mercoledì 9 ottobre 2013
Maalox plus plus. Avanza inarrestabile la santificazione di Pietro Ingrao
Risvolto
C’era un tempo nel quale a sinistra il lavoro veniva sempre prima di
tutto senza che ciò suscitasse clamore o divisione. Anzi, il lavoro è
sempre stato un valore specifico e unitario di tutta la sinistra, una
sua ragion d’essere. In Italia, a partire dal dopoguerra, il lavoro e i
lavoratori hanno visto crescere il loro peso grazie all’aumento dei
salari, dei diritti, del welfare, della democrazia sostanziale. Con
l’affermarsi del neoliberismo, però, dalla fine degli anni Settanta, il
lavoro, con tutte le sue implicazioni, viene pesantemente sconfitto.
Questo volume raccoglie le riflessioni di Pietro Ingrao sul tema del
lavoro proprio in quest’epoca. A partire dal famoso discorso pronunciato
da Presidente della Camera alle Acciaierie di Terni, per i trent’anni
della Costituzione, fino alle trasformazioni che hanno caratterizzato il
lavoro a fine secolo, passando per lo sciopero della FIAT nel 1980 e
gli anni del riflusso, l’insieme di scritti e discorsi di Pietro Ingrao
qui presentati, a distanza di anni, mostra ancora tutta la sua valenza
analitica e anche profetica.
Ingrao profeta contro la “Casta”
La prefazione a una raccolta di scritti dell’uomo politico
di Stefano Rodotà Repubblica 9.10.13
Entrare
in quel gran cantiere mai chiuso che è la vita di Pietro Ingrao, è atto
temerario, ma pure necessario, se si vuol cogliere il senso di molte
cose italiane, Ricorro alla parola “vita”, e non “scritti” o “opera”,
perché davvero vi è un tutt’uno di azione politica e di riflessione
teorica, di curiosità intellettuale e di introspezione poetica. Per
esperienza diretta, posso aggiungere che proprio questo sfaccettarsi,
questo arricchire ininterrottamente esperienza e presenza pubblica, ha
indotto più d’uno, nelle occasioni più diverse, a costruirsi un “suo”
Ingrao. Cosa che, per un verso, può divenire o apparire come una
incapacità di fare i conti con una figura complessa; ma, al tempo
stesso, esprime pure un bisogno di identificazione, al di là di quelli
che possono essere dissensi o distanze.
Ingrao coglie l’esito estremo
della deriva che spinge verso latrasformazione della persona del
lavoratore in “cosa”, sottolinea l’inaccettabilità “etica” di questo
passaggio che mette in discussione una delle acquisizioni della
modernità. Si tratta, allora, di recuperare l’umano, e parla appunto di
“resistenza umana”, sottolineando con forza la necessità di non rimanere
prigionieri della logica quantitativa, di dare rilevanza alla vita del
lavoratore anche nei suoi gesti minuti, quotidiani, quelli appunto che
manifestano concretamente la sua umanità. Bisogna “sporgersi” al di là
della pura logica dello scambio, riconoscere che questa non può invadere
ogni spazio, cancellare la notte o il riposo, dove il lavoratore
ritrova se stesso. È il tema della dignità come principio fondativo e
limite invalicabile, che trova espressione nell’articolo 41 della
Costituzione, dove si afferma in modo netto che l’iniziativa economica
privata non può svolgersi «in modo da recare danno alla sicurezza, alla
libertà, alla dignità umana». Di nuovo la figura del lavoratore incarna
una condizione umana che riguarda ogni persona.
Colpisce una
declinazione che Ingrao propone del suo gran tema del rapporto tra masse
e potere, della ribadita centralità del Parlamento, quando affronta il
problema della delega e del collegamento tra elettori ed eletti,
parlando di una “rete generale democratica”. Ancora una volta, però, non
fermiamoci soltanto alla felice attualità di una parola, “rete”, con la
quale Ingrao indica un disegno costituzionale fatto di relazioni
collettive, capaci di dare evidenza ad una molteplicità di soggetti,
istituzionali e non, fino a giungere alla possibilità per i lavoratori
gestire l’azienda.
Pur rimanendo sullo sfondo quest’ultima ipotesi,
l’analisi di Ingrao porta con sé una duplice critica: all’eccesso di
centralismo statale e, in parallelo, all’emersione di tendenze
oligarchiche nel sistema politico. Vi è una frase rivelatrice, che vale
la pena di trascrivere integralmente: «la proprietà statalizzata è
risultata non già comunanza, ma appropriazione dispotica di una casta
politica ». Sono parole del 1991. Cogliamo qui l’indicazione di una
linea politica che non ripropone la tradizionale critica alla proprietà
privata, ma investe la proprietà pubblica, non più considerata come
l’unica alternativa desiderabile. Al tempo stesso, però, non si offre
legittimazione alla via delle privatizzazioni, allora considerata quasi
obbligata, poiché la vera alternativa viene ritrovata nella
ricostruzione di una proprietà in cui giochi la presenza di soggetti
collettivi.
Della critica alla “casta politica”, e alla deriva
oligarchica già allora visibile, credo che faccia parte anche la
riflessione sulla “scelta di vita” che portava alla dedizione totale
della persona al partito. Da una parte, infatti, troviamo l’impietosa
denuncia della «vacuità delle risse di bandiera dei corpi chiusi, che
competono dentro un ceto politico per deleghe sempre più cifrate».
Dall’altra, emerge la preoccupazione che, divenuti politica e agire
sociale «solo una parte della vita », ciò possa portare al tramonto
dell’agire associato, con il rischio che i lavoratori perdano «una loro
fratellanza di condizione». Torna così il tema delle soggettività
necessarie nella nuova fase, senza alcuna compiacenza per la generica
esaltazione della società civile che prese la politica italiana nei
primi anni ’70, nella quale si rifletteva una cattiva coscienza del ceto
politico, ma che è all’origine di molti mali di cui ancora si paga il
prezzo. È proprio del 1993, infatti, uno scritto dal titolo rivelatore,
“La faccia buona della società civile” che prende lo spunto da una
grande manifestazione operaia, alla quale si guarda come ad «una grande
risorsa umana», capace di indicare un «orizzonte generale» nella sua
rivendicazione non particolaristica, ma di «un essenziale diritto di
cittadinanza».
Non dirò che un cerchio si chiuda. Ma l’associazione
stretta tra democrazia, diritti e lavoro, nello scorrere delle pagine,
viene ricostruita e ribadita con una adesione così forte alla condizione
umana che davvero da essa non possiamo separarci.
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