mercoledì 29 aprile 2015

Comincia il dibattito sull'anniversario dantesco

Risultati immagini per bibliografia dantescaDante tra antico e moderno Oltre la filologia da scoop 
Mercoledì 29 Aprile, 2015 CORRIERE DELLA SERA © RIPRODUZIONE RISERVATA

A 750 anni dalla nascita e a quasi 700 dalla morte, avvenuta nel 1321, che altro si può dire di Dante che non sia stato detto e sviscerato? A domanda ovvia, risposte non ovvie, perché il «miracolo» dell’Alighieri, come quello degli altri (pochissimi) grandi della letteratura, è di continuare a parlarci con parole inattese e sempre sorprendenti. Che richiedono una cura assidua, nuovi approcci, nuove edizioni, nuovi commenti, nuove letture. Lo sa bene Enrico Malato che, oltre a presiedere il Centro Pio Rajna cui si devono le edizioni nazionali dantesche, è tra i maggiori studiosi del Sommo Poeta. 
Professor Malato, storicamente gli anniversari danteschi, al di là degli aspetti celebrativi, hanno aggiunto qualcosa di sostanziale alla conoscenza del poeta? 
«Tutti i centenari sono stati occasione di grandi mobilitazioni di forze intellettuali, con effetti di grande rilievo. Nel 1865, a quattro anni dalla fondazione dello Stato unitario, furono iniziate celebrazioni strepitose, con edificazione di statue e monumenti, intitolazioni di piazze, strade, scuole, eccetera, e anche con pubblicazioni importanti (fra le altre, il rifacimento del fondamentale commento alla Divina Commedia di Niccolò Tommaseo), che si protrassero per decenni. Nel 1921, Michele Barbi (con altri studiosi) pubblicò la famosa Edizione del Centenario , che in pratica è il primo testo affidabile delle opere di Dante, rimasto l’edizione di riferimento fino a oggi. Nel 1965 escono l’ Enciclopedia Dantesca , diretta da Umberto Bosco e Giorgio Petrocchi, e la nuova edizione della Divina Commedia , a cura dello stesso Petrocchi, che offre il testo in cui tuttora, benché “provvisorio”, si legge il poema». 
E questo 750° che valore particolare ha rispetto ai precedenti? 
«Lo direi il più importante di tutti. Perché è un centenario a metà — sono 750 anni dalla nascita — che precede di sei anni il settimo centenario della morte, nel 2021, formando insieme una congiuntura storica marcata ai due estremi: all’inizio, uno snodo cruciale, nella storia dell’Occidente, fra il Medioevo che tramonta e l’Età Moderna che si apre e ci introduce nella dimensione storica in cui tuttora viviamo; alla fine, oggi, un nuovo transito verso un post-moderno che non sappiamo pienamente cosa sarà. Dante, con la sua opera, che rappresenta la sintesi di quella esperienza storica, sta in mezzo come trait d’union tra il Moderno, cioè noi, e l’Antico, dove affondano le irrinunciabili radici della nostra identità nazionale e della identità culturale dell’Occidente». 
Non è sopravvissuta una sola riga autografa di Dante e molte zone della sua biografia rimangono oscure. Quali sono ancora gli interrogativi aperti sull’opera? 
«Il XX secolo ha portato progressi enormi, anche se con qualche complicazione, perché si è scritto (e si scrive) tanto, su Dante, che spesso occorre distinguere ciò che è grano da ciò che è loglio. Ma oggi abbiamo una conoscenza di Dante molto meglio focalizzata e più approfondita che non un secolo fa. Basti dire che l’interpretazione complessiva del poema è profondamente cambiata, con la scoperta dell’insospettato latente conflitto tra Dante e Guido Cavalcanti: che si credeva comparsa incidentale in due passi della Commedia , e si è visto invece “presenza” incalzante in ogni luogo del poema. Fino a far apparire il poema come (anche) una sorta di replica di Dante a Guido nel contesto del loro dissidio poetico e ideologico». 
A che punto siamo con le edizioni dantesche? 
«La nuova edizione della Vita nuova e delle Rime , a cura di Donato Provano e di Marco Grimaldi, rappresenta l’ultimo e ad oggi più importante passo nella realizzazione del progetto Necod. È incredibile che ancora oggi manchi — al di là delle molte e spesso pregevoli edizioni dantesche in circolazione, in prevalenza pensate per una destinazione scolastica — una edizione d’insieme affidabile nei testi, corredata di adeguato commento storico-critico, idoneo a rappresentare il progresso più avanzato della ricerca scientifica. Lo denunciava Barbi nel 1934, inaugurando una “Nuova Edizione” rimasta irrealizzata. Voleva essere la prima pietra di quel “monumento cartaceo” a Dante che lo stesso Barbi riteneva il più degno del Sommo Poeta: un’edizione moderna delle opere, integrata da un recupero dei principali documenti storici che le riguardano. Di qui, i progetti cui ho accennato: la Necod e prima ancora la ricerca finalizzata al Censimento e all’ Edizione dei Commenti danteschi , che ripropone i testi più importanti del cosiddetto «Secolare Commento» alla Commedia . È l’“onoranza” a Dante che abbiamo scelto». 
A proposito della nuova edizione commentata delle «Rime» e della «Vita nuova», quali sono le nuove acquisizioni, al di là delle questioni minime di interesse iperspecialistico? 
«La nuova edizione della Vita nuova e delle Rime , dopo le animate discussioni degli ultimi decenni, si presenta come una novità assoluta: nei testi, nel corredo storico e interpretativo, nella ricca documentazione che sostiene ogni proposta. È difficile sintetizzare in due parole. La Vita nuova, come si sa, è il “romanzo autobiografico” composto dopo la mo rte di Beatrice (1290), che ingloba 31 rime scritte precedentemente, arricchite di una nuova prosa narrativa ed esegetica. Di solito, gli editori precedenti espungevano dalle Rime le poesie che Dante utilizzò per il “libello”. In realtà, va detto che i componimenti compresi nella Vita nuova non sono mai stati sottratti dalle Rime, dunque noi li restituiamo integralmente (ripetendoli) anche nel corpus delle Rime, il che rende possibile dar conto delle poesie di corrispondenza: abbiamo perciò per la prima volta la riproduzione completa e parallela dei testi comuni con opportuno commento, che ne illustra le peculiarità». 
La celebrazione al Senato prevede l’intervento di Roberto Benigni. Qualcuno potrebbe dire che si tratta di una scelta scontata: si cavalca il suo successo televisivo e la sua simpatia. Che cosa offre Benigni, nell’esecuzione e nel commento, più di altri? 
«Benigni è un lettore straordinario del poema di Dante: lo conosce, lo capisce, lo sente come pochi riescono a sentirlo, ne subisce l’emozione, e questa riesce a trasmettere ai suoi ascoltatori, facendo scoccare una sorta di corto circuito tra questi ultimi e il suo poeta, che li tiene avvinti e attenti. In un contesto solenne come quello del 4 maggio in Senato, non poteva non essere Benigni a dar voce al Poeta e non altra che quella del canto XXXIII del Paradiso». 
Dante ha fatto litigare, nei secoli, molti studiosi e ha fatto accapigliare grandi e mediocri custodi della sua memoria. Oggi c’è una sostanziale unità di intenti nel guardare a Dante? 
«No, non c’è sostanziale unità di intenti, a parte tra i dantisti seri... In realtà non è Dante che ha fatto litigare gli studiosi, ma sono — mi si lasci dire — i “grandi” e i “mediocri” che hanno litigato tra loro. Nel tempo si è affermato il concetto che su Dante ognuno può dire la sua, sparandola grossa quanto la fantasia gli consente, senza alcuna preoccupazione di verifica nel contesto o sui documenti. Qualcuno si è inventata quella che io ho definito la “filologia dello scoop”: proposte clamorose, di cui si parla, consistenti come le bolle di sapone. Come sempre, sono in scena gli studiosi e i parolai, gli operatori seri, che portano conoscenza, e i pupari, che fanno ludo scenico, spesso di basso livello. Ma, come recita l’antico adagio, il tempo è galantuomo, e inesorabile: la verità alla fine viene fuori, dando a ciascuno quel che gli spetta. E già Dante aveva ammonito: “la verità, nulla menzogna frodi”».


Dante, un’icona pop nella nostra selva oscura La modernità della Divina Commedia: non imita la realtà, ma riproduce i nostri meccanismi di percezione del reale
Marco Santagata Tuttolibri 9 5 2015
Dalle radio alle televisioni, da Facebook a Youtube, dalle vetrine delle librerie ai palcoscenici dei teatri, senza contare le innumerevoli iniziative innescate dal 750° anniversario, Dante è onnipresente. Il circuito della comunicazione ne ha fatto una icona pop. E’ vero che la conoscenza delle opere non è pari alla popolarità dell’autore, è anche vero, però, che la Commedia è una delle opere italiane più lette da noi e nel mondo, forse la più letta.
Eppure, a prima vista, sembrerebbe lontanissima dagli interessi dei lettori di oggi. Non tanto perché è stata scritta settecento anni fa, quanto per la lontananza di ciò di cui parla dalla nostra esperienza e dalla nostra cultura. Nella secolarizzata società occidentale quanti possono sinceramente riconoscersi nel percorso di salvazione individuale e collettiva che essa racconta? Direi: pochi in Occidente (con presumibili eccezioni nell’area religiosa protestante), nessuno nel vasto mondo di fede non cristiana. Non meno inattuale, poi, è il suo discorso politico, che per di più ruota intorno a una microstoria della quale i lettori italiani, e a maggior ragione quelli stranieri, non hanno quasi ricordo alcuno. Si aggiunga, infine, che la Commedia è un testo tanto difficile da risultare oscuro in molti suoi passi anche a un lettore colto, è ciò non per ragioni di lingua, ma perché molto spesso non fornisce le notizie necessarie per comprendere ciò che essa dice: in altre parole, una rappresentazione ellittica e scorciata richiede di essere integrata dalla conoscenza di nozioni in essa assenti.
Nonostante ciò la Commedia è universalmente acclamata come uno dei classici la cui lettura ancora affascina. Azzardo una spiegazione tra le molte possibili. Se ciò di cui la Commedia parla è lontano da noi, a noi vicino è il modo in cui ne parla. Non è questione di esperienza e di cultura, dunque, ma di sensibilità estetica. Nel primo capitolo di Mimesis Erich Auerbach così sintetizza le caratteristiche dello «stile» biblico in opposizione a quello omerico: «rilievo dato ad alcune parti, oscuramento di altre, stile rotto, suggestione del non detto, sfondi molteplici e richiedenti interpretazione». Uno scrittore di questo tipo vede la realtà dall’interno, e quindi la percepisce e la fa percepire a sprazzi, con illuminazioni improvvise e ampie zone d’ombra.
Nella Commedia convivono modi diversi di rappresentare la realtà: per esempio, nel costruire il mondo immaginario dell’aldilà Dante usa una tecnica mimetica che riproduce nel mondo ultraterreno quello terreno. In queste zone fornisce al lettore quanto è necessario affinché egli possa vedere mentalmente un universo di cui, altrimenti, non avrebbe cognizione. E’ come se edificasse una città virtuale che suscita la piena illusione di essere vera. E la popola di abitanti. E’ nel tratteggiarne gli abitanti che ricorre allo stile «biblico», riassuntivo e allusivo. Solo per alcuni di essi, infatti, usa le tecniche mimetiche dalle quali scaturisce l’illusione di realtà dell’ambiente urbano.
Accanto a personaggi delineati nella loro completezza psico-fisica, forniti di una biografia e posti in bella vista, colloca decine di figure rappresentate in modi tendenzialmente riassuntivi e scorciati. Di alcune lascia vedere il corpo e sentire la voce, di altre, mute, evidenzia solo un tratto somatico, di altre ancora una particolarità psicologica. Spesso, segnala la loro presenza solo con il nudo nome. Rispetto al parametro dell’aderenza alla realtà, sono rappresentazioni che potremmo giudicare antirealistiche. A essere così presentati non sono i personaggi immaginari o, comunque, stabilmente afferenti al mondo ultraterreno, ma soprattutto quelli storici, approdati nell’aldilà dal nostro mondo. Anime, sì, ma con un carico di vita vissuta.
Emerge, allora, una apparente contraddizione: ciò che è immaginario è concreto e realistico, ciò che è storico è ridotto a pochi segni, affidato all’allusività. Questo secondo aspetto, tuttavia, non è meno realistico del primo. Chi capita per la prima volta in una città può riconoscere nella folla qualcuno già noto, ma il più delle volte si imbatte in sconosciuti. Può farsene una conoscenza per indizi, ma molto spesso le sue restano semplici suggestioni.
Il lettore della Commedia percepisce l’universo fittizio del libro allo stesso modo: a volte, con piena cognizione di ciò che vede e ascolta; altre volte, con cognizioni solo parziali; spesso semplicemente per intuizioni; non di rado, senza comprendere ciò che vede e ascolta. La modernità di quel libro è proprio questa: non imita la realtà, ma riproduce i nostri meccanismi di percezione del reale. Non stupisce, allora, che modalità simili si riscontrino nell’Ulisse di Joyce, uno dei libri che hanno fondato la modernità in letteratura.

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