Quando diede alle stampe il Trattato teologico-politico, Baruch Spinoza
era consapevole dei guai a cui sarebbe andato incontro e non trascurò
nessuna precauzione: scrisse il saggio in latino, lo destinò a una
circolazione limitata e, soprattutto, lo pubblicò anonimo. Ma erano
trascorse poche settimane da quell'inizio del 1670 in cui il Trattato
era stato messo in circolazione da un piccolo editore olandese, che
contro quel libro si scatenarono tempeste. A dispetto delle sue cautele,
Spinoza fu presto identificato come autore del libro: in una lettera
del giugno 1670, Friedrich Ludwig Mieg, professore dell'Università di
Heidelberg, metteva in guardia un suo collega dicendogli di esser certo
che il Trattato era opera di «Spinoza, un tempo ebreo», già «conosciuto
per essersi occupato dell'opera di Descartes». Nell'agosto di quello
stesso anno, Johan Melchior, pastore di un piccolo villaggio nei pressi
di Bonn, scrisse una pesante «confutazione» del libro, in cui dava conto
di voci che lo attribuivano a Spinoza. Sempre in quell'estate, un altro
professore, stavolta di Groningen, Samuel Desmartes, rivelò che quel
testo «atroce» andava ricondotto a «Spinoza, un tempo ebreo, empio e
ateo dichiarato».
Prima di loro, in ogni caso, si era già messo in moto il concistoro di
Utrecht, che il 6 aprile del 1670, pur senza fare riferimento diretto a
Spinoza, aveva definito quel volume «profano e blasfemo» e aveva chiesto
che fossero prese «appropriate misure preventive» contro la diffusione
dell'opera. Un mese dopo fu la volta del concistoro riformato di Leida,
che si pronunciò in termini ancora più severi. In maggio intervennero
anche gli organi ecclesiali di Haarlem e in giugno quelli di Amsterdam.
Sempre in maggio il teologo tedesco Iacob Thomasius lo definì un «testo
senza Dio» e il suo collega olandese Regnier Mansveld, docente
all'Università di Utrecht, scrisse che sarebbe stato giusto seppellire
il Trattato nell'«oblio eterno». In luglio si passò al sinodo
distrettuale dell'Aja, che si rivolse al sinodo dell'Olanda meridionale
perché decretasse essere il Trattato un libro «osceno e blasfemo, quale,
a nostra conoscenza, il mondo non ha mai conosciuto». In agosto si
conformò a tale giudizio il sinodo dell'Olanda settentrionale, che
annunciò di essere «profondamente disgustato» da quel tomo nuovamente
definito «osceno». Ma non è tutto.
Nella primavera del 1673 fu pubblicato La Religion des Hollandois di
Jean-Baptiste Stouppe, uno svizzero di fede riformata che partecipava
all'occupazione francese dei Paesi Bassi (ne parleremo più avanti). Il
libro di Stouppe era molto aggressivo contro gli olandesi, messi sotto
accusa per la loro «fiacca devozione religiosa» e per la loro
«irragionevole tolleranza verso le differenze confessionali». Stouppe si
diceva scandalizzato per la mancanza di iniziativa nel contrastare
Spinoza, «un uomo nato ebreo che non ha né ripudiato la religione
ebraica, né abbracciato la religione cristiana, ed è pertanto un pessimo
ebreo e di certo non è un cristiano migliore». «Questo Spinoza»,
scriveva Stouppe, «ha prodotto alcuni anni fa un libro in latino, il cui
titolo è Tractatus Theologico-Politicus, nel quale sembra porsi come
obiettivo principale di distruggere tutte le religioni, in particolare
quella ebraica e quella cristiana, e di introdurre l'ateismo, il
libertinismo e la libertà di tutte le religioni». A quel punto toccava
alle autorità politiche procedere contro Spinoza. Queste però — come ha
ben ricostruito in uno studio accurato Jonathan Israel — procedettero a
rilento, quanto meno fino all'uccisione del grande statista Johan de
Witt (e anche su questo torneremo). Sicché il Trattato fu ufficialmente
messo al bando nella Repubblica delle Sette Province Unite solo
nell'estate del 1674.
L'intera vicenda è adesso raccontata dal più grande biografo del
filosofo di Amsterdam, Steven Nadler (docente all'Università del
Wisconsin), in Un libro forgiato all'inferno. Lo scandaloso «Trattato»
di Spinoza e la nascita della secolarizzazione, che esce oggi da Einaudi
nell'eccellente traduzione di Luigi Giacone. La violenta reazione
sollevata dal Trattato teologico-politico, scrive Nadler, fu senza
dubbio «uno degli eventi più significativi della storia intellettuale
europea, specie considerando che si verificò agli albori
dell'Illuminismo». Dai contemporanei di Spinoza, il Trattato fu
considerato «il libro più pericoloso che fosse mai stato pubblicato». Ai
loro occhi, «quell'opera minacciava di minare dalle fondamenta la fede
religiosa, l'armonia sociale, politica e perfino la morale di ogni
giorno». Era loro convinzione che il suo autore — la cui identità, come
abbiamo visto, non rimase segreta a lungo — fosse «un sovversivo,
impegnato a diffondere l'ateismo e il libero pensiero in tutta la
Cristianità».
Che cosa contenesse di così minaccioso quel libro è stato ben messo in
luce (comprese le innumerevoli sfumature) da Leo Strauss in La critica
della religione in Spinoza (Laterza). Spinoza, riepiloga Nadler, fu il
primo a sostenere che la Bibbia non rappresentava alla lettera il Verbo
di Dio, ma era piuttosto un «frutto letterario dell'ingegno umano»; che
la «vera religione» nulla aveva a che vedere con la teologia, le
cerimonie liturgiche o i dogmi settari, ma era costituita unicamente da
una semplice regola morale, quella che si riassume in «ama il prossimo
tuo»; che alle gerarchie ecclesiastiche «non spettava alcun ruolo nella
gestione di uno Stato moderno». Spinoza sosteneva altresì che la «divina
provvidenza» non era altro che «l'insieme delle leggi di natura»; che i
miracoli (intesi come infrazioni all'ordine naturale delle cose) erano
«impossibili» e che la fede in essi era solamente l'espressione «della
nostra ignoranza sulle vere cause dei fenomeni»; che i profeti del
Vecchio Testamento erano «semplici individui, come tanti altri», i
quali, seppure dotati di qualità etiche superiori, possedevano
«un'immaginazione particolarmente fervida».
Assai irridenti i passaggi del Trattato dedicati ai profeti nell'Antico
Testamento: «Se il profeta era allegro, gli si rivelavano le vittorie,
la pace, e in genere le cose che generano letizia, poiché simili cose
tali temperamenti sogliono più spesso immaginare; mentre, se era triste,
gli si rivelavano guerre, castighi e ogni sorta di mali; così a seconda
che il profeta fosse di indole misericordiosa, mite, iraconda, severa
eccetera, era più adatto a questo o a quel genere di rivelazioni». In
materia di miracoli, poi, (laddove Maimonide, in quanto rabbino e capo
religioso, era stato, qualche tempo prima, maggiormente cauto) la
posizione di Spinoza fu più radicale addirittura di quella che sarebbe
stata assunta mezzo secolo dopo dallo scozzese David Hume, per il quale
quei prodigi divini erano «talmente poco verosimili da rasentare
l'incredibile». Per Spinoza, invece, «il miracolo, sia esso inteso come
fatto contrario o come un fatto superiore alla natura, è soltanto
un'assurdità». Un'assurdità. Più netto di quel «rasentare
l'incredibile». La vera remunerazione della virtù, diceva infine il
filosofo di Amsterdam, «non sta in qualche ricompensa ultraterrena per
un'anima immortale, dal momento che non esiste nessuna immortalità della
persona; è soltanto un'invenzione usata da un clero manipolatore per
costringerci in un eterno stato di paura e di speranza e in tal modo
controllarci». La «beatitudine» e la «salvezza» consistono piuttosto nel
«benessere e nella pace della mente che la conoscenza riesce a offrirci
in questa vita».
I capitoli del Trattato dedicati alla politica, scrive Nadler,
«rappresentano il più accorato appello alla tolleranza (soprattutto alla
"libertà di filosofare", senza che qualcuno fosse costretto a subire
interferenze da parte delle autorità) che sia mai stato scritto». Anche
se il filosofo era assai diffidente nei confronti della gente comune:
«So», scriveva in un passaggio che attirò l'attenzione di Leo Strauss,
«che è impossibile sottrarre le masse alla superstizione e alla paura e
so che per il volgo è perseveranza l'ostinazione, e che non è guidato
dalla ragione, ma dalla passione è trascinato ora alla lode ora al
vituperio... Il volgo, dunque, e tutti coloro che ne condividono le
passioni non sono da me invitati alla lettura di questo libro;
preferirei anzi che lo trascurassero del tutto, piuttosto che
interpretarlo, come fanno sempre, tendenziosamente, allo scopo di creare
difficoltà». È vero che, prima del Trattato, Spinoza aveva scritto
l'Etica, un libro altrettanto importante. Ma, a differenza del tono
freddo e distaccato dell'Etica, il Trattato, scrive Nadler, «è un'opera
appassionata, perfino rabbiosa, non si può fare a meno di notare un
fervore e una sorta di urgenza che percorrono in modo impercettibile (e a
volte nemmeno così impercettibile) tutti i capitoli del libro».
Inoltre, prosegue Nadler, il Trattato appare, ben più dell'Etica,
«un'opera polemica che esamina i fondamenti storici, psicologici,
testuali e politici della religione tradizionale o popolare». E in
quanto tale, assai più dell'Etica, si prestava a essere «interpretato»
da un maggior numero di lettori. Cosa che preoccupava e infastidiva
l'autore.
Quando diede alle stampe il Trattato, Spinoza aveva 38 anni. Era nato
nel 1632 da un'agiata famiglia di mercanti della comunità
ebraico-portoghese di Amsterdam. Una comunità di sefarditi, fondata dai
cosiddetti «nuovi cristiani», o conversos — ebrei che in Spagna e
Portogallo, tra la fine del Quattrocento e l'inizio del secolo
successivo, erano stati costretti a convertirsi al cattolicesimo. Questi
conversos, messi in difficoltà dall'Inquisizione spagnola che non
credeva al loro cambio di religione, all'inizio del Seicento avevano
abbandonato la penisola iberica e si erano trasferiti ad Amsterdam (o in
qualche altro centro dell'Olanda settentrionale). Città che avevano
offerto a questi profughi l'opportunità di «ritornare alla fede degli
avi e di riprendere la loro vita secondo le consuetudini ebraiche».
L'ebreo Spinoza — il quale, contrariamente a quel che è stato più volte
scritto, non cercò mai di diventare un'autorità religiosa — ebbe come
insegnanti tre rabbini: Menasseh ben Israel, che all'epoca era
probabilmente l'ebreo più famoso di tutta Europa, Isaac Aboab da Fonseca
e il «sapientissimo» Saul Levi Mortera della comunità di Amsterdam,
sotto la cui guida ebbe accesso alle opere di Maimonide, autore nel XII
secolo dell'opera più importante di tutta la filosofia ebraica, La guida
dei perplessi. Per Maimonide — altro pensatore che, come Spinoza,
avrebbe attirato l'attenzione di Leo Strauss — il contenuto della
profezia sarebbe, almeno in parte, filosofico, sicché sia il filosofo
sia il profeta sono «veicoli di verità»; e poiché «una verità deve
essere di necessità coerente con le altre verità», filosofia e profezia,
se correttamente intese, «devono sempre concordare». Cosicché «la
verità filosofica e la verità rivelata non entreranno mai in conflitto».
Spinoza si sofferma su Maimonide, che userà nel Trattato a proprio
vantaggio per polemizzare contro la tradizione («I profeti della Bibbia
ebraica», sostiene Spinoza, «erano in effetti, come dice Maimonide,
personaggi dotati di grande forza d'immaginazione ma non filosofi, né
uomini particolarmente dotti»). Successivamente, per dedicarsi al latino
e ai classici, Spinoza sarà allievo anche di Franciscus Van den Enden,
un ex gesuita di idee politiche radicali destinato a finire sul patibolo
per aver preso parte a un complotto repubblicano contro il re di
Francia Luigi XIV. E Van den Enden lo avrebbe introdotto ai Princìpi
della filosofia di René Descartes, a cui il giovane dedicò in seguito
una delle prime sue importanti opere. Un intreccio, quello della sua
formazione, che dà conto della complessità del personaggio. E che ci
aiuta a capire i guai a cui, da uomo libero, andrà incontro.
A 23 anni, il 27 luglio del 1656, Spinoza subì il primo grande trauma.
Quel giorno gli ebrei di Amsterdam gli inflissero un herem, cioè un
provvedimento di messa al bando: «(lo) espelliamo, malediciamo e
danniamo... Che egli sia maledetto di giorno e maledetto di notte,
maledetto quando si sdraia e maledetto quando si alza, maledetto quando
esce e maledetto quando rientra... La collera del Signore e la sua
gelosia si abbatteranno su quest'uomo, e tutte le maledizioni penderanno
su di lui, e il Signore cancellerà il suo nome da sotto il cielo»,
sentenziò contro di lui la comunità a cui, fin lì, apparteneva. Fu il
cosiddetto «herem del mistero», dal momento che gli fu inflitto per non
meglio identificate «abominevoli eresie da lui compiute e insegnate»,
nonché per «atti mostruosi» (anch'essi non definiti). La virulenza era
del tutto inconsueta, quasi assurda, nelle righe che chiudevano il
documento di messa al bando: «Nessuno comunichi con lui, neppure per
iscritto, né gli accordi alcun favore, né stia con lui sotto lo stesso
tetto, né si avvicini a lui più di quattro cubiti, né legga alcun
trattato composto o scritto da lui». Terribile. Tanto più che, fino a
quel momento, il filosofo non aveva dato alle stampe neanche un libro.
Per di più il bando, a differenza di numerosi altri provvedimenti dello
stesso genere e della stessa epoca, non fu mai revocato.
Secondo Jean-Maximilien Lucas, il primo biografo di Spinoza che scrisse
poco dopo la sua morte, all'origine dell'herem era la testimonianza di
due giovani, i quali avrebbero udito Spinoza mentre diceva che, «non
essendoci nella Bibbia nessun riferimento al non materiale o
all'incorporeo, non c'è motivo di credere che Dio non abbia un corpo»;
che «per quanto riguarda gli spiriti, le Scritture non dicono che essi
sono sostanze reali e permanenti, bensì semplici fantasmi, chiamati
angeli poiché Dio li adopera per annunciare il suo volere; sono fatti in
modo tale da restare invisibili, come gli angeli e ogni altra sorta di
spiriti, dal momento che la loro materia è assai fine e diafana, tanto
che li si può vedere solo come si vedono i fantasmi, negli specchi, in
sogno, oppure di notte»; e che «ogni qual volta le Scritture ne parlano,
la parola "anima" è usata solo per significare vita, o qualche essere
vivente... Si cercherebbe invano un solo passo che parli di immortalità,
mentre l'ipotesi contraria è confermata da centinaia di brani, ed è
piuttosto facile da dimostrare». Inoltre, sempre secondo i due delatori,
Spinoza avrebbe definito gli ebrei «gente superstiziosa, nata e
cresciuta nell'ignoranza, che non conosce Dio e tuttavia ha
l'impertinenza di considerarsi il Suo popolo, mettendosi al di sopra di
tutte le altre nazioni».
A quanto riferisce Lucas, Spinoza accolse l'espulsione dalla comunità
ebraica senza battere ciglio: «Meglio così», avrebbe detto, «non mi
costringono a fare nulla che non avrei fatto di mia spontanea volontà se
non avessi temuto lo scandalo... Ma dal momento che è questo che
vogliono, imbocco volentieri la strada che mi si apre davanti». Strada
che lo porterà ad avere nuovi scontri, stavolta con la Chiesa cattolica e
con quella riformata.
Spinoza, dunque, non si perse d'animo e, come s'è detto, si dedicò alla
filosofia di Descartes. Nel 1663 diede alle stampe l'unico volume che
avrebbe pubblicato con il suo nome in copertina: Renati Des Cartes
principia philosophiae more geometrico demonstrata, che gli conferì (a
ragione) la fama di divulgatore del pensiero cartesiano e (a torto) la
reputazione di suo seguace. Forte fu invece la sua sintonia con Thomas
Hobbes e con il suo Leviatano, pubblicato in inglese nel 1651, tradotto
in olandese nel 1667 e in latino nel 1668. Hobbes e Spinoza avrebbero
avuto, sì, idee diverse sull'organizzazione della società: mentre Hobbes
riteneva che la sovranità dovesse essere affidata a un singolo
individuo e che la monarchia costituisse la forma di governo più stabile
ed efficace, Spinoza riteneva che all'efficienza dello Stato fosse più
funzionale la democrazia. Laddove compito della democrazia, per Spinoza,
era quello di «evitare gli assurdi dell'istinto» e di «contenere gli
uomini per quanto è possibile entro i limiti della ragione, affinché
vivano nella concordia e nella pace». Ma, per tornare ai nostri
discorsi, l'approccio di Hobbes e di Spinoza all'Antico Testamento fu
simile.
Già Hobbes aveva analizzato la natura delle profezie e la veridicità dei
miracoli, sollevando dubbi sulle Sacre Scritture. «Considerate dalla
prospettiva di un sacerdote del Seicento e dei fedeli della sua
congregazione», scrive Nadler, «le opinioni di Hobbes su molti problemi
non potevano che apparire assai lontane dall'ortodossia e perfino
blasfeme; nella sua visione materialista della natura e dell'uomo,
Hobbes si spingeva fino a negare che potesse esistere una qualsiasi
"sostanza immateriale", escludendo così la possibilità di un'anima
incorporea, ma anche di un Dio incorporeo». Tutto ciò con un tono (da
parte del filosofo inglese) «spesso beffardo, che lasciava intendere di
non nutrire troppo rispetto per le religioni settarie, prima di ogni
altra il cattolicesimo». E fu per questo che molti dei detrattori di
Spinoza lo accomunarono all'autore del Leviatano. Eppure Hobbes, quando
ebbe in mano il Trattato, disse di esserne rimasto «profondamente
turbato» e che lui «non si sarebbe mai permesso di scrivere simili
insolenze». Insolenze? La verità è che sia i seguaci di Descartes (morto
a Stoccolma vent'anni prima della pubblicazione del Trattato), sia
Hobbes ebbero paura di rimanere vittime degli stessi anatemi che,
avvertivano, sarebbero stati scagliati contro Spinoza. Il quale si
risentì per queste prese di distanza. Soprattutto nei confronti di
alcuni allievi di Descartes, come Regnier Van Mansvelt e Lambert Van
Velthuysen che lo avevano apertamente criticato: in una lettera a Henry
Oldenburg nel 1675, si disse indignato del fatto che «certi sciocchi
cartesiani, i quali hanno fama di condividere le mie idee, per
allontanare da sé questo sospetto non abbiano cessato e non cessino
tuttora di screditare ovunque le mie opinioni».
Amsterdam non fu tenera con Spinoza. Singolare, perciò, appare a Nadler
l'elogio che il filosofo fa della sua città. Una città, scrive, dove
«convivono in perfetta concordia uomini di tutte le nazionalità e di
tutte le religioni; e, per affidare i propri beni a qualcuno, i
cittadini di questo Stato si preoccupano soltanto di sapere se costui
sia ricco o povero, o se sia solito agire in buona o in mala fede... La
religione o la setta cui egli appartiene non li interessa affatto,
perché ciò non contribuisce per nulla a far loro vincere o perdere la
causa dinnanzi al giudice... E non vi è alcuna setta così odiata, i cui
seguaci (quando non rechino danno ad alcuno, rendano a ciascuno il suo e
vivano onestamente) non siano protetti e tutelati dall'autorità dei
pubblici magistrati». Parole sorprendenti, dal momento che, quando
furono scritte, uno dei più cari amici di Spinoza, Adriaan Koerbagh, era
da poco morto in prigione, «condannato per le sue idee filosofiche e
religiose proprio dalla città di Amsterdam, con un brutale atto di
intolleranza istigato dal Concistoro calvinista».
Il fatto era accaduto tra il 1668 e il 1669 (pochi mesi, anzi, poche
settimane prima che Spinoza vergasse l'«elogio di Amsterdam»). Koerbagh
aveva dato alle stampe, proprio ad Amsterdam, un libro dal titolo Un
giardino di fiori con ogni sorta di bellezze, in cui negava la paternità
divina della Bibbia, attaccava l'elemento irrazionale presente nella
maggior parte dei culti, con i loro dogmi, riti e «cerimonie
superstiziose», e prendeva in giro tutte le religioni
istituzionalizzate, compresa quella della Chiesa riformata. Per
sovraccarico Koerbagh scriveva in olandese, rendendo la sua opera
accessibile al grande pubblico, e firmava il libro con il suo nome.
Risultato: nel 1668 fu imprigionato, si ammalò gravemente e il 5 ottobre
del 1669 morì. Per Spinoza fu un colpo durissimo. Ma ciò non gli impedì
di trattare in modo assai benevolo la città in cui tutto questo era
accaduto.
Nadler sospetta che l'«elogio di Amsterdam» contenga, opportunamente
dissimulata, «una buona dose di amara ironia». Più probabilmente si
trattò di parole dettate dal calcolo, calcolo politico. Il filosofo,
come Nadler ha ricostruito in un altro grande libro, Baruch Spinoza e
l'Olanda del Seicento (Einaudi), era un estimatore del più grande
statista dell'epoca, Johan de Witt. Non è provato che i due abbiano
avuto rapporti diretti (anche se il coevo Lucas sostiene di sì e lo
stesso affermarono a fine Ottocento Jacob Freudenthal e, all'inizio del
Novecento, Carl Gebhardt), ma tutti e due ebbero, scrive Nadler, «il
privilegio di essere maltrattati e spergiurati dalle autorità religiose
olandesi ed entrambi furono vilipesi e disprezzati dagli stessi nemici».
I democratici radicali come Spinoza e Koerbagh, radicalmente laici e
difensori di una concezione più ampia della libertà, racconta Nadler,
erano fermi oppositori degli «orangisti» e, a dispetto di non poche
diversità di vedute, alleati naturali di de Witt. Un nemico dell'uomo
politico giunse addirittura a dire che si avvertiva la presenza di de
Witt nella stesura del Trattato teologico-politico. E questo nella
battaglia tra orangisti (sostenitori della causa di Guglielmo I),
«voetiani» (seguaci di Gisbertus Voetius, grande oppositore di Cartesio,
nemici di de Witt), «cocceiani» (discepoli del teologo di Leida
Johannes Cocceius, amici di de Witt) e perfino «sociniani» (ultimi
adepti di una setta fiorita in Polonia alla fine del Cinquecento sotto
la guida del teologo Fausto Sozzini, che continuò a battersi contro il
dogma della trinità anche nella prima metà del Seicento) fu un elemento
di destabilizzazione.
Uno dei nemici di de Witt arrivò a denunciare che, tra i libri presenti
nella biblioteca dell'uomo politico, figurava anche quel Trattato,
«forgiato all'inferno (di qui il titolo del libro di Steven Nadler)
dall'ebreo apostata a quattro mani con il diavolo, e pubblicato con la
consapevolezza e la connivenza di M. Jan (de Witt, ndr)». Al punto che
anche de Witt — come Hobbes e gli allievi di Descartes — si sentì in
dovere di prendere le distanze dal Trattato. Sostiene Abraham Gronovius,
ricercatore all'Università di Leida, che quando a Spinoza fu riferito
che de Witt aveva gradito assai poco il Trattato, «egli inviò qualcuno
da Sua Eccellenza per dirgli che voleva parlare con lui, ma gli fu
risposto che Sua Eccellenza non voleva vederlo varcare la soglia di
casa». Nonostante ciò, il grande protagonista politico del «secolo d'oro
olandese» non riuscì a salvarsi dagli odi che aveva accumulato per via
del supposto rapporto con quel filosofo in odore di zolfo.
Luigi XIV, re di Francia, fece il resto. Nell'aprile del 1672 dichiarò
guerra alle Province Unite e il 23 giugno i francesi entravano a
Utrecht. De Witt fu la principale vittima di quel disastro militare. Fu
accusato da pamphlet anonimi di «essere del tutto incompetente», di
essersi messo in tasca parte dei fondi pubblici, di volere «vendere la
Repubblica ai nemici, per continuare a governare su loro mandato». Il
tutto accompagnato dalle consuete insinuazioni sui suoi rapporti con il
«malvagio» autore del Trattato. La notte del 21 giugno 1672 de Witt fu
ferito in modo abbastanza grave da un gruppetto di giovani di buona
famiglia. Il 23 luglio suo fratello, Cornelis, fu arrestato con l'accusa
di cospirazione. E quando Cornelis, a fine agosto, uscì di prigione,
una folla si impadronì dei fratelli de Witt, li uccise, denudò i
cadaveri, li appese a testa in giù e poi squartò i loro corpi. Spinoza
ne fu sconvolto. Nel corso di un soggiorno all'Aja, quattro anni dopo,
Gottfried Wilhelm Leibniz così annotò sul diario una visita al filosofo
olandese: «Dopo cena, ho chiacchierato a lungo con Spinoza; mi ha
raccontato che il giorno dell'orrenda uccisione dei de Witt voleva
uscire di notte per andare a riporre una lapide sul luogo del massacro,
con sopra scritto ultimi barbarorum (più o meno «i peggiori dei
barbari», ndr); ma il suo padrone di casa era poi riuscito a
impedirglielo, chiudendo la porta a chiave, per timore che anch'egli
fosse fatto a pezzi».
Quelli erano i tempi. Del resto, osserva Nadler, «se la Repubblica delle
Sette Province fosse stata davvero libera come Spinoza sembra voler far
credere, non ci sarebbe stato alcun bisogno di scrivere il Trattato».
Trascorsero pochi mesi da quell'incontro con Leibniz, e Spinoza, uno dei
più grandi filosofi della storia, morì. Aveva 44 anni. Le idee
contenute nel Trattato, scrive Nadler, ispirarono rivoluzionari di fede
repubblicana in Inghilterra, America e Francia. E, agli inizi dell'Età
moderna, incoraggiarono la comparsa di movimenti contrari a una
concezione settaria della religione che avrebbero cambiato la storia
dell'umanità. Talché tutti dobbiamo in qualche modo considerarci eredi
di quello scandaloso Trattato teologico-politico.
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