mercoledì 29 febbraio 2012
Una curiosa Hobbes Renaissance
Hobbes e il governo tecnico
di Massimiliano Panarari La Stampa 29.2.12 da Segnalazioni
In Italia si respira aria di Hobbes Renaissance. A partire dagli scaffali delle librerie, dove si moltiplicano i volumi sul teorico dello Stato assoluto (o direttamente suoi). Come Sul Leviatano (il Mulino) di uno dei suoi massimi esegeti novecenteschi, Carl Schmitt, o la nuova edizione di quell’opera monumentale e fondamentale curata da Carlo Galli per i tipi di Rizzoli. E come Ragione e retorica nella filosofia di Hobbes, appena uscito da Cortina, saggio ponderoso (e assai importante) scritto qualche anno fa da un famoso storico britannico del pensiero rinascimentale, Quentin Skinner, che ne ha rivoluzionato l’interpretazione.
Sostiene Skinner che sono esistiti, di fatto, due Hobbes. Quello degli Elementi di legge naturale e politica (1640) e del De cive (1642), che, rigettando la propria formazione classica, aveva voluto fondare una «scienza della politica» sulle orme della geometria di Euclide e del meccanicismo. E quello del Leviatano (1651), nel quale compie una sorta di marcia indietro, recuperando l’umanesimo e le strategie della retorica, e ponendo l’accento sulla negoziazione e il dialogo come strumenti principe per la risoluzione dei problemi politici. E così, guardando con gli occhi dell’oggi, l’ermeneutica «da sinistra» del grande filosofo politico inglese si arricchisce di una nuova chiave interpretativa.
Non soltanto, dunque, il preoccupato indagatore del fondo intrinsecamente cinico e, in definitiva, malvagio della natura umana contrapposto all’ottimismo «senza se e senza ma» che nutrono in materia i discepoli e i figliocci di Rousseau. E neppure solo la bandiera della sinistra del realismo politico in guerra con il sovreccitato spinozismo di Toni Negri e di tutto un filone di pensiero già no global e ora indignato (senza dimenticare, però, gli anatemi che proprio il filosofo seicentesco scagliava nei confronti di chi intendeva la politica senza la dovuta tensione morale). Ma anche, trasponendo (e forzando un po’) il rigoroso lavoro filologico skinneriano ai giorni nostri, un Thomas Hobbes da governo tecnico, alfiere del modello deduttivo e della politica come governance .
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