martedì 3 aprile 2012

Il PD cerca il modo per non perdere la faccia ma sara Monti a cambiargli i connotati

Ovviamente, un rafforzamento del ruolo del giudice nelle vertenze per licenziamento economico senza giusta causa non cambierebbe una virgola nella sostanza politica della controriforma del mercato del lavoro, nell'azione complessiva del governo golpista e nel destino suicida del PD. Il peggio deve ancora venire [SGA].

La linea Maginot del Pd. Senza reintegro, si rompe

«Su questo non molliamo». Bersani lo va ripetendo a tutti: non accetterà una riforma che preveda il solo indennizzo per i licenziamenti economici

di Simone Collini l’Unità 3.4.12



«Sul reintegro non molliamo». Pier Luigi Bersani lo ha spiegato chiaramente a tutti i suoi interlocutori, nei colloqui che ha avuto nelle ultime ore. Il Pd non accetterà una riforma del mercato del lavoro che preveda il solo indennizzo monetario in caso di licenziamenti per motivi economici illegittimi. I margini per rivedere il testo uscito dal Consiglio dei ministri del 23 marzo ci sono, secondo Bersani. «Ragionando e approfondendo un’intesa è possibile», è il messaggio con cui rassicura i lavoratori che incontra nella fabbrica Fiamm di Lonigo, in provincia di Vicenza. E poi, a sera, partecipando all’iniziativa organizzata a Bologna da l’Unità, insiste sul fatto che «il lavoratore deve essere pienamente padrone dei propri diritti».

Il leader del Pd ha discusso delle possibili modifiche da apportare alla riforma con esponenti del mondo sindacale ma anche con imprenditori e, ovviamente, con esponenti del governo. E la battuta a cui spesso ha fatto ricorso è questa: «Noi siamo gente flessibile ma che non ama spezzarsi, soprattutto sui diritti dei lavoratori».
Fermo restando che per Bersani il problema non è l’articolo 18 ma «come dare un po’ di lavoro», sbloccare gli investimenti, avviare politiche industriali (e i dati Istat diffusi ieri vengono letti come una conferma in questo senso) il modello a cui guarda il Pd è quello tedesco, che prevede che sia il giudice a decidere se un lavoratore licenziato per motivi economici senza giusta causa debba essere reintegrato nel posto di lavoro o indennizzato economicamente. Un modello a cui guardano con favore tutte le sigle sindacali e su cui ultimamente non hanno chiuso le porte neanche Pdl (al quale il Pd ha assicurato un’apertura sulla «flessibilità in entrata») e Udc. Per questo Bersani non vuole «neanche prendere in considerazione» l’ipotesi che l’esecutivo invece tiri dritto senza ascoltare gli appelli a trovare soluzioni condivise che arrivano da ogni parte (Cei compresa). Perché «incaponirsi» e lasciar cadere nel vuoto soluzioni che potrebbero evitare uno «stato di ansia e di instabilità in tutti i cittadini» non sarebbe una buona mossa da parte del governo, soprattutto in una situazione sociale già resa esasperata da una «instabilità economica tutt’altro che finita». E perché è chiaro che in Parlamento, col Pd messo di fronte a un «prendere o lasciare», il rischio rottura sarebbe molto alto. Anche per una ragione che sottolinea il responsabile Economia del Pd Stefano Fassina: se il Parlamento fosse messo di fronte alla necessità di «approvare per forza» quanto deciso dal governo, «sarebbe un disastro per la democrazia».
I contatti col governo si sono intensificati in queste ultime ore e Bersani aspetta di ricevere oggi da Monti, dopo l’incontro del presidente del Consiglio con Elsa Fornero, il testo della riforma sul mercato del lavoro. Il pressing sul capo del governo per modificare la parte relativa ai licenziamenti per motivi economici è andata avanti, col Pd che ha offerto come contropartita la garanzia che il disegno di legge verrà approvato in prima lettura prima delle elezioni amministrative. Bersani ne ha discusso anche con il leader del Pdl Angelino Alfano e con quello dell’Udc Pier Ferdinando Casini. Ovviamente dipenderà dal trovato accordo o meno il via libera in almeno uno dei due rami del Parlamento prima del voto di maggio.
Ma già oggi si capirà quale atteggiamento assumerà il governo in questa partita e poi di fronte alla discussione in Parlamento: se nei giorni scorsi si prevedeva che il governo rendesse noto l’articolato della riforma subito dopo il Consiglio dei ministri di oggi, i segretari sono stati rassicurati sul fatto che il testo verrà inviato a Napolitano per la firma solo dopo aver ascoltato le loro osservazioni. Basteranno poche ore per capire se sarà effettivamente così.

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