giovedì 19 aprile 2012
Contraddizioni in seno alle élites parte 2
Non confondere liberali con liberisti
di Gianfranco Pasquino
Corriere della Sera 19.4.12 da Segnalazioni
Esiste una concezione minimalista delle democrazie
liberal-costituzionali: elezioni libere, diritti politici, governi che
si formano e cambiano in Parlamento, luogo nel quale si esprime la
sovranità popolare. Se coloro che si dichiarano liberali, in Italia,
conoscessero anche soltanto questo essenziale principio, si
risparmierebbero gli strafalcioni nei quali incorre furiosamente Piero
Ostellino (Corriere della sera del 16 aprile). Alquanto ritrita e del
tutto sbagliata è la tiritera sul governo Berlusconi eletto dal popolo,
il quale, al massimo — e i liberali dovrebbero esserne preoccupati e
combattere una vigorosa battaglia per la riforma elettorale — aveva
messo una crocetta sul simbolo di un partito. Un po' poco per esprimere
la sovranità popolare: peccato che Ostellino non se ne sia accorto.
Dovendo scegliere non ho nessun dubbio da che parte stare. Le cronache
della politica nazionale le leggo sul Corriere. La mia parte politica
alla quale Ostellino nella sua furia cieca attribuisce le mie
elaborazioni che hanno, invece, fondamento in quella conoscenza
comparata dei sistemi politici che a lui manca del tutto, sono
chiaramente le socialdemocrazie nordiche. Poiché il liberalismo non va
affatto confuso con il liberismo, le socialdemocrazie nordiche sono, dal
punto di vista delle loro istituzioni, democrazie
liberal-costituzionali. Il loro grande apporto è stato quello di
combinare le politiche economiche del liberale Keynes con elementi di
welfare anch'essi di solida impronta liberale. È il liberalismo del
filosofo politico John Rawls. Purtroppo, Ostellino non è riuscito ad
andare oltre la mia introduzione. Difficile negare che la «società
giusta» di Rawls sia l'esito che le istituzioni liberali intendono
produrre. Facile, invece, spiegare perché i liberali italiani siano
quattro gatti senza collare (qualcuno anche senza pudore). Troppi fra
loro credono che essere antisocialisti sia sufficiente per definirsi
liberali. Anche i conservatori e i reazionari sono antisocialisti ma
questo non serve loro per comprarsi il biglietto d'ingresso nel giardino
del liberalismo politico e del costituzionalismo. Poiché i liberali
sanno che «provando» si può anche sbagliare e che la storia impartisce
dure repliche, concluderò suggerendo a Ostellino di «provarci» ancora a
confutare il liberalismo dei liberali classici da Montesquieu a Kant, da
Tocqueville a Mill, magari dopo avere letto anche soltanto gli articoli
loro dedicati da Paradoxa.
Professore di Scienza politica all'Università di Bologna
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento