sabato 27 febbraio 2016

I tempi della guerra di mafia a Palermo

Antonio Calabrò: I mille morti di Palermo, Mondadori

Risvolto

Palermo come Beirut. Bombe, mitra, pistole, un arsenale da guerra per lo scontro tra clan mafiosi che insanguina la città dal 1979 al 1986, con un bilancio terribile: mille morti.
Una «mattanza», mentre il resto d'Italia vive l'allegra frenesia degli anni Ottanta. La «Milano da bere». E la Palermo per morire. L'escalation comincia il 23 aprile 1981, quando viene ucciso Stefano Bontade, «il falco», potente boss di Cosa Nostra. È un omicidio dirompente, che semina il panico nelle file delle più antiche famiglie mafiose, ribaltando gerarchie, alleanze, legami d'affari. Centinaia di altri morti seguiranno. Quasi tutti per mano dei corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano e dei loro alleati, i Greco, i Brusca, i Marchese: i boss in ascesa, che tramano, tradiscono, ingannano, uccidono per dominare il campo degli interessi: droga, appalti pubblici, armi, soldi. Tanti soldi. Non è solo una guerra interna alla mafia. Nel mirino dei killer, anche uomini con la schiena dritta al servizio delle istituzioni, come Piersanti Mattarella e Pio La Torre (alfieri del «buon governo» e di una politica efficace e pulita, contrapposta alle collusioni di Vito Ciancimino e alle ambiguità di Salvo Lima), Boris Giuliano, Cesare Terranova, Gaetano Costa, Carlo Alberto dalla Chiesa, Rocco Chinnici, Ninni Cassarà, e altri poliziotti e carabinieri, magistrati, giornalisti, medici, imprenditori che non si sono piegati alle intimidazioni. «Cadaveri eccellenti». Persone che hanno difeso la legge dello Stato contro la violenza dei boss. Dietro alcune di quelle morti l'ombra dei grandi misteri italiani. E Palermo? In troppi stanno a guardare, impauriti, indifferenti o spesso anche complici nella rete degli interessi mafiosi che inquinano politica, economia, società. Mafia vincente e ancora una volta impunita? No. Il 10 febbraio 1986, l'avvio del maxiprocesso a Cosa Nostra nell'aula bunker dell'Ucciardone segna il riscatto dello Stato. Ottenuto anche grazie alla tenacia del pool antimafia guidato da Antonino Caponnetto, con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino tra i protagonisti: magistrati competenti e coraggiosi che hanno saputo trovare prove e riscontri alle rivelazioni di «pentiti» come Tommaso Buscetta e Totuccio Contorno. Per i capi di Cosa Nostra arrivano condanne esemplari, confermate in Cassazione. La mafia è in ginocchio. E tenta la riscossa con le sconvolgenti vendette stragiste dei primi anni Novanta. In pagine intense di cronaca incalzante e documentata, con speranza e passione civile, Antonio Calabrò rende omaggio al sacrificio di chi non si è arreso e invita a non abbassare la guardia contro un'organizzazione apparentemente in parziale disarmo ma che, come affermava Leonardo Sciascia, è da temere proprio quando non spara.  


Palermo, la mattanza

Il libro di Antonio Calabrò a trent’anni dal maxiprocesso rievoca la guerra di mafia e i suoi mille morti. Omaggio al sacrificio di chi non si è arreso alla paura

 di ALDO CAZZULLO Corriere 31 gennaio 2016 (modifica il 3 febbraio 2016 | 16:50)
Mille morti. Come per un terremoto, un’inondazione, una calamità naturale. E invece mille morti per mano d’uomo, nel nostro Paese, non molto tempo fa. Una guerra di cui è rimasta una traccia vaga nella memoria nazionale, di cui le giovani generazioni non hanno forse mai sentito parlare, se non in un bel film di Pif. Per questo è importante questo nuovo libro di un siciliano che c’era, nell’isola insanguinata dei primi anni Ottanta, prima di dirigere giornali e fondazioni del Nord: Antonio Calabrò, autore de I mille morti di Palermo, che Mondadori sta per pubblicare. 
Un martirologio. Che rivela non soltanto una mafia feroce, ma anche una popolazione a volte pavida a volte complice, uno Stato impreparato politicamente e culturalmente, un sistema mediatico intimorito e opaco. Con eccezioni di grande coraggio e tensione morale: uomini in divisa, magistrati, giornalisti, siciliani pronti anche a farsi uccidere pur di testimoniare il rigetto della violenza e della paura, la scelta della legalità e della dignità. Basti pensare alla scena del funerale di Pio La Torre, segretario del Pci siciliano, ammazzato con il compagno Rosario Di Salvo che gli faceva da autista e guardia del corpo: arrivano Giovanni Falcone, Rocco Chinnici capo del pool antimafia dell’ufficio istruzione del tribunale di Palermo, il poliziotto Ninni Cassarà. Una foto li ritrae tutti e tre insieme. A tutti e tre restano pochi anni. 
Il passaggio dalla Palermo ricca e vivace della fine dei Settanta a quella teatro di mattanza è scandito dai delitti politici — a cominciare dall’assassinio di Piersanti Mattarella, «Dc galantuomo» (6 gennaio 1980) — e dall’inizio della guerra di mafia, segnato dall’assassinio di Stefano «Falco» Bontade, nel giorno del suo quarantaduesimo compleanno (23 aprile 1981). Sono i mesi in cui gli strilloni vendono i giornali per strada gridando: «Quantu ’nni murieru... quantu ’nn’ammazzaru... L’Ora, morti e feriti... Accattativi ‘u L’Ora...». Il cadavere di Giangiacomo Ciaccio Montalto, sostituto procuratore della Repubblica, «uno dei pochissimi magistrati impegnati nelle indagini contro la mafia trapanese», lasciato tutta la notte nella sua Golf bucherellata dai proiettili (26 gennaio 1983); a mezzogiorno è ancora lì, a Valderice, un posto meraviglioso tra il mare e la montagna di Erice, abbandonato in strada da formalità lentissime e dalle difficoltà investigative: nessuno parla, nessuno ha visto o sospettato nulla; «Sì, gli spari... stanotte... ma pensavamo fossero cacciatori di frodo...». 


I mille morti di Palermo (Mondadori), in uscita mercoledì 3 febbraio

Il capitano Mario D’Aleo, «un ragazzo alto e gentile ma pure deciso e tenace», comandante a Monreale, viaggiava in Golf. Lo uccidono all’imbrunire del 13 giugno 1983, alla periferia Sud di Palermo, insieme con l’appuntato Giuseppe Bommarito e il carabiniere semplice Piero Morici. La sua colpa è aver fatto arrestare Giovanni Brusca, figlio di don Bernardo, nipote di don Emanuele. I Brusca l’avevano avvertito: «Capitano, lei ce l’ha con noi. E farà una brutta fine». Giovanni, «giovane mafioso in carriera, lo ritroveremo, tempo dopo, libero e spietato assassino, sino alla strage Falcone». Don Bernardo resterà a lungo indisturbato. 
Ma il peggio arriva il 29 luglio. Pochi minuti dopo le 8 del mattino, una Fiat 126 carica di esplosivo esplode accanto all’auto di Rocco Chinnici. Con lui muoiono i due carabinieri di scorta e il portiere del palazzo. Quindici feriti, calcinacci dappertutto, decine di palazzi danneggiati, un cratere per strada. La città appare sotto choc. Però i cronisti de «L’Ora» raccolgono la testimonianza di un inquirente: «Siamo in guerra, ma per lo Stato e per le autorità di questa città, di questa regione, è come se non succedesse mai niente. Quando nel luglio ’79 assassinarono Boris Giuliano, ci vollero ben quattro mesi e mezzo prima che mandassero il nuovo capo della squadra mobile. I mafiosi uccidono con mitra e tritolo. Noi rispondiamo con le parole. Loro sono migliaia. Noi poche centinaia. Noi facciamo i posti di blocco spettacolari in pieno centro. Loro passeggiano tranquillamente per corso dei Mille, a Brancaccio, all’Uditore. E Palermo non solo non collabora con la polizia e con i carabinieri, ma intralcia. Ostacola. Protegge per paura o per connivenza. Lo sapete che in questa città ci sono centinaia di latitanti che godono dell’appoggio della maggior parte dei palermitani? Avete visto quanta gente è venuta ai funerali di Chinnici? C’erano solamente poliziotti, carabinieri, finanzieri...». 
Ma le pagine più dure e terribili sono quelle dedicate all’assassinio di Carlo Alberto dalla Chiesa. Qui la condanna a morte di un uomo di Stato viene raccontata con la stessa lucida precisione con cui Calabrò smonta e analizza il meccanismo della mafia e del suo potere sulla Sicilia. Anche Cosa Nostra nasce e si sviluppa in quell’intreccio tra economia e cultura, tra i meccanismi di produzione e distribuzione della ricchezza e la mentalità di un popolo: un legame che altrove è motore di sviluppo e di progresso, al cui studio Calabrò ha dedicato molta parte del suo lavoro e dei suoi libri. Sino all’epilogo, in cui l’autore — dopo la svolta del maxiprocesso, la morte di Falcone, gli arresti dei vecchi boss, la crisi del welfare mafioso — mette in guardia dai pericoli ancora vivi, forte della lezione di Sciascia: «Temo la mafia proprio quando è silente, quando non spara». 

Cronaca di uno sporco gioco di affari 
SAGGI. «I mille morti di Palermo» di Antonio Calabrò per Mondadori. Cronaca di uno sporco gioco di affari. La ricostruzione puntale di collusioni, vittime e relazioni nella guerra sanguinosa di mafia che ha coinvolto la Sicilia e non solo
Giuseppe Di Lello Manifesto 27.2.2016, 0:08 
A trent’anni dall’ apertura a Palermo del primo maxiprocesso a Cosa nostra, con una opportuna puntualità è uscito in questi giorni il libro di Antonio Calabrò I mille morti di Palermo (Mondadori, pp. 256, euro 18,50) che ripercorre, come specifica il sottotitolo, la storia di «uomini, denaro e vittime nella guerra di mafia che ha cambiato l’Italia». La storia di una tragica stagione, trasfusa in quel processo, voluto da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che ne furono i principali autori con una sentenza istruttoria di oltre quaranta volumi, aveva bisogno di essere raccontata in dettaglio anche come atto di riparazione verso le tante vittime, servitori dello Stato, imprenditori coraggiosi, semplici cittadini che, per non essere «eccellenti», si sono perse nelle nebbie dell’oblio. 
In quel tempo il paese, angosciato per un terrorismo politico, rosso e nero, che seminava paura e morte con stragi e omicidi, non percepì appieno la gravità della contemporanea mattanza attuata dalla mafia a Palermo e dintorni, con un numero di morti di gran lunga superiore a quello fatto dalle Br, da Prima linea, dai Nar e dalle tante sigle affini. Quegli omicidi siciliani sembravano episodi di criminalità «regionale», residuale, non assimilabili per valenza destabilizzante a quelli «politici» che lo Stato era impegnato a contrastare nel resto del paese. Ed invece questa sottovalutazione aiutava a far crescere ed espandere la potenza economica e militare di una mafia che si radicava sempre più nelle strutture dello Stato e che, in definitiva, costituiva un pericolo per l’assetto democratico del paese, grave quanto quello del terrorismo: non a caso, poi quando ci si rese conto, si fu costretti a parlare di «terrorismo mafioso». 
Calabrò a quel tempo lavorava a «L’Ora», quotidiano di inchiesta della sera, di sinistra, forse l’unico giornale in Italia che cercava di dare una lettura di quei delitti che non fosse solo da «cronaca nera» ma li collegasse al sottostante intreccio politico-mafioso: opera di denuncia per la quale subiva attentati dinamitardi e vedeva anche scomparire nel nulla il suo cronista Mauro de Mauro.
Tra il migliaio di morti, moltissimi erano anonimi mafiosi, ma c’erano anche uomini che in Sicilia rappresentavano le istituzioni dello Stato, i cui nomi sono troppo noti per essere citati: il presidente della regione, il prefetto di Palermo, il segretario regionale del Pci, il segretario provinciale della Dc, il procuratore della Repubblica, il consigliere istruttore, e poi ancora poliziotti, carabinieri, magistrati, giornalisti, imprenditori, militanti politici e persino ignari passanti. Una sequenza di morti che Calabrò racconta con la puntigliosità del cronista, ma inquadrandola sempre all’interno di una strategia di disarticolazione dei presidi di resistenza al potere mafioso, che era sì funzionale alla sopravvivenza di Cosa nostra, ma era messa anche al servizio di pezzi del sistema di potere politico: quel «terzo livello» che per Giovanni Falcone non implicava subordinazione gerarchica della mafia alla politica o viceversa, ma solo una «convergenza di interessi» che con lo stesso atto criminoso rafforzava mafia e politica. 
L’autore spende parole di grande compassione per le troppe vittime innocenti della mafia, imprenditori e giornalisti in primo luogo, «colpevoli» solo di non essersi piegati alle richieste estorsive i primi e di aver dato fastidio con i loro articoli i secondi. Vi è, però, pietà anche per molte delle stesse vittime mafiose della mafia e in modo particolare per i loro familiari: in un’epoca di giustizialismo forcaiolo non è cosa di poco conto. Leggendo il presente, il libro si chiude con pagine di cauto ottimismo, pensando a tutto ciò che è cambiato in meglio, con una mafia che non semina più morti, con gli ingenti patrimoni sequestrati, con i boss catturati e condannati, con una Chiesa sempre più attenta a non offrire sponde ai mafiosi e con Sergio Mattarella e Piero Grasso, due siciliani simboli della lotta alla mafia, ai vertici dello Stato. 
Certo per Calabrò la mafia potrebbe essersi inabissata in attesa di tempi migliori, per ricominciare «con nuovi legami politici ed economici, il grande gioco degli affari», ma penso che se si riuscisse a disarticolare l’intreccio nazionale tra corruzione, affari illeciti e potere economico, all’interno del quale prosperano «anche» le mafie, quei tempi migliori potrebbero non venire mai più.

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