giovedì 12 febbraio 2015

Evoluzione della specie e costruzione dell'identità dei gruppi umani nella storia


Risultati immagini per darwinNé di natura né di culturaDarwin Day . La lunga parabola che dalla selezione naturale porta a individuare quali sono i criteri di identità e di appartenenza che potranno prevalere nell’umanità a venire, e quali ci sarebbero utili

Giovanni I. Giannoli, il Manifesto 12.2.2015
Poche icone con­ti­nuano a bril­lare nella gal­le­ria degli eroi pro­gres­si­sti: Gior­dano Bruno, Gali­leo Gali­lei, Char­les Dar­win… Su altri – soprat­tutto quelli poli­tici – è caduta poco a poco la pol­vere del revi­sio­ni­smo. Tra i moderni, insieme alla chioma scom­po­sta di Ein­stein, ci è rima­sto il bar­bone del padre dell’evoluzionismo. Eppure, Dar­win non è stato sol­tanto uno scien­ziato rivo­lu­zio­na­rio, che ha for­nito un con­tri­buto deci­sivo alla com­pren­sione del mondo bio­lo­gico e all’idea che tutti gli esseri umani con­di­vi­dano la stessa ori­gine. E nem­meno è stato, sol­tanto, un gen­ti­luomo illu­mi­nato, con­vinto asser­tore dell’estensione del suf­fra­gio e dell’abolizione dello schia­vi­smo. Se la lotta con­tro il traf­fico degli schiavi ispirò l’impegno scien­ti­fico di Dar­win (come un «fuoco sacro», come un impe­ra­tivo indo­ma­bile, di ordine etico), Dar­win fu anche un figlio tipico del suo tempo, che assu­meva l’esistenza di «razze» come un fatto scon­tato. Pen­sava che la lotta tra le «razze» fosse un corol­la­rio impli­cito nella lotta per la soprav­vi­venza e acco­glieva l’idea che le «razze» occu­pino posti diversi, in una scala gerar­chica della spe­cie viventi. Con­si­de­rava ine­vi­ta­bile la scom­parsa di intere popo­la­zioni indi­gene, di fronta all’avanzata degli euro­pei e delle loro stirpi. Del resto, accanto a chi ne ha fatto un eroe del pen­siero moderno, c’è chi lo ha dipinto come un apo­lo­geta dell’egoismo, della sopraf­fa­zione sociale, della guerra e del colonialismo.

I van­taggi della bellezza

Ai tempi di Dar­win, la let­te­ra­tura scien­ti­fica e l’evidenza por­ta­vano a con­si­de­rare come un fatto la dif­fe­renza nell’aspetto este­riore degli esseri umani. «Le razze degli uomini dif­fe­ri­scono prin­ci­pal­mente nel colore, nella forma della testa e dei linea­menti (quindi nell’intelligenza? E che tipi di intel­li­genze?); nella quan­tità e nel tipo di capelli e nella forma delle gambe», scri­veva Dar­win nel 1838. Le dif­fe­renze feno­ti­pi­che tra i nativi dell’Africa, dell’Asia o delle «Indie Occi­den­tali» sem­bra­vano però con­tra­stare con la tesi dei mono­ge­ne­ti­sti, teo­rici di un’origine comune per tutti gli esseri umani; biso­gnava spie­gare quelle dif­fe­renze. Dar­win pro­pose una spie­ga­zione di carat­tere este­tico, tirando in ballo l’eros: nella spe­cie umana si sareb­bero andati affer­mando certi stan­dard locali di bel­lezza; gli indi­vi­dui con­si­de­rati più belli avreb­bero acqui­sito un van­tag­gio ripro­dut­tivo e – poco alla volta – tra­smesso agli eredi i loro tratti.
Schiavi per natura?

Ogni «razza» si sarebbe for­mata intorno a un certo pro­to­tipo di bel­lezza. Nes­sun dub­bio, però, circa il fatto che le «razze» mani­fe­stas­sero dif­fe­renti gradi di svi­luppo e che: «in un futuro non lon­tano, se misu­rato in secoli, le razze civili dell’uomo cer­ta­mente avranno ster­mi­nato e sosti­tuito in tutto il mondo le razze sel­vagge». Di più: negli appunti di Dar­win aleg­gia l’ipotesi che lo schia­vi­smo possa essere qual­cosa di asso­lu­ta­mente ese­cra­bile ma di natu­rale, per­ché potrebbe con­fi­gu­rarsi come un van­tag­gio, come il risul­tato di una spe­cia­liz­za­zione adat­ta­tiva. Con l’occhio disin­can­tato del natu­ra­li­sta, Dar­win era anche con­vinto che la difesa dei deboli, l’assistenza sani­ta­ria, il soste­gno degli «inca­paci» costi­tuis­sero un rischio per le comu­nità. Appel­lan­dosi all’esperienza degli alle­va­tori di bestiame, ricor­dava che ogni ten­ta­tivo di con­tra­stare la sele­zione natu­rale si tra­du­ceva in un dete­rio­ra­mento della qua­lità della prole.

Ma l’idea che i tratti appa­renti degli esseri umani pos­sano ser­vire per trac­ciare dif­fe­renze nella spe­cie era desti­tuita di fon­da­mento. Le carat­te­ri­sti­che feno­ti­pi­che si distri­bui­scono infatti secondo assi di con­ti­nuità, lungo i quali è vano cer­care cesure. Di certo, tra indi­vi­dui che sono nati in con­ti­nenti diversi (così come i loro ascen­denti) i tratti del viso e di altre parti del corpo pos­sono essere rico­no­sciuti; ma c’è sem­pre una rela­zione di con­ti­nuità, o di stretta con­ti­guità, nella genesi e nella distri­bu­zione di que­ste differenze.
Da quando si è capito che i tratti feno­ti­pici sono espres­sione di carat­te­ri­sti­che gene­ti­che, sia nell’agricoltura che nell’allevamento si sono mol­ti­pli­cate le ricer­che, per clas­si­fi­care e (pos­si­bil­mente) gover­nare que­sti carat­teri. Nell’ambito dell’antropologia, si è osser­vato che la distri­bu­zione di par­ti­co­lari alleli (cioè la fre­quenza sta­ti­stica di par­ti­co­lari varianti, nella strut­tura del genoma) è cor­re­lata con la loca­liz­za­zione geo­gra­fica degli indi­vi­dui che li pos­sie­dono.

Però, anche in que­sto caso, suc­cede que­sto: piut­to­sto che pre­sen­tarsi come rag­grup­pa­menti discreti, omo­ge­nei al loro interno, le distri­bu­zioni di que­sti alleli variano con con­ti­nuità; la rela­zione tra geno­tipo e feno­tipo è inol­tra molto com­plessa (e, in gran­dis­sima parte, ancora ignota); anche nei casi in cui la distri­bu­zione di que­ste carat­te­ri­sti­che risulta più netta, la dif­fe­renza tra i tratti gene­tici all’interno di una stessa popo­la­zione può essere addi­rit­tura più ampia di quella rile­vata tra indi­vi­dui appar­te­nenti a due popo­la­zioni diverse. In breve: il ten­ta­tivo di argo­men­tare a favore dell’esistenza di sotto-specie umane dif­fe­renti, invo­cando la gene­tica delle popo­la­zioni, non coglie nel segno.

Cer­ta­mente, la nostra evo­lu­zione ci ha dotato di spe­ci­fi­che abi­lità nel rico­no­scere i volti e nell’organizzare secondo pro­to­tipi gli enti dei quali è popo­lato il nostro ambiente. Ma riu­sciamo a clas­si­fi­care come sedie, bot­ti­glie e mar­telli, se serve, anche oggetti che non cor­ri­spon­dono al migliore modello. La nostra abi­lità nel clas­si­fi­care, e nell’adeguarci al con­te­sto, ci porta a trac­ciare dif­fe­renze con­ven­zio­nali, che non hanno neces­sa­ria­mente una con­si­stenza onto­lo­gica. Qual­cosa del genere, pro­ba­bil­mente, ci accade nei con­fronti dei nostri simili, quando ten­diamo a costruire pro­to­tipi di popo­la­zioni diverse: si tratta di una dispo­si­zione cogni­tiva, di un aspetto della nostra incli­na­zione natu­rale, tesa a seg­men­tare il mondo secondo cate­go­rie di appartenenza.
Però, nel clas­si­fi­care gli indi­vi­dui che appar­ten­gono alla nostra spe­cie, incon­triamo oggi una nuova dif­fi­coltà: «raz­zi­sta» è diven­tato un ter­mine dispre­gia­tivo, che con­nota nega­ti­va­mente. Per que­sto, nel clas­si­fi­care gli esseri umani, fac­ciamo ora ricorso a pre­di­cati che non hanno a che fare con la natura bio­lo­gica, ma piut­to­sto con la lin­gua, le con­sue­tu­dini, le cre­denze, le reli­gioni, le tra­di­zioni arti­sti­che. Non par­liamo di «razza», ma di «comu­nità», di «civi­lità», di «gruppo etnico», di «popolazione».



Il modello Huntington
Mutuan­dola dalle ana­lisi di Fer­nand Brau­del – uno dei mas­simi sto­rici del Nove­cento – una ven­tina di anni fa lo stu­dioso di geo­po­li­tica Samuel Hun­ting­ton ha pro­po­sto una nuova clas­si­fi­ca­zione dell’umanità, uti­liz­zando il con­cetto di civi­lità. Mal­grado Hun­ting­ton sia incline a pen­sare che tra il con­cetto di «civi­lità» e quello di «razza» esi­sta una «note­vole cor­ri­spon­denza», ha lasciato cadere ogni rife­ri­mento alle carat­te­ri­sti­che fisi­che delle popo­la­zioni: «una civiltà rap­pre­senta il più vasto rag­grup­pa­mento cul­tu­rale di uomini ed il più ampio livello di iden­tità cul­tu­rale che l’uomo possa rag­giun­gere dopo quello che distin­gue gli esseri umani dalle altre spe­cie. Essa viene defi­nita sia da ele­menti ogget­tivi comuni, quali la lin­gua, la sto­ria, la reli­gione, i costumi e le isti­tu­zioni, sia dal pro­cesso sog­get­tivo di autoi­den­ti­fi­ca­zione dei popoli».

Le ultime sei parole sono par­ti­co­lar­menti impor­tanti: la spinta alla radi­ca­liz­za­zione delle diverse «civi­lità», foriera di ine­vi­ta­bili scon­tri, sarebbe legata alla ricerca di iden­tità e di appar­te­nenza, che ogni essere umano natu­ral­mente per­se­gue. Que­sto pro­cesso sarebbe esal­tato dalla natura stessa della con­di­zione con­tem­po­ra­nea, così seco­la­riz­zata, imper­so­nale, fram­men­ta­trice di ideo­lo­gie, così scet­tica rispetto ai valori e alla con­di­vi­sione degli scopi. La distri­bu­zione ine­guale delle ric­chezze fun­ge­rebbe da sti­molo mate­riale per una rea­zione iden­ti­ta­ria, per una affan­nosa ricerca di nuove appartenenze.
Così come ai tempi di Dar­win le appa­renti dif­fe­renze raz­ziali sem­bra­vano for­nire uno schema ade­guato per dar conto della feno­me­no­lo­gia, così (a una prima let­tura) può sem­brare che l’idea di uno «scon­tro tra civiltà» sia un modello effi­cace, per le ten­denze geo­po­li­ti­che in atto. In par­ti­co­lare, sem­bra cor­ri­spon­dere al vero che nuove cre­denze di massa, nuove ideo­lo­gie, trag­gano molto ali­mento dai con­flitti tra le popo­la­zioni, che hanno come oggetto la ripar­ti­zione delle risorse e che assu­mono come aspetto iden­ti­ta­rio la dif­fe­renza etnica, reli­giosa o ideologica.

La con­tro­pro­po­sta di Sen
La cri­tica mili­tante di que­sto modello (la cri­tica delle ideo­lo­gie, e il disve­la­mento del noc­ciolo mate­riale, e razio­nale, dei con­flitti) è all’ordine del giorno; ma in ter­mini diversi – si deve spe­rare – rispetto al fata­li­smo molto freddo con il quale il gio­vane Dar­win com­men­tava il geno­ci­dio degli indios, nelle pam­pas argen­tine del XIX secolo: «se que­sta guerra sarà coro­nata da suc­cesso, e cioè se tutti gli indiani saranno mas­sa­crati, una gran­dis­sima esten­sione di terra verrà acqui­sita per l’allevamento del bestiame; e le valli pro­dur­ranno molto mais».

Amar­tya Sen, impe­gnato a con­fu­tare la tesi di un imma­nente (e ine­lut­ta­bile) «scon­tro di civi­lità», ha uti­liz­zato una stra­te­gia molto simile a quella messa in campo dai gene­ti­sti, per demo­lire il con­cetto di «razza». Così come i tratti del geno­tipo non iden­ti­fi­cano classi di appar­te­nenza chiuse e omo­ge­nee al loro interno, così Sen argo­menta che i pre­di­cati uti­liz­zati da Hun­ting­ton non sono quelli più diri­menti e spe­ci­fici, per clas­si­fi­care le popo­la­zioni del mondo con­tem­po­ra­neo e per rac­co­gliere gli indi­vi­dui sotto par­ti­co­lari gruppi. Per Sen, ogni indi­vi­duo fa parte di una plu­ra­lità di gruppi (di genere, o legati alla classe sociale, alla pro­fes­sione, ai gusti, all’educazione, al tipo psi­co­lo­gico), che ren­dono vacua, gros­so­lana e molto arcaica la sud­di­vi­sione per «civi­lità». Né vale il fatto che i pre­di­cati presi in con­si­de­ra­zione da Hun­ting­ton (per esem­pio: l’appartenenza reli­giosa) deb­bano impli­care neces­sa­ria­mente con­flitti: l’India, con i suoi 145 milioni di musul­mani, rende molto opi­na­bile la clas­si­fi­ca­zione di Hun­ting­ton, che ricon­duce tutta la comu­nità indiana alla «civi­lità induista».
La posta in gioco
Al mili­tante poli­tico resta però qual­che dub­bio. Così come fu neces­sa­rio un secolo almeno di bloc­chi navali e di guerre, per otte­nere l’abolizione for­male dello schia­vi­smo (e ancora di più, per con­fu­tare i pre­giu­dizi «scien­ti­fici» e cul­tu­rali, intorno al raz­zi­smo), è pos­si­bile che il tema della con­trap­po­si­zione etnica, dello «scon­tro tra civi­lità» richieda qual­cosa di più di una con­fu­ta­zione teo­rica, cen­trata sull’idea ari­sto­te­lica che «l’essere si può dire in molti modi» e sull’assunto (rela­ti­vi­stico) secondo il quale ogni tas­so­no­mia è rivedibile.
Non si tratta di riven­di­care il fatto che, per ogni insieme di indi­vi­dui e di oggetti, le clas­si­fi­ca­zioni in astratto pos­si­bili non cono­scono limiti. Si tratta di capire quali cri­teri di iden­tità e di appar­te­nenza pos­sano pre­va­lere nell’umanità negli anni che ven­gono, per quali motivi, e quali cri­teri sarebbe oppor­tuno invece proporre.

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