Così Le Corbusier inventò l'urbanesimo autoritarioGenio multiforme e padre dell'architettura razionalista viene ricordato in Francia con una esposizione-evento Ma c'è chi lo accusa per la sua simpatia verso il fascismo
mercoledì 29 aprile 2015
La mostra su Le Corbusier al Beaubourg
Le Corbusier. Mesures de l’homme
29 avril 2015 - 3 août 2015 de 11h00 à 21h00
Galerie 2 - Centre Pompidou, Paris
C'est en 1944 que Le Corbusier invente le Modulor. Derrière ce nom
qui évoque un robot de cuisine des années 1950 se cache en fait un
concept architectural primordial chez l'architecte suisse : fusion de
« module » et de « nombre d'or », le Modulor remet l'homme au cœur de l'architecture. Comme dans un écho lointain à 'L'Homme
de Vitruve' de Léonard de Vinci, le corps humain devient l'unité de
base des constructions du Corbusier. Soucieux de créer une mesure
commune pour l'humanité entière, il voyait dans ce Modulor une
redéfinition de la composition spatiale, un moyen d'atteindre une
harmonie entre la morphologie de l'homme et son environnement. C'est
désormais en s'appuyant sur ces proportions qu'il imaginera par exemple
la Cité radieuse de Marseille.
Fruit de vingt années de recherches, le Modulor est devenu un outil
pour de nombreux architectes. Le Centre Pompidou utilisera les
réflexions de Charles-Edouard Jeanneret-Gris (avec un nom pareil on
comprend pourquoi il préférait « Le Corbusier ») sur le corps et ses
mouvements pour guider cette rétrospective autour de celui qui, encore
aujourd'hui, symbolise la modernité architecturale du XXe siècle.
Così Le Corbusier inventò l'urbanesimo autoritarioGenio multiforme e padre dell'architettura razionalista viene ricordato in Francia con una esposizione-evento Ma c'è chi lo accusa per la sua simpatia verso il fascismo
Le Corbusier, è il corpo la misura di tutte le cose
Da oggi al Beaubourg di Parigi una grande mostra dedicata al più discusso architetto del ’900 nel cinquantenario della morte
Carlo Olmo La Stampa 29 4 2015
Al Beaubourg di Parigi si apre oggi la mostra «Le Corbusier. Mesures de l’homme» (aperta fino al 2 agosto), che avvia le celebrazioni del più discusso architetto del XX secolo, il cui vero nome era Charles-Edouard Jeanneret. La rassegna ha un ingombrante precedente, «L’aventure Le Corbusier 1987-1965», tenutasi nel 1987 sempre al Beaubourg per il centenario della nascita. In realtà mostra e catalogo, curati da Frédéric Migayrou e Olivier Cinqualibre, si aprono in una stagione e in un clima culturale profondamente diversi, dopo anni intensi, ma anche un po’ paradossali, di ricerca sul grande architetto svizzero (nato a La Chaux-de Fonds), mentre il 1987 segnava l’inizio di quella stagione.
L’esposizione ha una chiave di lettura forte e perseguita con originalità. Un’originalità segnata più che mai dall’incipit della mostra. Migayrou - soprattutto nella prima sala, «Rytmes et motifs», e nel primo saggio del catalogo, Les yeux dans les yeux, architecture et mathesis - sceglie una geneaologia e un’ipotesi di lettura, non certo sconosciute, mai però fatte diventare la chiave interpretativa univoca di un’opera così complessa come quella di Le Corbusier. La sua educazione «sentimentale» viene - molto duramente, rispetto a una letteratura che lo vorrebbe di volta in volta formarsi in Svizzera o in differenti voyage d’instruction dall’Italia all’Oriente - collocata in Germania, tra 1908 e 1910, e non solo in Germania. È la Germania di Peter Behrens (l’architetto dal cui studio tanti passano, compresi Gropius e Mies van der Rohe) e di Hellerau, quella degli psicologi sperimentali (Fechner).
L’organizzazione spaziale
Il Le Corbusier che si presenta agli occhi di un visitatore che passa dai disegni (preziosi quelli della prima sala) ai quadri che illustrano l’avventura purista (o, se si vuole postcubista), ai mobili (quasi tutti presentati nella loro versione di prototipi), ai modelli, spesso accompagnati da filmanti originali, è un progettista che costruisce una concezione dell’architettura come organizzazione spaziale indipendente da forme stilistiche (in primis l’eclettismo): un elemento che nasce, per i curatori, dalle misure dell’uomo e dai suoi sensi. Una scelta interpretava che i due curatori, e in particolare Cinqualibre, sviluppano negli sala dedicata agli Anni Venti, facendo riferimento oltre che all’estetica sperimentale tedesca anche a quella francese, e a filosofi che scriveranno tutti sulla più importante esperienza editoriale di Le Corbusier, la rivista L’Esprit Nouveau (1919-1925).
Ma come si materializzano le misure dell’uomo? Il filo rosso della mostra sono i tracciati regolatori che definiscono e legittimano le proporzioni delle facciate, il numero d’oro - la ricerca già pitagorica di un numero primo che reggerebbe tutte le misure -, sino al Modulor, il famoso uomo con il braccio alzato di 2 metri e 22 che occupa nella mostra la sala centrale, con i suoi tanti prototipi, tra cui quello che illustra la copertina del catalogo. Sono misure che nell’esposizione si traducono anche in una sottolineatura della funzione dei sensi (gli occhi come le orecchie nel definire e far diventare attrezzi progettuali questi metri di misura).
Il Modulor
La rassegna - ricca ovviamente di originali - diventa meno convincente nella sua parte conclusiva. Sia perché l’espace indicible, tema della sezione finale, mal si coniuga con la scelta di fare di Le Corbusier un sensista e un cognitivista, sia perché proprio la scelta di chiudere sul cabanon (la costruzione minima realizzata in Algeria e trasportata a Cap Martin, ultima residenza dell’architetto) e sulla sua immagine iperoleografica a corpo nudo, banalizzano un po’ le scelte coraggiose compiute sino alla sala su «La période acoustique» e sulla collaborazione con Xenakis a metà degli Anni Cinquanta. Se il corpo è «la misura» nelle espressioni più diverse del conoscere, forse il cabanon e quell’immagine semplificano troppo il messaggio.
Una lettura strumentale
Un’ultima osservazione: la mostra cade in un momento particolare, segnato dall’emergere di una nuova destra francese, e dal tentativo, a sinistra, di esorcizzarla. Libération ha pubblicato il 19 marzo una pagina intera che - attraverso la recensione di due libri appena usciti su Le Corbusier, uno di François Chaslin, l’altro di Xavier de Jarcy - ripropone la questione della compromissione dell’architetto con l’Action Française prima e con il governo di Vichy poi. Due brutti libri che semplificano non solo la situazione francese, ma tutto il complesso rapporto tra architettura e politica lungo il Novecento. Trattare Le Corbusier al di fuori di una storia delle élite francesi e del loro complesso rapporto con Vichy è davvero banalmente strumentale.
In questo clima l’esposizione del Beaubourg può persino apparire agnostica. Credo invece che rappresenti una ricerca coraggiosa di una lettura non subalterna né a una letteratura oggi davvero folle su Le Corbusier, né all’uso politico della storia. Una mostra convincente per molti aspetti, forse non completamente a suo agio nel tenere sino in fondo il rapporto tra psicologia sperimentale, cognitivismo, misure e scelta dell’organizzazione spaziale - quella che in termini architettonici si chiama distribuzione - come terreno di confronto e scontro vero sulla modernità (lo spazio e non gli «ismi»). Come tutte le mostre a tesi sarà molto discussa e anche questo sarà solo un bene.
Le Corbusier, viaggiatore e reporter
Convegni. Una giornata, l'8 maggio, dedicata al maestro dell'architettura e al suo rapporto con la fotografia. Allo Iuav di Venezia, che la organizza insieme alla rivista archphoto.it
Emanuele Piccardo, il Manifesto 1.5.2015
Quest’anno ricorre il cinquantesimo della morte di Le Corbusier avvenuta il 27 agosto 1965. L’architetto svizzero, la cui opera teorica e progettuale ha condizionato intere generazioni, è al centro del simposio Le Corbusier e la fotografia. Organizzato dallo Iuav di Venezia (8 maggio, ore 9,30, Aula Tafuri, Badoer), insieme alla rivista archphoto.it e con il patrocinio della Fondation Le Corbusier, prevede la partecipazione degli storici dell’architettura, Tim Benton e Giuliano Gresleri, gli storici della fotografia Italo Zannier e Angelo Maggi. Fu Giuliano Gresleri, insieme a Giancarlo De Carlo, a scoprire durante una visita alla nipote dell’architetto, Jacqueline Jeanneret, le fotografie che il maestro svizzero aveva scattato durante il Voyage d’Orient.
Un viaggio di educazione e formazione attraversando in treno Austria, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Jugoslavia, Grecia, Turchia, Italia. Una educazione non convenzionale che consentì a Le Corbusier di introiettare differenti culture architettoniche e trasformarle nel suo linguaggio poetico, a partire dall’elaborazione, nel 1923 in Vers une architecture, dei cinque punti dell’architettura: pilotis, pianta libera, facciata libera, finestra a nastro, tetto-giardino.
Attraverso la lettura degli appunti e delle lettere pubblicate nella prima edizione del Voyage da Jean Petit nel 1966, Gresleri ricostruisce questo zigzagare di Corbu per l’Europa, ispirato dallo scrittore William Ritter. Come uno Sherlock Holmes dell’architettura, trova gli indizi e li verifica. Ripercorre con le foto in tasca lo stesso itinerario del maestro, cosa certamente ardua ma indispensabile per cogliere non solo l’identità dei soggetti, ma anche il perché erano stati fotografati.
Nel 1985 la Galleria d’Arte Moderna di Bologna allestisce la mostra del Voyage d’Orient dove, per la prima volta, grazie al lavoro di Gresleri, vengono mostrate le quattrocento fotografie realizzate da Corbu.
Quello che sorprende nella stratificata analisi della sua opera è la modalità scientifica con cui Le Corbusier si serve delle tecniche visive e dei media a sua disposizione. La fotografia viene usata per aggiustare gli schizzi, realizzati nella velocità del viaggio, ma soprattutto come strumento di diffusione della sua opera al pari dei libri. Qui il ruolo del fotografo di fiducia, l’ungherese naturalizzato francese Lucien Hervé, viene annullato dalla forza del committente. Guardando con attenzione le fotografie dei progetti lecorbuseriani che Hervé realizza dal 1949 al 1965, l’interpretazione autoriale delle architetture è evidente nei provini a contatto durante le fasi di cantiere, piuttosto che nelle immagini iconiche e ufficiali volute da Corbu. D’altronde, Le Corbusier come Wright, «non apprezzava molto la fotografia in quanto mezzo espressivo — scrive Italo Zannier — affidandosi a fotografi come Hervé o Stöller, che sono stati sublimi mistificatori di spazi e chiaroscuri (…), dove l’architettura come un nudo, un paesaggio, un fiore, è soltanto un fotogenico pretesto iconico».
Questa iconografia manierista nei contrasti luce-ombra enfatizza le forme delle architetture del dopoguerra a Ronchamp e Chandigarh, avallando così la tesi di Zannier. Le Corbusier non usa solo la fotografia come un diario di appunti visivi, ma gira filmati con la Siemens B16mm che lo storico Tim Benton analizza nel suo recente libro Le Corbusier. Secret photographer. Benton offre al lettore una approfondita analisi delle fotografie, della tecnica, degli obiettivi e delle inquadrature che Le Corbusier compie con la fotografia e i film. Questo consente un’ulteriore lettura storico-critica del Le Corbusier artista visivo onnivoro di media (scritti, libri, disegni, foto, film). Le 18 pellicole originali, realizzate dal ’36 al ’38, reversibili e in bianco e nero, sono state montate dal regista Jacques Barsac nel 1987, mantenendo la sequenza dal primo all’ultimo rullo in senso cronologico, garantendone la loro esistenza fino a oggi. I soggetti sono vari, aspetti della vita familiare, il cane Pinceau II, il suo tetto-giardino a Parigi, il viaggio in Brasile del ’36, i dettagli della nave Conte Biancamano fino alle sequenze della Villa E1027 progettata da Eileen Gray, là dove Corbu avrebbe costruito il suo rifugio, il Cabanon. Alle immagini in movimento si alternano fermi immagine che Le Corbusier stampa e pubblica separatamente come accadde, evidenzia Benton, per il filmato L’architecture d’aujourd’hui, realizzato da Pierre Chenal nel 1930, come lancio dell’omonima rivista e che raffigura le architetture del tempo, comprese quelle di Corbu, dove le immagini del Plain Voisin vengono pubblicate in La Ville Radieuse.
Così l’occasione veneziana consente di riflettere anche sulla relazione tra l’architettura e la sua rappresentazione fotografica, al di là di significati documentari che la fotografia non può esaudire se non accompagnata da un palinsesto di altri documenti come testi, disegni, appunti, film.
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