giovedì 28 novembre 2013

Togliatti, Secchia e la democrazia italiana. Formica a Macaluso


Comunisti e riformisti. Togliatti e la via italiana al socialismoInutile ricordare che dobbiamo a Rino Formica la geniale definizione della politica come "sangue e merda". Quanto scrive non è condivisibile ma si capisce subito che qui abbiamo a che fare con un uomo di ben altra pasta rispetto a quanto si vede oggi in giro [SGA].

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Risposta a Macaluso

Dalla via italiana di Togliatti all’autonomismo del Psi

di Rino Formica l’Unità 28.11.13


Pubblichiamo ampi stralci del testo inviato dall’ex ministro socialista a Emanuele Macaluso a proposito del suo libro «Comunisti e riformisti»

Caro Emanuele,
ho letto il tuo libro e dico subito che vi ho trovato conferma del fatto che passione e rigore possono essere tenuti assieme solo a partire da una grande esperienza politica, la tua, vissuta, tra l’altro in un rapporto diretto con Togliatti.
Il Togliatti da te raccontato (con il supporto di una corposa e selezionata documentazione) risulta un personaggio «incompreso». Infatti la via italiana al socialismo fu osteggiata dall’Urss e dal suo agente fiduciario ancorché di grande spessore politico e intellettuale, Secchia.
Una accorta storiografia oggi non registra più incertezze su questo punto, che tra la visione della democrazia progressiva che è stata di Secchia e quella di Togliatti non vi è solo una differenziazione tattica ma è di sostanza. Nella visione di Secchia le vie nazionali alla democrazia di matrice terzinternazionalista sono l’espediente per «entrare» nel campo della democrazia borghese per decretarne le incompatibilità e su queste innestare processi conflittuali a sbocco rivoluzionario. In Togliatti, all’opposto, l’idea della via nazionale al socialismo deve trovare le «vie» per rendersi compatibile e accompagnarsi per un lungo tratto con le esperienze di liberaldemocrazia, pena lo stesso esaurimento del progetto rivoluzionario e, dall’altro, l’affievolimento dello spirito delle Costituzioni di natura liberal-borghese. Gli interventi di Togliatti alla Costituente vanno letti come un continuo e travagliato esercizio di costruzione di un ponte tra queste visioni delle «Costituzioni delle libertà», diverse ma non estranee, le libertà e i diritti individuali e le libertà e i diritti dei movimenti sociali organizzati.
Questa è la grande operazione politica, vincente, di Togliatti, il legame indissolubile e la formazione di un blocco unico tra democrazia-antifascismo-Costituzione; questo è il suo capolavoro e, al tempo stesso, la grande scommessa di agganciare con la formula della democrazia progressiva le grandi correnti democratiche che si alzavano dalla nuova Europa e dalle frontiere liberate dai totalitarismi.
Il punto è che la via italiana al socialismo (con annesse «riforme di struttura») si costruisce tutta attorno a questo asse sistemico e ideologico. Fu, per Togliatti, un deliberato ed efficace esorcismo della questione democratica. Togliatti non risolse mai, fino al Memoriale di Yalta, il problema della democrazia e tutte le citazioni dei testi togliattiani da te utilizzate confermano questo nodo politico e teorico. Il modello democratico nazionale, per Togliatti, non ha il carattere generale, classico della liberaldemocrazia ma quello particolare segnato dalla Resistenza e dalla Costituzione.
Nell’importante intervento svolto da Togliatti l’11 marzo del 1947 all’assemblea costituente sul primo progetto di Costituzione, il leader del Pci definisce bene il ruolo che l’antifascismo deve avere nella costruzione del modello di democrazia nazionale, nel presidio della democraticità della Costituzione e colloca la «via italiana» e la «democrazia progressiva» in questo preciso punto di incontro-scontro tra forze democratiche e reazionarie. In sostanza l’antifascismo per Togliatti (ma per l’intera sinistra italiana perfino in quella di matrice socialdemocratica) non è semplicemente un sentimento democratico, un sentimento da alimentare di continuo con l’impegno civile e politico nella dialettica liberaldemocratica ma è il filtro selettivo delle nuove classi dirigenti, tanto più legittimate a governare quanto più ispirate dai principi «sociali» e di emancipazione.
Ed è su questo terreno della legittimazione antifascista delle forze politiche, al quale viene attribuito un valore discriminante (dentro o fuori la democrazia) che si forma lo schema compromissorio del sistema politico nazionale, schema che sarà ripreso e sviluppato dalle due culture politiche protagoniste della Costituente: il comunismo italiano e il cattolicesimo democratico.
E veniamo all’altro snodo del tuo libro: il Psi e il valore fondante dell’unità del movimento operaio inteso come scenario di fondo che ha, con alterne vicende, dominato la linea dei due partiti di massa della Sinistra italiana sino quasi alla fine degli anni ’70. Su questo punto va detto con chiarezza che il Psi non solo è dentro la logica unitaria ma ne è condizionato. Anche l’autonomismo di Nenni ne è subalterno. Infatti l’operazione del Psu è finalizzata ad accrescere il potere contrattuale dei socialisti (unificati) nei confronti della Dc ma non del Pci. L’autonomismo di Nenni non fuoriesce in nessun caso dall’unità del movimento dei lavoratori, che resta in vincolo ideologico del socialismo italiano, fino a Craxi.
Tu sei convinto che la svolta di Berlinguer (una svolta «azionista» la chiami) trova una giustificazione nella radicalizzazione dell’autonomismo di Craxi, e vedi giusto. Dove non convengo con te è su un giudizio indifferenziato e negativo delle due svolte, di Craxi e di Berlinguer, anche se si sono tenute assieme e assieme sono cadute e soprattutto è difficile da sostenere che una ripresa (creativa) della «vita italiana» di Togliatti (come ebbe a sostenere Napolitano nel 1981 in polemica con Berlinguer) avrebbe consentito da sola la ripresa del rapporto unitario a sinistra e dato l’avvio alla normalizzazione del sistema politico nazionale. Così come è da condividere pienamente l’idea, con la quale chiudi il libro, secondo cui il cortocircuito tra diversità-questione moralegiustizialismo non soltanto è completamente estraneo alla tradizione del togliattismo e del comunismo italiano, anzi ne capovolge la logica «laica» (la laicità della politica è propria della visione di Togliatti) ma ha compromesso (e speriamo non definitivamente distrutto) l’identità della Sinistra in Italia. Resta il dubbio che questa miscela di nuovismo e giustizialismo abbia rappresentato il propellente per le involuzioni e le miserie della Seconda Repubblica.

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