mercoledì 14 marzo 2012
Una apologia del liberalismo ideale e idealizzato
Il sottofondo liberale dell'opera di Cicerone
Fu elogiato da Voltaire e da Montesquieu
di Dino Cofrancesco Corriere della Sera 14.3.12 da Segnalazioni
L' amicizia, scriveva Voltaire nel Dizionario filosofico, è un «contratto tacito tra due persone sensibili e virtuose. Dico "virtuose", perché i malvagi hanno soltanto dei complici, i gaudenti dei compagni di bagordi, gli affaristi degli associati, i politici dei partigiani, gli oziosi dei rapporti occasionali, i principi dei cortigiani; ma solo gli uomini virtuosi hanno amici». Il principe degli illuministi rendeva, in tal modo, omaggio all'autore del Laelius de amicitia, che il «Corriere» ripropone domani con il titolo L'amicizia, da lui strenuamente difeso nella voce «Cicerone», dove mostrava quale valoroso combattente fosse stato nella difesa delle istituzioni repubblicane quando, questore, aveva fatto condannare il corrotto propretore della Sicilia, Verre; console, aveva represso l'eversione di Catilina e combattuto senza tregua il violento demagogo Clodio; proconsole in Cilicia, aveva dato prova di saggezza e competenza. Il legame tra virtù e amicizia, infatti, era al centro del dialogo ciceroniano, la cui tesi era «che non vi può essere amicizia che tra buoni». Nella visione di Cicerone, non v'era posto per l'utilitarismo: non sono la mancanza di qualcosa, il bisogno di aiuto, l'incompletezza a far cercare l'amico, ma le «affinità elettive» tra individui di elevato sentire, la condivisione di valori alti — onestà, rettitudine, amore del giusto e del vero.
Qui s'innestava il significato «politico» dell'amicizia, non sfuggito a un altro grande ammiratore di Cicerone, Montesquieu, che, nei suoi Pensieri, aveva rilevato — anch'egli con la mente rivolta al Lelio — che, a Roma, la «costituzione dello Stato era tale che ciascuno era portato a farsi degli amici» e che tale rete di rapporti era la migliore difesa contro la tirannia. In una bellissima pagina del dialogo si legge: «Chi rimira un amico rimira come una immagine di se stesso» e «se toglierai alla natura il vincolo dell'affetto, né una casa potrà reggersi, né una città, e nemmeno l'agricoltura durare. E se questo non si capisce, quanta cioè sia la forza dell'amicizia e della concordia, lo si può vedere chiaramente dai dissidi e dalle discordie. Quale casa, infatti, è così salda, quale città così forte, che odii e disordini non possano rovesciarla dalle fondamenta? Da questo si può giudicare quanto di buono vi sia nell'amicizia».
Non meraviglia, alla luce di questa concezione dell'amicizia come garanzia dal dominio del tiranno e dalle fazioni che alimentano le discordie civili, se nel XIX secolo, alla voce «Liberalismo» del prestigioso Dictionnaire générale de la politique (1863) di Maurice Block, si poteva leggere che «lo spirito liberale è sempre stato presente e attivo nel mondo civile» e che ne è la riprova Cicerone, «un pubblicista e un uomo di Stato liberale». Il politico — che, per Voltaire, valeva «da solo quanto tutti i filosofi greci» — poteva aver commesso, anche per «vanità» personale, errori tattici e strategici, specialmente nel suo ultimo pendolare tra Pompeo e Cesare, tra ottimati e popolari, ma a ispirarlo fu sempre la salus della res publica, il progetto irrinunciabile di fondare la libertà su una classe dirigente responsabile ed esperta, in grado di aprirsi alle energie nuove dell'economia e alle «classi medie» di una società civile sempre più complessa e, insieme, di contenere le potenzialità eversive delle plebi urbane. Fu tale progetto a farne il simbolo della libertà antica e moderna in un'epoca in cui il realismo conservatore, da un lato, e il cesarismo bonapartista, dall'altro, inaugurarono la stagione delle analisi disincantate sui mali e le debolezze dei regimi democratici fondati sullo Stato di diritto. Cicerone parve, a destra e a sinistra, come l'uomo d'altri tempi incapace di comprendere i bisogni delle masse e la necessità di radicali riforme politiche richieste dall'imperium.
È non poco singolare che, a difenderlo da tali accuse ante litteram, fosse un personaggio straordinario, un intellettuale e statista afro-haitiano, amico di Lamartine e di Victor Hugo, Demesvar Delorme, che, in un denso capitolo di Les théoriciens au pouvoir (1870), non solo spiegò, con brillanti argomentazioni liberiste, le ragioni dell'ostilità di Cicerone alle «leggi agrarie», ma vide in lui il «teorico del regime razionale delle capacità», precursore lontano di quello che avrebbe visto la luce nel 1688 in Inghilterra. «Quest'uomo, uno dei più grandi di tutta l'antichità, aveva consacrato tutta la sua vita a un'idea fissa: quella di sostituire il regno della forza col potere della ragione. Cedant arma togae, è l'eredità politica e sociale che l'umanità persegue ancora ai nostri giorni».
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