Ora, Ponte alle Grazie pubblica la prima ponderosa parte (la seconda seguirà l’anno prossimo) della sua ultima fatica, un confronto a tutto campo con l’idealismo hegeliano: Meno di niente. Hegel e l’ombra del materialismo dialettico (pp. 670, euro 29).
Zizek, nonostante quel che egli stesso afferma a più riprese, è un pensatore postmoderno. È vero infatti che egli, soprattutto con quest’ultimo lavoro, vuole ritornare ad un pensatore forte, che è la quintessenza della classicità filosofica, ma il postmodernismo è un metodo prima di tutto e qui c’è in abbondanza: Hegel è mescolato con mille altri autori, distanti a volte fra loro anni luce, a cominciare da quel Jacques Lacan la cui teoria psicoanalitica è il punto di riferimento del nostro.
Non è tipicamente postmoderno equiparare e mettere insieme autori e correnti in un pot pourri o una macedonia male amalgamata e indigesta? Certo, in filosofia tutto si può: è una disciplina senza presupposti né pregiudizi. E si possono anche mettere a tema oggetti e fenomeni della vita quotidiana, non essendoci in punta di principio, soprattutto dopo la fine della metafisica, un alto e un basso. Il tutto deve però ricondursi ad una coerenza logica e di pensiero che semplicemente in questo giocoliere di concetti e parole, in questo clown della filosofia, non c’è. Al suo posto c’è la furba strizzatina d’occhio agli slogan di moda, all’allusione, alla frase ad effetto, alla connessione che vorrebbe spiazzare ma che invece non fa che confermare l’opportunismo del personaggio.
A chi volete che possa ancora destare stupore, dopo le avanguardie storiche e i decenni del postmodernismo, intitolare un capitolo: «Hegel, Spinoza e... Hitchcock»? La filosofia cerca spesso di spiazzare, d’accordo, ma la meraviglia filosofica, la vera sorpresa, è scoprire connessioni logiche mai prima viste o inaspettate. Qui invece c’è pura affabulazione.
L’idea di fondo che sorregge questo libro, cioè l’attualità del pensiero di Hegel, è condivisibile. Così come lo è la critica a chi ha presentato come «pensatore dell’Assoluto» un filosofo del divenire tragico e non conciliato come fu il filosofo di Stoccarda (a cominciare da Kierkegaard, Schopenhauer, Freud e Nietzsche).
E condivisibile e non nuova è anche l’idea che il metodo dialettico vada estrapolato dal «sistema». Ma c’era bisogno di tante pagine, e di tante spavalderie pseudofilosofiche, per riaffermare queste tesi?
Il fatto è che a Zizek interessa più strizzare l’occhio alla moda culturale che non fare storia del pensiero. È quindi paradossale che, nell’illustrare all’inizio del volume la fenomenologia della stupidità, il pensatore di Lubiana scriva che quella del cretino è la «stupidità di coloro che si identificano pienamente con il senso comune, che sostengono pienamente il “grande Altro” delle apparenze». Questo gioco della critica del conformismo da parte di intellettuali a loro volta conformisti non è anch’esso vecchio come il cucco? E non è forse il senso comune degli intellettuali più potente e fastidioso di quello della gente normale?
Ed è così che giungiamo alla ragione ultima, a mio avviso, del successo globale di Zizek: lo sloveno ti riempie di parole, immagini, metafore, ma su un elemento si tiene ben fermo e risoluto, un punto non mette mai in discussione: una forza oscura e non definita ci domina e ci dirige, il Capitale, ed esso è la causa di ogni nostra insoddisfazione o desiderio mancato. Zizek lo esprime in termini lacaniani: continuamente, scrive, «ci imbattiamo nella differenza tra la realtà e il Reale: la prima è la realtà sociale delle persone concrete, interagenti e coinvolte nel processo produttivo, mentre il Reale è la logica inesorabile, spettrale, “astratta” del Capitale che determina ciò che accade nella realtà sociale».
Cosa poi sia questo Capitale ovviamente qui, come altrove, non viene esplicitato. Egli solo sa che come parola-simbolo e collettore di frustrazioni, anche intellettuali, il Capitale funziona. Come dire? Sul mercato, in cui oggi Zizek è bene impiantato, la retorica antimercato fa vendere e rende famosi. Questo imprenditore di se stesso travestito da filosofo lo ha capito da un pezzo.
1 commento:
Ohhh, finalmente qualcuno che ha capito veramente chi è questo furbo di Zizek!
Concordo su tutta la linea.
Io vorrei anche sapere come abbia fatto questo ad ottenere una cattedra universitaria in Svizzera con il suo orribile inglese. Nelle università serie devi fare il TOEFL per essere ammesso, dubito che costui l'abbia mai conseguito. Inoltre, un bel corso di pronuncia senza sputacchiate non sarebbe male.
Hai ragione, costui è assolutamente postmoderno. E poi, ancora con questa psicanalisi freudiana ché sono passati ormai più di cento anni!
Ciao, complimenti per l'analisi :-)
Ale
Posta un commento