giovedì 11 febbraio 2010
Le elezioni regionali nelle Marche e l'esclusione dei comunisti dall'alleanza di centrosinistra. Alcune riflessioni
di Stefano G. Azzarà
La fine della legislatura regionale ci regala uno spettacolo indecoroso. Nelle settimane scorse Rifondazione Comunista ha cercato in tutti i modi di elemosinare uno straccio di alleanza con il PD che le consentisse di rimanere nel Palazzo e a tal fine era disposta persino a collaborare con una forza conservatrice e oscurantista come l’UDC di Casini e Cuffaro. E questo senza mai fare alcun bilancio critico dell’operato della Giunta Spacca né dello stato di salute di una Regione nella quale crescono la crisi economica, i licenziamenti, la cassa integrazione e il disagio dei ceti popolari.
Si capisce la costernazione dei dirigenti del PRC in queste ore: senza le poltrone, Rifondazione semplicemente non esiste, perché in questi anni – proprio per aver sostenuto una Giunta confindustriale, debole con i poteri forti e forte con i deboli – si è tagliata i ponti con i movimenti sociali e con i lavoratori. In realtà, in Regione non cambierà assolutamente nulla e la prossima Giunta non sarà migliore né peggiore di prima: non sarebbe stata certo la semplice presenza di questi comunisti a renderla migliore, perché nulla di ciò che avevano promesso, nulla se non aria fritta, costoro hanno ottenuto in questi anni da Spacca e dal PD.
Di fronte alla sofferenza dei lavoratori delle aziende in crisi, tanti compagni si sarebbero aspettati uno scatto di orgoglio e di dignità del partito e la scelta autonoma di rompere e andare da soli, per ricominciare la lotta, ricostruire un rapporto con la società e recuperare un minimo di credibilità. Rifondazione – che è corresponsabile dei disastri di questi anni - ha invece aspettato di essere sbattuta fuori, come il servo sciocco che ormai è diventato inutile per il proprio padrone. Allo stesso modo, ci aspetteremmo oggi che il PRC uscisse dalle Giunte provinciali, come quella di Pesaro, e dalle maggioranze comunali, come quella di Urbino: nulla di tutto questo purtroppo accadrà perché il personale politico di professione che ormai si è impadronito del partito va salvaguardato insieme ai suoi emolumenti.
Nella loro ottusità politica, i dirigenti della maggioranza del PRC non capiscono che proprio il veto posto dall’UDC potrebbe aprire un primo spiraglio di salvezza. A condizione, ovviamente, che questi dirigenti che hanno condotto Rifondazione alla rovina si facciano da parte e consentano con un sano esercizio di democrazia interna la rigenerazione di un partito delegittimato da anni di governismo fine a se stesso e ormai pressoché privo di militanza attiva. Sappiamo però che questo non avverrà e che anche nelle Marche dovremo assistere all’agonia di una forza che un tempo aveva saputo rappresentare e dare voce alle speranze di tantissimi uomini e donne.
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