giovedì 8 marzo 2012

Tzvetan Todorov critica l'egemonismo occidentale

Ma l'Unità preferisce parlare di Berlusconi [SGA].

Intervista a Tzvetan Todorov

Brava Italia per quel sussulto di democrazia
Lo storico bulgaro analizza i «nemici intimi» del governo democratico: lo squilibrio tra potere politico e giudiziario, la carenza di pluralismo dell’informazione con chiari riferimenti al nostro passato recentissimo

di Maria Serena Palieri  l’Unità 8.3.12 da Segnalazioni


Non serve una rivoluzione. Basta un sussulto di democrazia. Siete proprio voi italiani a dimostrarlo...» dice Tzvetan Todorov. Il grande ed eclettico studioso, bulgaro naturalizzato
francese, lo storico delle idee che ha analizzato la conquista dell’America come le avanguardie artistiche del Novecento, l’idea dell’Altro come quella dello scontro di civiltà, a Roma, domenica, chiuderà «Libri come» con una lectio magistralis. Il suo ultimo libro, appena uscito in Francia per Robert Laffont, si chiama Les ennemis intimes de la démocratie (in autunno uscirà da noi per Garzanti) ed è appunto su questo tema, i germi che possono crescere dentro un organismo democratico e intaccarlo dal suo stesso interno, che intratterrà il pubblico. Quali sono i «nemici intimi» della democrazia? Per esempio lo squilibrio tra potere politico e potere giudiziario, oppure la carenza di pluralismo mediatico, elenca Todorov, facendo palese riferimento al nostro passato recentissimo. Dal quale, aggiunge appunto, noi stessi dimostriamo che si può uscire per via non traumatica né violenta, con un semplice «sussulto di democrazia».
Lei, professor Todorov, scrive che la questione della libertà è entrata molto presto nella sua vita. Quando? E perché?
«Sono cresciuto in un Paese che all’epoca apparteneva al mondo comunista sovietico. Era un mondo i cui principi non lasciavano il minimo spazio alla libertà individuale. Il bene collettivo aveva la meglio in tutti i campi. Perfino nell’indicare la larghezza dei pantaloni o la lunghezza delle gonne: un pantalone troppo aderente denotava la sudditanza al modello occidentale. Noi, giovani della mia generazione, sognavamo la libertà. Se c’era qualcosa che ci portasse ad avere una visione benevola delle società occidentali, era il loro culto della libertà individuale».
Nel blocco sovietico essa era davvero del tutto preclusa?
«Giocavamo al gatto e il topo. Cercavamo di proteggere i nostri orticelli. Mi ricordo che uno dei miei primi lavori di scrittura, a ventidue anni, fu presentare una pagina di giornale sulla Resistenza comunista. Erano persone che avevano lottato per la libertà e titolai appunto così: “Per la libertà”. Il giorno dopo la gente mi fermava per strada per dirmi “bravo!”. Ecco, io ho nutrito un attaccamento viscerale, anche ingenuo, per questa parola. Ma 50 anni
dopo mi accorgo che la parola è usata in modi che non condivido».
Chi parla di libertà in modo sbagliato?
«Tutti i partiti e i movimenti di estrema destra, in Europa, hanno questa parola nel motto. Così io dico che non posso difendere questa parola in modo indiscriminato».
Da noi la destra estrema è identificabile con la Lega. Che – se non usa la parola «libertà» in senso letterale – la evoca però di continuo. Ma siamo su un terreno scivoloso. Quali sono i limiti entro cui la libertà va costretta?
«La libertà permette di acquisire un certo potere. Ora, in democrazia è necessario che tutti i poteri siano “contenuti”, abbiano un limite in base all’interesse comune. Ecco perché la libertà può diventare una minaccia. Se chi dispone della libertà ha un potere forte, ha la possibilità di levarci la nostra. Di opprimerci. Non lasciare la volpe libera nel pollaio, dice il proverbio. Perché, se è libera, la volpe impedisce ai polli di esserlo. Prendiamo la libertà di stampa: a fine 800 il primo organo dell’antisemitismo moderno cioè l’antisemitisimo fondato non sull’accusa, per gli ebrei, di deicidio, ma sull’idea del loro “complotto” – fu fondato da Edouard Drumont e si chiamava “La libre parole”. La libertà di stampa è indispensabile in quanto contropotere. Ma, in quanto potere, va “contenuta”. Non è la stessa cosa prendersela con dei potenti o con dei deboli, prendersela con i rom, i musulmani, gli ebrei tra le due guerre. Oltre la stampa io metto in questione tutta l’ideologia ultraliberista che esalta la libertà individuale senza pensare al bene collettivo. Questi, in democrazia, sono i due piatti della bilancia. Se non sono presenti entrambi ondeggi tra totalitarismo sovietico ed estremismo ultraliberale. Caduto il Muro, è questo secondo che ha soppiantato il primo».
Pensa soprattutto all’Europa?
«È in Europa che prendono sempre più spazio i movimenti di estrema destra che hanno per obiettivo gli stranieri: in Olanda, in Francia, in Austria, in Germania dove il libro di Thilo Sarrazin, con la sua tesi che i musulmani sono troppi e fanno troppi figli, ha venduto due milioni di copie, non è uno scherzo!».
Ha in mente un rimedio?
«Sono uno storico, non un politico. Guardo sul lungo periodo e lancio un allarme. In realtà basterebbe applicare le Costituzioni che già abbiamo».
C’è stata un’età dell’oro della democrazia a cui fare riferimento?
«No, la democrazia per sua natura non pretende la perfezione. È il suo tratto più avvenente: è giudicabile secondo i suoi stessi principi, al contrario della teocrazia. La democrazia coincide con la vigilanza su se stessa».
La democrazia è esportabile?
«La fine della guerra fredda ha portato risultati positivi: è finita la contrapposizione tra arsenali nucleari e i Paesi dell’Est hanno potuto scegliersi un proprio destino. Ma il permanere di una sola superpotenza ha portato anche a una serie di guerre: invadiamo, distruggiamo, uccidiamo col pretesto di esportare i Diritti dell’Uomo, come nell’800 si faceva in nome della Civiltà. È un nuovo messianismo. In Iraq, Afghanistan, Libia...».
Libia?
«Anche lì. È vero, c’era un dittatore. È vero, non abbiamo occupato il Paese. Ma ci sono già stati 50.000 morti. E niente ci dice che il governo attuale sia meglio del precedente. A ispirare la rivolta sono stati due ex ministri di Gheddafi».
Non vede differenza tra Bush e Obama?
«In questo senso no. C’è una continuità, quella della politica del presidente degli Stati Uniti. Obama, certo, ha fermato la tortura, è un bene. Ma non ha chiuso Guantanamo, ed è un male».
Cosa pensa della primavera araba?
«Parliamo di “primavere” al plurale. In Egitto e Tunisia sono ribellioni contro le derive autocratiche. In Occidente ci siamo stupiti che l’esercizio della democrazia abbia portato al potere i partiti islamisti. Volevamo che quei Paesi diventassero “come noi”. Ma è presto per capire. È presto per vedere se nascerà lì quell’equilibrio di poteri che noi, appunto, chiamiamo democrazia».

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