si chiami
decrescita, riconversione ecologica o economia dei beni comuni -
dev'essere perciò pensato senza alcuna possibilità di governo
«dall'alto» o comunque da un «centro», ma semplicemente come effetto di
interconnessioni orizzontali: degli impianti produttivi (finalmente
riterritorializzati) e delle istanze di governo (anzi, di autogoverno).
Sono queste le uniche forme ipotizzabili di controllo sociale sul
lavoro, sui beni comuni e sul credito, e di esse solo gli enti locali (a
cominciare dai comuni: nomen omen) possono essere intestatari, in virtù
della loro prossimità alle istanze partecipative delle collettività di
riferimento. Si tratta di un paradigma che - si dice - è già entrato
nelle preferenze politiche della popolazione italiana e che potrebbe
tranquillamente essere adottato dal 99% della popolazione mondiale se
solo alla sua realizzazione non si opponesse un riottoso 1% fatto di
capitalisti finanziari e partiti politici, che hanno la loro matrice
culturale nell'ideologia della crescita di derivazione novecentesca e la
loro convergenza d'interessi nel «complesso politico-militare» (che ha
sostituito il più noto, ma novecentesco anch'esso, «complesso
militare-industriale»). Ma la rivoluzione è qui, a portata di mano: a
darle voce e gambe saranno piccole aziende, professionisti e artigiani
radicati nei territori in cui operano, giovani precari e in genere tutte
le intelligenze libere e oneste che sono oggi raccolte nei movimenti
formali e informali. Ai quali basterà l'ausilio di un reddito di
cittadinanza e la definitiva disclosure dei nuovi commons rispetto alle
rapaci pretese di quell'1% di cattivi che vuole condannare l'umanità
intera e la stessa Madre Terra al collasso. È un'affabulazione seducente
e persuasiva, che per giunta in più d'un tratto ricorda proprio
quell'«internazionale» evocata nell'ultimo editoriale di Pintor:
individui che si riconoscono ed entrano spontaneamente in consonanza,
quasi una generalizzazione «senza confini» di quel microcosmo nel quale i
comunisti si chiamavano e si riconoscevano compagni.
Ma se una cosa Berlusconi ci ha insegnato è che la capacità seduttiva di
un'argomentazione è indifferente al suo valore di verità, perché suo
obiettivo primario è conquistare il desiderio di chi ascolta. E
l'affabulazione corrente sulle pagine dell'ultimo «quotidiano comunista»
non fa differenza. Non è vero, anzitutto, che non è più possibile
ritornare al paradigma novecentesco, che in realtà era fondato sulla
compresenza forme capitalistiche e socialiste di produzione e
riproduzione sociale, con le seconde in posizione di relativa dominanza.
Indipendentemente dal fatto che quel paradigma tuttora governa lo
sviluppo dei paesi che sono rimasti fuori (et pour cause) dalla «Grande
Contrazione» iniziata nel 2008, la crisi che esso attraversa nella
maggior parte dei paesi occidentali si deve essenzialmente all'assenza
di meccanismi monetari sovranazionali analoghi a quelli a suo tempo
istituiti a Bretton Woods. Il che smentisce di per sé la credenza che
quel paradigma presupponesse uno «stato-nazione» pressoché autarchico,
onde non sarebbe compatibile con la sopravvenuta globalizzazione (che in
realtà è al momento più parziale e selettiva di quella d'inizio
Novecento, concernendo essenzialmente i flussi di capitale monetario):
semmai, è l'esatto contrario. Ancor meno è vero che quel paradigma, che
trovava nella crescita del prodotto interno lordo la misura principe
(benché non unica) della propria efficienza, non sarebbe compatibile con
la finitezza del pianeta Terra: in punto di teoria, perché il prodotto
interno lordo non può essere in alcun modo considerato una misura della
pressione ecologica sull'ambiente, salvo ritenere che i prezzi delle
merci siano una funzione delle reciproche scarsità relative
(un'affermazione di cui Garegnani e Sraffa dimostrarono l'infondatezza
oltre cinquant'anni fa). Ma soprattutto, e in punto di fatto, per un
banale problema di «scala», come osservò una volta - ma definitivamente -
Stephen Jay Gould: noi siamo impotenti alla scala geologica del nostro
pianeta. Il quale, essendosi ripreso perfino dall'impatto dell'asteroide
che sembra abbia innescato l'estinzione di massa del Cretacico,
potrebbe tranquillamente andare avanti anche se improvvisamente
esplodessero tutti gli arsenali nucleari, figuriamoci per un po' di
surriscaldamento. Il vero problema è tutto di noi umani: perché con una
guerra nucleare moriremmo a miliardi e con qualche grado di temperatura
in più rischiamo di trovarci con le nostre città e le nostre campagne
sommerse. Ma la sua soluzione richiederebbe di tornare a sottrarre
lavoro, terra e moneta dalle pastoie della riproduzione capitalistica:
che è precisamente ciò che Polanyi constatava realizzarsi nel corso
della «grande trasformazione» degli anni '30 e Keynes (che solo chi ne
ha orecchiato dai manuali d'economia neoclassica può pensare che si
occupasse soltanto di breve periodo o di funzione anticiclica della
spesa pubblica) suggeriva di realizzare attraverso la «socializzazione
di una certa ampiezza dell'investimento». Squilibri da transizione
Finalmente, non è vero che non è più possibile concepire una
pianificazione centralizzata dei processi produttivi: specie per quelli
necessari a realizzare l'auspicabile transizione verso produzioni meno
inquinanti è vero l'opposto, perché non si può pensare che la soluzione
di problemi complessi e carichi di «effetti di traboccamento» come
l'efficientamento energetico o la gestione dei rifiuti sia lasciata al
caso di decisioni adottate su base locale. Decentramento e autonomia
debbono semmai essere concepiti come rapporti organizzativi volti a
implementare l'efficienza della pianificazione centrale, così come
l'amministrazione per accordi rispetto all'amministrazione autoritativa,
ma non c'è modo di sottrarre la riproduzione sociale alle convulsioni e
agli sconquassi provocati dalle fluttuazioni dell'accumulazione
capitalistica se non ponendola sotto un «piano comune» (l'espressione,
per chi non lo sapesse, è proprio di Marx). La riprova è data dal
concreto funzionamento dell'euro negli ultimi dieci anni: gli squilibri
commerciali che esso ha creato fra paesi centrali e paesi periferici,
l'impoverimento subito da questi ultimi e la rovinosa depressione in cui
siamo precipitati illustra infatti al meglio cosa significhi affidare
la riproduzione a istituzioni prive di un «centro» politico, com'è
attualmente l'Unione europea. Beninteso, il fatto che nessuno dei non
possumus sciorinati contro il paradigma dei «trenta gloriosi» resista al
vaglio della critica non implica di per sé che si tratti di un
paradigma desiderabile. Certamente non lo desiderano le classi
proprietarie, che contro di esso si volsero ferocemente a partire dalla
metà degli anni '70, allorché il suo concreto funzionamento pose
all'ordine del giorno la questione dell'eutanasia dei rentiers. Ma senza
dubbio non lo desiderano i reduci (per ragioni anagrafiche e/o
ideologiche) delle frange più contestatarie e anarcoidi dei movimenti
giovanili che tennero banco nel decennio dal '68 al '77, che con le
classi proprietarie marciarono divise per colpire unite quello strano
ircocervo fatto di partiti di massa che guidavano i meccanismi di una
riproduzione sociale in parte capitalistica e in parte demercificata. Lo
stesso Pintor, due anni prima di quell'ultimo editoriale, ebbe a trarre
grave impressione dalla radicalità con cui certi esponenti ormai
cresciuti di quei movimenti demolivano tutto il comunismo novecentesco,
colpendone al cuore le espressioni politiche, i motivi ispiratori, il
formulario concettuale e i moduli organizzativi, per esaltare in loro
vece l'idea di una comunità reticolare e irriducibilmente impolitica di
volontari. Non c'è dunque da stupirsi se, al netto di qualche
«intemperanza», il Movimento 5 Stelle è stato indicato anche su queste
colonne come l'interprete più coerente del «nuovo paradigma» che
dovrebbe finalmente condurci oltre il Novecento: nessuno come i grillini
ha fatto professione antipartito e nessuno come loro è convinto delle
virtù salvifiche della Rete, «strumento tecnico» supposto in grado di
fungere da levatore dei nuovi rapporti sociali. La meglio gioventù Si
potrebbe semmai ricordare - visto che abbiamo appena celebrato il 25
aprile - che ci fu un tempo ormai lontanissimo in cui i giovani di
questo Paese incontrarono i comunisti, sbucati improvvisamente dal nulla
(cioè dalle carceri, dall'esilio, dalla clandestinità) con le stesse
bandiere rosse che erano sventolate a Stalingrado dopo che 147.200
invitti soldati ariani erano rimasti a giacere sotto la neve. E che
proprio Pintor giudicava una colpa imperdonabile l'aver reciso dalla
memoria pubblica quel momento in cui la «meglio gioventù» italiana si
era incontrata con il comunismo e l'antifascismo in generale, quello
operaio e popolare innanzitutto: nel bene e nel male, come sempre
accade, ma soprattutto nel bene, come dimostra fra l'altro quel
monumento che si chiama Costituzione repubblicana. Quella cesura «è la
causa dello smarrimento, dell'anonimato della sinistra di oggi, ciò che
le impedisce di prospettare o anche solo di desiderare una società
giusta», scrisse nell'ottantesimo dalla fondazione del Pci: perché -
avrebbe aggiunto un mese dopo - la «solidarietà» prospettata dalle
comunità reticolari di volontari «è un concetto cristiano-sociale più
che un'eco del comunismo utopico: un buon paracadute per non farsi
troppo male atterrando, ma che non vale per risalire». Come che sia, in
questo confuso anarchismo «benecomunista» sembra oggi invece credere il
manifesto: o meglio, quel che ne resta dopo i furiosi litigi e abbandoni
dei mesi scorsi. Di solito, quando in famiglia i genitori litigano e
dissipano il patrimonio, i figli riscoprono l'importanza dei nonni. Ma,
anagraficamente parlando, Pintor potrebbe venirmi padre e Giuseppe
Stalin (di cui peraltro egli scrisse un commosso «Ei fu») bisnonno. È
proprio vero che chi è nato a ridosso del '68 è politicamente orfano.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento