domenica 11 marzo 2012

C'è un "Rogue State" in Medio Oriente

Giorno di guerra a Gaza Israele uccide 15 palestinesi
L'omicidio mirato di un miliziano lascia una scia di sangue
di Francesco Battistini  Corriere della Sera 11.3.12 da Segnalazioni

GERUSALEMME — Non sarà un'altra operazione Piombo Fuso, uguale a quella del 2009. Ma erano tre anni e più che non si scaldava tanto piombo, nel crogiolo di Gaza. Quindici morti e 20 feriti, tutti palestinesi. Un centinaio di razzi, tutti palestinesi pure quelli. Una decina d'attacchi aerei israeliani. Una decina di ricoverati per attacchi di cuore o d'isteria, pure quelli israeliani. Con le sirene dell'allarme rosso che tolgono il sonno alle città del Sud. Con le braccia che ai funerali alzano al cielo bare, mitra e minacce. Con le mediazioni seppellite. Un'operazioncina vecchio stile: l'intelligence israeliana che giovedì segnala un target ai militari, gli elicotteri che il giorno dopo ammazzano un capataz di Hamas, le brigate Qassam che la notte fanno piovere cento razzi su Ashdod e Beerseheva, i bombardamenti del sabato sulla Striscia... Trentasei ore di guerra vera. E la truce previsione di Ehud Barak, il ministro della Difesa israeliano: «Ci saranno ancora un paio di giorni di violenza».
L'ennesima replica del Gaza Horror Show ha un che di già visto e insieme d'inedito. La Striscia è tornata a infiammarsi quando un missile ha squarciato la berlina blu di Zuhar a-Qaissi e del suo genero Mahmoud Hanini, leader d'una succursale di Hamas, i Comitati di resistenza popolari. È stata un'esecuzione mirata. Come non se ne vedevano da mesi: più precisamente da agosto, quando fu ammazzato allo stesso modo il precedente segretario degli stessi comitati, Kamal al-Naraib. «Abbiamo eliminato un terrorista che pianificava attentati contro Israele», la spiegazione.
«Una pericolosa escalation senza alcuna giustificazione», la risposta. Le batterie dei Grad palestinesi si sono scaldate subito e venerdì notte è cominciata la pioggia, stavolta intercettata («al 90 per cento») dal nuovo scudo antimissile, l'Iron Dome, un gioiellino made in Israel e venduto fino in Corea: contro-razzi che riescono a bloccare qualsiasi cosa s'alzi in un raggio tra i 7 e i 90 km. L'aviazione militare ha terminato il lavoro, ieri, colpendo un po' ovunque: fra le 15 vittime, dice Hamas, ci sono anche civili che non c'entravano nulla.
«Quante volte abbiamo visto questo film?», sbadigliano i commentatori israeliani al risveglio dallo Shabbat. «Come possiamo sostenere un'altra violazione della tregua?», s'indignano i media arabi. «Siamo fortemente preoccupati», cerca di farsi sentire Lady Ashton a nome dell'Europa. Qualche motivo d'apprensione vera, c'è.
Non solo perché Hamas e Jihad promettono vendetta. O perché le ong internazionali ordinano l'evacuazione dei loro uffici di Gaza. O perché i soliti mediatori egiziani non considerano scontato, stavolta, far siglare una tregua. Il punto è che Qaissi era considerato la mente degli ultimi attentati nel Sinai: una terra di (quasi) nessuno dopo la caduta di Mubarak, una trincea dove Israele vorrebbe colpire le cellule qaediste e fermare il traffico d'armi. Se l'Iron Dome funziona e i razzi di Hamas molto meno, molti gruppi sono spinti a un cambio di strategia. E il Sinai fa al caso loro: consente azioni più efficaci, vedi la strage di Eilat dell'estate scorsa (ideata proprio da Qaissi). C'è un'altra pericolosa novità: dopo la liberazione di Gilad Shalit, in ottobre, gl'israeliani si sentono più liberi di colpire chi e dove vogliono, coi rischi che ciò comporta. Il medesimo Qaissi, come altri cinque già arrestati o uccisi in questi mesi, era fra i detenuti rilasciati in cambio del soldato ostaggio. Hamas significa sempre e solo Iran, per Israele. «E se Teheran deciderà d'attaccarci — dice una fonte militare — siamo certi che userà innanzi tutto i suoi amici». Non è detto che il primo fronte saranno le centrali nucleari: c'è già una guerra, sporca e nascosta, che si combatte nel silenzio del Sinai.



Il Mossad: Tel Aviv attaccherà l’Iran senza avvertire
Per il servizio segreto dello Stato ebraico il presidente americano Barack Obama avrà un preavviso di sole 12 ore

di Dieter Bednarz, Erich Follath, Juliane von Mittelstaedt e Holger Stark il Fatto e Der Spiegel 11.3.12



Secondo fonti del Mossad, le autorità isrealiane avrebbero detto al capo di stato maggiore Usa Martin Dempsey che, in caso di attacco contro l’Iran il governo di Tel Aviv avvertirà la Casa Bianca solo 12 ore prima. È questo il modo di trattare il più importante alleato?

Chiaramente il presidente Obama e il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, non si piacciono e lo si è visto in occasione dell’ultimo vertice, concluso con un nulla di fatto. Obama non vuole che l’Iran si doti di armi nucleari, ma non vuole nemmeno l’ennesima guerra. Per fare contento il suo ospite il presidente ha ripetuto che “tutte le opzioni sono sul tavolo”, ma questa dichiarazione a Netanyahu non basta più.
IL FATTO è che non c’è ancora “la pistola fumante”, la prova certa che l’Iran sta mettendo a punto un ordigno nucleare. Nemmeno gli ispettori dell’Aiea sono stati in grado di prendere posizione limitandosi a concludere in modo ambiguo che il programma nucleare iraniano “ha una dimensione militare”. Ma sono elementi tali da giustificare una guerra? Esperienze recenti – Afghanistan e Iraq – inducono alla cautela. In realtà il conflitto tra Israele e l’Iran sulla questione del nucleare è già in corso da qualche tempo. Si tratta di una guerra non dichiarata iniziata da Gerusalemme quattro anni fa. Stando alle voci – per altro mai smentite – squadre speciali israeliane avrebbero assassinato scienziati nucleari a Teheran impiegando bombe magnetiche mentre numerosi sono stati i tentativi di bloccare il programma sabotando i computer con i virus.
Nell’ultimo rapporto dell’Aiea, il direttore generale Yukiya Amano sottolinea “le sue gravi e crescenti preoccupazioni” in ordine alle ambizioni nucleari iraniane. Il rapporto ha rafforzato l’opzione militare e si parla già dei possibili obiettivi di un raid aereo israeliano: i centri per l’arricchimento dell’uranio a Natanz e Qom, lo stabilimento di riconversione nei pressi di Isfahan, il reattore ad acqua pesante in costruzione ad Arak e la centrale nucleare di Busheehr. Fonti militari, politiche e del Mossad ritengono che l’attacco dovrebbe avere luogo in una data compresa tra la prossima estate e l’autunno.
Netanyahu ha parlato spesso di “una seconda Auschwitz” e prende maledettamente sul serio le minacce del negazionista Ahmadinejad. Non a caso bolla la politica occidentale di codardia e ricorda quali furono le conseguenze dalla politica di appeasement con Hitler: “Si sta ripetendo la situazione del 1938 con l’Iran nei panni della Germania”, ama ripetere. Ma questa volta, aggiunge, gli ebrei non svolgeranno il ruolo dell’“agnello sacrificale”.
IL PROSSIMO ritiro delle truppe Usa dall’Afghanistan e i rivolgimenti in diversi Paesi del Medio Oriente hanno indebolito il regime iraniano. L’eventuale caduta di Assad sarebbe per Ahmadinejad un duro colpo in quanto perderebbe un prezioso alleato e la sua influenza su Hamas. Nella regione poi, diversi Paesi arabi del Golfo non gradiscono l’ipotesi di un Iran ancor più forte. Una cosa è certa: nel 2012 il problema più grave della politica internazionale sarà l’Iran, crisi dell’euro a parte. Obama a questo riguardo non sembra padrone della situazione. È contrario all’uso della forza, ma non può inasprire le relazioni con Israele e fornire sul piatto d’argento un argomento come questo ai Repubblicani alla vigilia delle elezioni. Inoltre pende sul capo dell’Occidente la minaccia iraniana di chiudere lo stretto di Hormuz e Mario Draghi, presidente della Bce, ha ricordato all’Ue che le conseguenze potrebbero essere incalcolabili: aumento vertiginoso del prezzo del petrolio e fiammate inflazionistiche. In Occidente prevale il pessimismo. Ma le cose stanno in questi termini? Molti descrivono l’Iran come un Paese con diversi centri di potere e una guida politica razionale e tutt’altro che imprevedibile. L’Iran è il quarto Paese esportatore di petrolio e il quarto al mondo quanto a riserve petrolifere. Non è un Paese povero anche se il reddito è distribuito iniquamente e metà della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Ma è anche un Paese dove fortissime sono le contraddizioni: formalmente è una democrazia parlamentare, ma il “leader rivoluzionario”, l’ayatollah Khamenei, controlla tutti gli organismi elettivi. Una delle stranezze del programma nucleare iraniano è di esser nato non in località segrete e remote, ma nel cuore di Teheran. Il centro di ricerca nucleare, costruito dagli americani negli anni ’60, si trova in pieno centro abitato. Gli scienziati iraniani insistono sulle finalità pacifiche del nucleare iraniano: “Il mio lavoro consiste nel salvare vite umane”, ha dichiarato Fereydoon Abbasi-Davani, responsabile dell’Organizzazione iraniana per l’energia atomica. Ma i timori occidentali riguardano il centro di Fordo dove viene arricchito l’uranio e dove sono state installate diverse centinaia di centrifughe. La buona notizia è che a Fordo sono presenti gli ispettori dell’Aiea. Basta per essere tranquilli? È comunque certo – come sottolineano molti in Occidente – che un attacco israeliano farebbe il gioco di Ahmadinejad, chiuderebbe la bocca all’opposizione e ricompatterebbe il Paese dietro il suo leader. E magari consentirebbe a Khamenei e Ahmadinejad di dare veramente il via alla costruzione dell’atomica. Dieter Bednarz, Erich Follath, Juliane von Mittelstaedt e Holger Stark, © Der Spiegel, 2012 – Distribuito da The New York Times Syndicate Traduzione di Carlo Antonio Biscotto

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