martedì 21 febbraio 2012

Tradotto da Nicola Curcio Aus der Erfahrung des Denkens di Martin Heidegger

Martin Heidegger: Dall'esperienza del pensiero 1910-1976 , traduzione di Nicola Curcio, il Melangolo, pp. 216, 20

Heidegger: «La collocazione nei musei appiattisce i capolavori»
di Armando Torno Corriere della Sera 21.2.12

Martin Heidegger prima di morire dispose che una serie di piccole pubblicazioni sparse, scritte nell'arco di 66 anni, fossero raccolte nel XIII volume della sua opera (Gesamtausgabe). Stando alla testimonianza dell'erede Hermann Heidegger, lasciò anche il titolo: Aus der Erfahrung des Denkens. E ora questa singolare Dell'esperienza del pensiero vede la luce in italiano (traduzione di Nicola Curcio, il Melangolo, pp. 216, 20). Che cosa si cela in tali pagine? A dire il vero, un po' di tutto.

C'è, per esempio, un primo articolo che lo studente di teologia Martin Heidegger pubblicò il 27 agosto 1910 sul settimanale «Allgemeine Rundschau» per l'inaugurazione di un monumento ad Abraham di Sancta Clara, predicatore e scrittore austriaco conosciuto al secolo come Johann Ulrich Megerle (morì nel 1709), dal quale trasse spunto anche Schiller. Heidegger ne richiama le opere, augurandosi che «diventino moneta corrente»; evoca quell'indomabile spirito ancora in grado di offrire «balsamo di salvezza all'anima del popolo». Oppure ritrovate poesie giovanili. Una intitolata Sfarzo morente del 1910, uscita sulla medesima rivista, rivela un suo tormento: «Piangendo chiamavo: mai invano/ Il giovane mio essere/ Stanco di lamento/ Solo confidò nella "grazia" dell'angelo».
Non mancano sorprese. Una, datata 1943, riguarda il Coro dell'Antigone di Sofocle che Heidegger aveva presentato nel corso di lezioni del semestre estivo 1935, conosciuto come Introduzione alla metafisica. Aveva poi rielaborato, ripensato a fondo la traduzione per farla stampare in una piccola edizione privata: l'avrebbe dedicata alla moglie Elfride per il suo cinquantesimo. Invece le pagine che danno il titolo alla raccolta, Dell'esperienza del pensiero, risalgono al 1947 e contengono altre poesie. Di esse il filosofo realizzò una prima edizione privata in 50 esemplari. Sono versi percorsi da lampi: «La più antica di tutte le cose viene, nel nostro pensiero,/ da dietro di noi eppure verso di noi». E ancora: ecco un breve manoscritto che consegnò nel 1954 alla rivista scolastica «Welt der Schule» per rispondere alla domanda «Che cosa significa leggere?».
Da ricordare, inoltre, un contributo Sulla Madonna Sistina del 1955, che pone questioni sulla collocazione dei capolavori. «Trasformata — scrive Heidegger — nella sua essenza in opera d'arte, l'immagine va errando in realtà che le sono estranee. La presentazione museale, che può vantare una sua peculiare necessità storica e una sua legittimità, ignora tale estraneazione. La presentazione museale appiattisce tutto nell'omogeneità dell'"esporre". In questo c'è solo il porre, senza luogo». Né manca una paginetta che risponde a un'altra domanda: «Che cos'è il tempo?». È del 1956. Il quesito gli giunse dal settimanale «Die Zeit» e il filosofo, tra l'altro, rispose: «Si potrebbe credere che l'autore di Essere e tempo dovrebbe saperlo. Ma non lo sa, sicché oggi lo domanda ancora. Domandare significa: ascoltare ciò che ci rivolge la parola».
L'ultimo scritto, dopo altri dedicati a Hebel o a Ortega y Gasset, si intitola Saluto di Martin Heidegger. Risale al 1976. È di pochi giorni prima della sua morte. In esso, una dozzina di righe, si chiede se nell'epoca «dell'uniforme civilizzazione tecnica» sia ancora possibile parlare di «terra natia».

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