giovedì 28 novembre 2013
Una critica dell'esistente che diventa edificazione devota e idealistica
Gianluca Cuozzo: Filosofia delle cose ultime. Da Walter Benjamin a Wall-E, Moretti & Vitali, pagine 184, euro 17,00
Risvolto
La nostra è una società dedita non al benessere comune ma al denaro e al
tornaconto personale. È lo specchio della frantumabilità della
condizione umana quando questa si vota unicamente al raggiungimento del
benessere materiale. Siamo liberi, ci assicurano, ma al tempo stesso
prigionieri dell’angusta cella delle nostre ambizioni, alle quali siamo
sempre pronti a sacrificare la nostra anima. Tutti
vediamo quanto l’uomo d’oggi sia abile nell’innalzare capannoni
industriali, ma poco incline a edificare un luogo di culto o una scuola.
Si è così aperta una frattura fra l’homo faber e l’homo sapiens, fra
ciò che l’uomo può fare e la sua capacità di valutare ciò che è
ragionevole fare. In realtà la tecnica ci ha convinti che l’uomo
naturale sia difettoso, e che i problemi che egli deve affrontare per
orientarsi con successo nella vita possano essere risolti da macchine
sempre più sofisticate. La libertà umana, lungi dall’aderire alle aree
di sconfinata interiorità che ci costituiscono, sembra spingere verso il
consumo, verso lo sfruttamento dell’uomo sulla terra, oltre che
dell’uomo sull’uomo; verso la dilapidazione delle risorse ambientali.
Cose desuete, rottami e spazzatura. «La filosofia ha il compito di
assumere come proprio oggetto d’indagine anche questa realtà
imbarazzante e pervasiva» scrive Gianluca Cuozzo. Da tale considerazione
nasce Filosofia delle cose ultime. L’intento è dichiarato: dissolvere
quell’aura di sogno di cui si ammanta la società dei consumi con il suo
fallace benessere materiale e ripensare il mondo delle macchine a
partire dagli scarti del processo produttivo.
Roberto Righetto Avvenire 28 novembre 2013
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