lunedì 5 marzo 2012
Strategic Vision: Zbigniew Brzezinski e la grande trasformazione geopolitica
Zbigniew Brzezinski: Strategic Vision. America and the Crisis of Global Power, Basic Books
By 1991, following the disintegration first of the Soviet bloc and then of the Soviet Union itself, the United States was left standing tall as the only global super-power. Not only the 20th but even the 21st century seemed destined to be the American centuries. But that super-optimism did not last long. During the last decade of the 20th century and the first decade of the 21st century, the stock market bubble and the costly foreign unilateralism of the younger Bush presidency, as well as the financial catastrophe of 2008 jolted America – and much of the West – into a sudden recognition of its systemic vulnerability to unregulated greed. Moreover, the East was demonstrating a surprising capacity for economic growth and technological innovation. That prompted new anxiety about the future, including even about America’s status as the leading world power. This book is a response to a challenge. It argues that without an America that is economically vital, socially appealing, responsibly powerful, and capable of sustaining an intelligent foreign engagement, the geopolitical prospects for the West could become increasingly grave. The ongoing changes in the distribution of global power and mounting global strife make it all the more essential that America does not retreat into an ignorant garrison-state mentality or wallow in cultural hedonism but rather becomes more strategically deliberate and historically enlightened in its global engagement with the new East. This book seeks to answer four major questions:
1. What are the implications of the changing distribution of global power from West to East, and how is it being affected by the new reality of a politically awakened humanity?
2. Why is America’s global appeal waning, how ominous are the symptoms of America’s domestic and international decline, and how did America waste the unique global opportunity offered by the peaceful end of the Cold War?
3. What would be the likely geopolitical consequences if America did decline by 2025, and could China then assume America’s central role in world affairs?
4. What ought to be a resurgent America’s major long-term geopolitical goals in order to shape a more vital and larger West and to engage cooperatively the emerging and dynamic new East?
America, Brzezinski argues, must define and pursue a comprehensive and long-term a geopolitical vision, a vision that is responsive to the challenges of the changing historical context. This book seeks to provide the strategic blueprint for that vision.
Intervista
Brzezinski “Patto con l’Asia per salvare l’Occidente”
Il guru democratico: “Ma l’Europa resta un alleato cruciale per l’America”
di Maurizio Molinari La Stampa 5.3.12
Se Henry Kissinger afferma che «la guerra fra Usa e Cina non è una necessità ma una scelta» per far capire che i due giganti possono convivere, Zbigniew Brzezinski, ex consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter, va oltre identificando in Pechino e più in generale nell’Asia l’orizzonte verso il quale l’Occidente può espandersi per diventare «più grande e vitale», scongiurando il rischio del declino nel XXI secolo.
Nel suo libro «Strategic Vision» lei afferma che l’Alleanza transatlantica deve guardare all’Asia per trovare nuove energie. Non è una scommessa rischiosa?
«Dipende da quanto il Nuovo Oriente sarà stabile, ovvero da quale equilibrio si creerà fra le potenze asiatiche e dalla natura dell’impegno Usa in questa parte del mondo».
A che cosa pensa quando suggerisce all’Occidente di guardare alle partnership con l’Asia?
«Al fatto che le democrazie dell’Estremo Oriente, da Taiwan alle Filppine ma in particolare Giappone e Corea del Sud, tendono a considerarsi nazioni democratiche di un Occidente più grande e vitale. La misura in cui ciò potrà realmente avvenire dipende dalla futura evoluzione di Cina e India e dunque è impossibile fare previsioni oltre i vent’anni».
Al summit della Nato che si svolgerà a Chicago in maggio si parlerà proprio dei nuovi rapporti di partnership con i Paesi dell’Oriente. Crede che in prospettiva l’Asia potrà gareggiare con l’Europa per il ruolo di più stretto partner strategico degli Stati Uniti?
«Non credo che l’Estremo Oriente potrà mai emulare l’Europa per la politica americana. Andiamo per il momento verso una presenza Usa in Asia più diluita e di basso profilo sul territorio rispetto a quanto abbiamo visto in Europa negli ultimi cinquant’anni».
Nella proiezione della Nato verso Oriente quanto pesano i rapporti con la Turchia di Erdogan e la Russia di Putin?
«L’avvicinamento dell’Occidente a Turchia e Russia è una conseguenza dei cambiamenti in atto in queste due nazioni. A mio avviso a tale riguardo la Turchia ha fatto passi maggiori rispetto alla Russia ma è in Russia dove, in prospettiva, potremmo vedere più novità. Toccherà all’Occidente dimostrarsi capace di sfruttare questo potenziale di nuovi rapporti».
La conseguenza di quanto afferma è che l’America si sta allontanando dall’Europa: è il risultato della crisi del debito?
«Non credo che l’America cesserà di considerare l’Europa il suo più importante alleato ma se l’Europa non riuscirà ad agire assieme e dunque a diventare un partner più vitale nella gestione degli affari globali, allora l’Alleanza atlantica sarà destinata al declino. Questo è il motivo per cui mi batto tanto esplicitamente per la rivitalizzazione dell’allargamento dell’Occidente democratico che ha ancora un ruolo costruttivo da giocare negli affari globali».
Come spiega che dall’inizio delle primarie repubblicane tutti i candidati hanno criticato l’Europa per guadagnare sostegni?
«Molti americani non sono ben informati sui dettagli del sistema socioeconomico e democratico dell’Europa. Nell’attuale atmosfera, che riflette ignoranza e ansia, è facile sostenere argomenti demagogici per arrivare a concludere che l’Europa è socialista, neutralista e stagnante».
Che cosa prevede sull’evoluzione della Primavera araba?
«Dipende dal fatto se sarà evitato o meno il conflitto con l’Iran. Una guerra tra Usa e Iran, conseguente a un attacco militare israeliano contro l’Iran, avrebbe conseguenze devastanti nella regione, spingendo gli Stati Uniti in unaguerra con molte somiglianze, purtroppo, con la recente campagna militare in Iraq. Tornare alle politiche solitarie e unilaterali seguite dal secondo presidente Bush sarebbe molto controproducente».
Come spiega il crescente ruolo del Qatar come alleato degli Stati Uniti, dal sostegno all’intervento in Libia all’impegno per la transizione in Siria? È una potenza emergente?
«Il Qatar raccoglie i frutti per aver dato un contributo responsabile ed efficace all’esito positivo della crisi libica ma forse è ancora presto per definirlo una potenza regionale».
Che opinione si è fatto della politica estera di Barack Obama?
«Obama ha un’idea incisiva e realistica del perdurante ruolo degli Usa nel mondo ma è frenato dal fatto che al momento l’American Dream sta svanendo. Per rivitalizzarlo l’America deve prendere l’iniziativa in più direzioni, alcune delle quali ho spiegato nel mio libro “Strategic Vision”».
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