venerdì 9 marzo 2012

Ancora il libro di Allotti sulla stampa italiana sotto il fascismo

La stampa italiana tra fascismo e antifascismo
Giornalisti, questi smemorati
di Raffaele Liucci il Fatto Saturno 9.3.12

SCHOPENHAUER DISSE che, se mai avesse dovuto armonizzare la propria filosofia con le direttive del governo, si sarebbe sparato un colpo in testa. Uno scrupolo quasi mai adottato, invece, dai giornalisti di casa nostra, sempre ben felici d’innalzare altarini ai papaveri di turno. Ce lo rammenta questo libro di Pierluigi Allotti su stampa e potere tra fascismo e antifascismo (1922-1948). Un lavoro tanto diligente nella ricerca archivistica e bibliografica quanto inequivocabile nelle conclusioni: i giornalisti italiani hanno sempre avuto «paura della libertà», preferendole il calduccio umido delle anticamere ministeriali. Del resto, come dichiarò nel ’28 l’ex giornalista Mussolini, «la stampa più libera del mondo intero è la stampa italiana. Il giornalismo italiano è libero perché serve soltanto una causa e un regime». È forse cambiato qualcosa da allora, in un paese che scorge nell’ossequio all’autorità la via migliore per scansare ogni responsabilità?
È una mappa del conformismo, della viltà e della quella tracciata da Allotti, riesumando articoli dimenticati e disseppellendo imbarazzanti epistolari. Suo principale merito è aver messo ordine in una materia sinora dispersa in mille rivoli. Il nostro giornalismo ne esce davvero a pezzi. Prendiamo la vecchia guardia, che aveva esordito in età liberale. Mostri sacri del calibro di Mario Missiroli, Giovanni Ansaldo, Paolo Monelli, Augusto Guerriero. Di fronte alla dittatura fascista, quasi tutti «si compiacquero di perdere la propria indipendenza», ricorderà Aldo Valori, altro esponente di spicco di quella generazione (ma neppure il suo curriculum era immacolato). Alla faccia di chi, come Ma-rio Borsa, nel ’25 aveva ammonito che la libertà di stampa costituisce «la condizione prima ed essenziale per la purezza della vita pubblica». Quanto l’anglofilo e antifascista Borsa fosse considerato un alieno lo si vedrà nel 1945-46, durante la sua tormentatissima direzione al «Corriere della Sera», presto liquidata dai gattopardi dell’epoca.
Pure la nuova guardia (Vittorio Gorresio, Indro Montanelli, Virginio Lilli, Luigi Barzini junior, Orio Vergani e Dino Buzzati) non brillò per audacia e libero pensiero. Anzi, proprio perché troppo giovani per serbare il ricordo dell’Italia prefascista, costoro troveranno ancor più naturale vivere il giornalismo non come «quarto potere», bensì come «quarta arma» al servizio dello Stato littorio. Dalla guerra d’Africa a quella di Spagna, dalla campagna razziale al secondo conflitto mondiale, che molti seguiranno da inviati nei vari fronti, il catalogo dei servizi zelanti è davvero imbarazzante.
Le pagine più avvilenti del lavoro di Allotti restano quelle finali. Passata la buriana resistenziale, quasi tutte le penne compromesse con il trascorso regime saranno reintegrate nel giro di qualche anno. Le strategie difensive sfoggiate dinnanzi alle varie commissioni epurative furono talmente lambiccate e stravaganti da rasentare il ridicolo. Fu la vittoria dell’«Italia profonda», impegnata sin d’allora a coltivare una memoria indulgente e autoassolutoria del ventennio nero, ridotto alla farsa d’un uomo solo, di cui gli italiani erano stati vittime, mai complici. E poi, meglio «scurdarse ’o passato». Come scrisse Antonio Baldini sul «Tempo», era giunto il momento «di accendere un lumino ad olio davanti alla dolce immagine cristiana della Beata Dimenticanza». Amen.

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