Politica, progetto piano. Livio Sichirollo e Giancarlo De Carlo a Urbino 1963/1990, prefazione di Stefano Pivato, Cattedrale, Ancona 2009
pp. 103, euro 15,00
La crisi della ragione politica novecentesca fa da sfondo alla parabola di una città e dei suoi ceti dirigenti e intellettuali. Il deperimento dello spazio pubblico a Urbino diventa così una metafora del venir meno della nozione stessa di democrazia moderna, intesa come progettazione, partecipazione e gestione organizzata e consapevole del conflitto.
Ecco, di fronte a questa crisi di identità che rischia di fare di Urbino un non-luogo ma della quale le classi dirigenti locali sembrano non avere ancora nessuna percezione, la necessità di riscoprire le ragioni originarie del Piano e di dar vita a nuove politiche pubbliche.
Dalla Prefazione di Stefano Pivato:
Da tempo Urbino non era stata più oggetto di uno studio così attento ed appassionato. La riflessione di Stefano G. Azzarà è il risultato di una ricerca ampia ed accurata, di una ricognizione precisa e concreta. Certamente non tutte le sue osservazioni appariranno al lettore condivisibili: è il destino di ogni lavoro condotto sul filo della passione civile e che, soprattutto sulla Urbino di oggi, appare percorso da un pessimismo di fondo (...) Il saggio di Azzarà approfondisce con spirito critico tutte le controverse vicende urbanistiche del territorio urbinate e assume come asse della sua ricerca lo scarto tra la positiva concretezza dei due Piani regolatori della città, elaborati da De Carlo, e le incertezze della loro attuazione.
Dal primo capitolo, "L'idea di pianificazione e la sua crisi":
Negli anni Sessanta del Novecento come per tutto il decennio successivo, la città di Urbino aveva saputo discutere in maniera intensa e appassionata dei problemi strutturali che ne stavano aggravando il declino (…) E’ stata una riflessione di grande respiro che ha segnato un momento particolarmente alto nella vita politica e amministrativa della città, perché Urbino ha saputo interrogarsi non soltanto sulle piccole disfunzioni legate all’ordinaria amministrazione delle cose ma sul ruolo che un luogo come questo - con le peculiarità che derivano dalla storia di cui questa città è erede – avrebbe potuto svolgere in un’epoca di grandi trasformazioni e modernizzazioni, utilizzando l’innovazione e il cambiamento per uscire definitivamente dalla propria crisi. Ed è stata una riflessione, inoltre, che non ha impegnato soltanto i suoi uomini politici e i suoi amministratori, come se si trattasse semplicemente di adempiere ad un’ordinaria procedura burocratica, ma che ha saputo coinvolgere i suoi intellettuali, le associazioni che ne costellavano il tessuto sociale e persino l’intera cittadinanza in un dibattito collettivo e partecipato di grande spessore civile.
La politica, con ciò, aveva saputo realizzare pienamente se stessa nella sua dimensione di visione strategica e aveva saputo incarnarsi in un’azione progettuale di lungo periodo che aveva la prospettiva e l’aspirazione dell’universalità. Essa svolgeva così un’opera di reale direzione ed egemonia culturale, sollecitando una crescita generale della consapevolezza civile e politica di quella società di cui si prendeva cura e realizzando nella pratica quella cosa complicata e di difficile definizione che ci ostiniamo a chiamare democrazia.(…) non si può dire che nei decenni a noi più vicini la vita politica cittadina abbia saputo mantenersi all’altezza di quel dibattito e di quella riflessione. Bisogna ammettere, piuttosto, che per tutta una serie di ragioni che cercheremo di ricostruire – in parte interne ed in parte esterne alla città, in parte soggettive ed in parte oggettive - la tensione morale e civile di quella stagione ormai lontana è andata progressivamente deperendo e che gran parte di quella capacità di visione strategica è stata perduta.
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