James Joyce: Finn's hotel, Gallucci
Risvolto
"Joyce
è il caso limite di tutto il Novecento letterario, un caso abnorme,
forse il più anomalo. L'immane apparato che gli hanno stretto intorno
farebbe passar la voglia di affrontarlo, a tutto scapito dell'opera
però, della sua vitalità inesausta. Dotato di un orecchio unico,
assoluto, di un senso del linguaggio come nessun altro mai, nella sua
cecità vedeva la "meccanica" più che il contenuto del linguaggio e ciò
gli permise di convogliarvi tutto. Joyce è lo scrittore che fa qualcosa
che nessun altro scrittore sa fare o sa fare così bene con le parole e
quel qualcosa è il testo stesso in tutta la sua grazia, la sua gloria.
Per il lettore questo libro rappresenta l'opportunità di un guado meno
arduo, superabile con pochi, brevi, allegri e accorti balzi, tra i due
pinnacoli dell'opera joyciana, 'Ulisse' e 'Finnegans Wake. Finn's Hotel'
è ancora il primo e già il secondo. E sempre Joyce: il sommo artefice
che scrive il Libro, l'opera d'arte totale, la Grande Opera alchemica,
passata beninteso al setaccio dell'ottica sprezzante modernista. Da qui,
da queste pagine succose, nucleari, è possibile partire per arrivare a
intravedere l'onniespansiva ragnatela d'echi da lui messa in onda e che
si carica di altre sfumature nel nuovo millennio." (Ottavio Fatica)
Ecco i racconti di Joyce che fanno litigare i fan
Massimiliano Parente
- il giornale
Mar, 10/12/2013
LA POLEMICA
«Falsi», «dannosi» e «irrilevanti»
Redazione
-
Mar, 10/12/2013
James Joyce. L’inedito Finn’s Hotel
Tutta la gioia di giocare con le parole
di Nadia Fusini Repubblica 1.12.13
Joyce non scherzava quando con fare sprezzante intimò: «Cosa chiedo ai
miei lettori? Che passino la vita a leggermi». Noi suoi devoti lettori
l’abbiamo fatto, e orarejoyce, rejoyce,alleluja, alleluja, ci arriva più
Joyce, ancora Joyce... In più, il nostro preferito ci viene servito in
un libro illustrato da Casey Sorrow, artista americano, con introduzione
di Danis Rose, distinto studioso del vate dublinese, postfazione di
Seamus Deane, poeta, scrittore e accademico d’Irlanda, e nella
traduzione di un joyciano doc come Ottavio Fatica — un libro di cui non
potremmo arrivare all’acquisto, fossimo in Inghilterra, dove il costo è
stellare: 2.500 euro per l’edizione di lusso, 350 per quella numerata...
Qui invece, con 13 euro il libro è nostro, grazie alla casa editrice
Gallucci.
Con assoluta fiducia ci abbandoniamo alla garanzia di fedeltà e fantasia
che ci dà il nome di Ottavio Fatica, il suo modo di giocare con
l’italiano, proprio come Joyce fa con l’inglese. Non c’è altro verso di
leggere e tradurre Joyce, se non assecondando il genio della lingua.
Perché se Joyce ha del genio, esso è di natura linguistica. Per
ricchezza e originalità è incomparabile la destrezza con cui tratta le
parole e traffica con la loro intrinseca doppiezza e ambiguità. Lacan,
che lo comprende come pochi, fa coincidere il suo genio e il suo
disturbo nello stesso termine, cioè sintomo che scriveSinthome, e calca
la voce perché vi si senta un’eco di Saint Thomas (d’Aquin) — il santo
di Joyce; il quale apprezza come pochi altri l’opera tomista sul
versante filosofico. E inventa, o crea un personaggio santhòmo, e cioè
Leopold Bloom, che della santità svela l’aspetto ordinario, e ci fa
scoprire come siano vicini, in fondo, la terra e il paradiso, e come si
sfiorino il sublime e l’osceno. Della filosofia tomista Joyce fa suo
l’assioma degli universali, secondo cuiUnum, verum et bonum convertuntur
cum ente,che significa per lui che la bellezza è qui, nello splendore
di una lettera (letter)che è anche litter(scarto, rifiuto). E si fa
l’idea che la civiltà trionfi nella creazione della fogna.
Le cose potrebbero essere andate così. Nel 1923, Joyce, appena finito il suo enciclopedico
Ulisse,non è ancora pronto per Finnegans, si mette a scrivere a mo’ di
divertissement alcuni racconti, che isolano momenti epifanici della
storia e della mitologia irlandese. Sono prose-bonsai che ordina intorno
al titoloFinn’s Hotel, che è poi lì dove lavora la sua Nora, quando
l’incontra. Questi epiclets,o epicleti, ovvero rivelazioni nello stile
tranche de vie, o se volete, episodi in stile epico, piccole epiche,
epichette, li scrive in brutta, li trascrive in bella, li batte a
macchina e poi li mette via tutti, tranne uno, in cui appare l’inizio di
qualcosa che in effetti sarà la «veglia funebre», o il «risveglio» di
Finnegan. In altre parole, inFinn’s HotelJoyce cova l’uovo da cui
schiuderà l’opera futura. Così fosse, è chiara l’importanza di queste
storie tutte.
Non tutti gli accademici concordano, però. Alcuni studiosi si domandano
se questi racconti siano o meno intesi come una raccolta e si angustiano
di fronte alla questione capitale se il Finnegans sia un’espansione di
queste specie di Ur-stories, o un parto del tutto autonomo. Rimane il
fatto che nel 1938, mentre sta lottando per il finale del Finnegans,
ritorna a questi pezzi e a mo’ di conte Ugolino si nutre dei suoi
pargoli. E già questo per noi lettori superficiali è emozionante:
assistere al pasto e all’impasto dello scrittore-cannibale, al suo modo
di lavorare. Questi dieci «pezzi facili» — più facili del Finnegans e
dell’Ulisse— come che sia rimangono una lettura godibilissima, che
testimonia come la vera festa dell’incontro con Joyce non sia in quello
che ci racconta, ma sempre e comunque nel banchetto linguistico che
imbandisce. È nel modo in cui manipola la lingua la jouissance
specialissima di cui si gioisce con Joyce.
La grande intuizione joyciana è questa: l’uomo, non più eroico, è un
buffone. Come si evince chiaramente dalla pìstola, ovvero epistola —
leggetela qui accanto — che Anna Livia Plurabelle, vedova Earwicker,
scrive a una qualche Magistà per scagionare il marito, il quale sembra
che nel parco abbia compiuto atti osceni. Sono tutte bugie, infamie,
protesta ALP: suo marito è un uomo d’oro, il nome suo è onorato, mente
chi lo accusa, quel codardo di McGrath... Eva difende il suo Adamo: lo
sposo suo devoto è semplicemente umano, troppo umano, e chi non ha
colpe, ovvero desideri sessuali osceni, scagli la prima pietra.
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