lunedì 16 aprile 2012
Sinistre 1. La sinistra lib-lab e la crisi della politica: alla ricerca di un improbabile keynesismo sovranazionale
La fine del compromesso tra capitalismo e democrazia ha aperto la strada a un liberismo in cui il mercato è regista e la politica va tenuta nell’angolo. Per questo occorre rilanciare la sfida del governo democratico e della «ragione pubblica»
di Nadia Urbinati l’Unità 15.4.12
Intervista a Lucrezia Reichlin
La docente alla London Business School: «I cittadini Ue non vogliono condividere il rischio, nessun partito se la sente di sfidare questo sentimento. Così, addio euro»
di Bianca Di Giovanni l’Unità 15.4.12
Intervista a Max Gallo
«La Francia può essere il perno di un’alleanza che spodesti Merkozy»
Lo storico: «Hollande mi ricorda Mitterrand: vuole unire invece che dividere Però di fronte all’inquietudine del Paese deve ancora fare un salto di qualità» di Umberto De Giovannangeli l’Unità 15.4.12 da Segnalazioni
Nell’opinione pubblica francese è diffuso, e trasversale, un profondo senso di inquietudine, di incertezza per il futuro e di paura del presente. È un disagio che va oltre l’aspetto sociale per divenire esistenziale. C’è un bisogno di certezze, di rassicurazioni, a cui i programmi dei due maggiori candidati all’Eliseo non danno risposte adeguate o comunque percepite come tali». A sostenerlo è Max Gallo, storico, biografo, romanziere di fama internazionale, seggio numero 24 all’Académie française. Gallo è stato anche portavoce del governo socialista Mauroy, nel primo settennato all’Eliseo di François Mitterrand. Professor Gallo, come valuta la campagna presidenziale entrata in una fase cruciale?
«È una campagna contraddittoria. Segnata fortemente da una grande attesa, fatta di inquietudine e speranza, a cui però non corrisponde una proposta all’altezza da parte dei due maggiori candidati all’Eliseo, Nicolas Sarkozy e Francois Hollande. La Francia è stretta in un angolo, l’opinione pubblica è consapevole che occorre cambiare e cambiare qualcosa di importante; al tempo stesso, è diffuso un senso di incertezza e di paura perché si avverte che i costi del cambiamento possono essere, saranno alti. Non è più il tempo di operazioni di maquillage politico, di una retorica che si limita a enunciare principi astratti senza poi farli calare nella realtà. Ecco, se da storico dovessi sintetizzare lo spirito della Nazione in questa fase, metterei in evidenza l’inquietudine, la paura per il futuro e un mix di preoccupazione e aspettativa rispetto ai cambiamenti necessari per togliere la Francia dall’angolo».
Lei parla di risposte non all’altezza da parte dei due candidati più accreditati. Può fare un esempio di questa inadeguatezza?
«In una recente intervista televisiva, al giornalista che chiedeva loro quale misura avrebbe preso immediatamente, una volta “conquistato” l’Eliseo, Hollande ha risposte che avrebbe diminuito il salario del Presidente, del Primo ministro e dei membri del governo. Una misura che certo ha un forte valore simbolico ma che è ben poca cosa a fronte del 1.700 miliardi di euro di debito della Francia. Quanto a Sarkozy, ha balbettato che avrebbe modificato il giorno di erogazione delle pensioni... Un esempio, per dire della difficoltà dei due candidati a parlare il crudo linguaggio della verità”; una difficoltà che racconta il gap esistente tra la portata del cambiamento necessario per uscire dalla crisi e le risposte fornite da Hollande e Sarkozy. Siamo ancora in attesa di un salto di qualità».
Guardando più da vicino i programmi dei due maggiori candidati alla Presidenza, quali sono, a suo avviso, i tratti peculiari, caratterizzanti della visione di Hollande e di quella di Sarkozy? «Quello di Hollande è un programma in linea con la tradizione e la cultura politica socialdemocratica; un programma che non indica una prospettiva rivoluzionaria, ma che punta a una ricetta “keynesiana” aggiornata ai tempi. Hollande punta a rilanciare la spesa pubblica finalizzandola alla creazione di 150mila nuovi posti di lavoro. Un impegno nobile, ma si fa fatica, come rilevano autorevoli economisti, a credere che per realizzare questo programma sia sufficiente, come indica Hollande, puntare su una fiscalità più dura per i “ricchi”. Una indicazione carente soprattutto se rapportata alla scommessa di Hollande: innalzare la crescita economica del 2% in due anni...».
E Sarkozy?
«Il suo programma è alquanto lacunoso sulle misure necessarie per rilanciare la crescita, laddove Hollande mette l’accento facendo di questo, della crescita”, un punto di forza, di identità. Sarkozy, invece è più puntuale nell’indicare gli interventi a suo avviso necessari per contenere il costo del lavoro».
Professor Gallo, è possibile azzardare una previsione su chi vincerà la corsa all’Eliseo?
«Gli ultimi sondaggi concordano nel dare Hollande in vantaggio al primo turno e favorito nel ballottaggio. Se ci si affida ai sondaggi, la vittoria del candidato socialista non è in dubbio. Ma la sorpresa è sempre possibile. Lo stesso Hollande ne è consapevole e per questo mantiene un profilo prudente, evitando toni trionfalistici. D’altro canto, Hollande si vuole rassicurante, un politico che unisce invece di dividere. È una scelta, ma credo che faccia anche parte del suo temperamento. E lo dice uno che l’ha conosciuto e visto all’opera da giovane: è stato il mio direttore di gabinetto quand’ero ministro. Era giovanissimo: 26 anni. Era preparatissimo ma, ed è l’unico appunto che potevo fargli quando lavorava con me, mostrava un’abilità manovriera perfino eccessiva per un giovane». Quale immagine di sé sta dando in questa campagna elettorale la “gauche”? Mi riferisco in particolare ala campagna di Jean-Luc Melanchon, il candidato all’Eliseo del Front de Gauche.
«Vede, nella storia di Francia, direi a partire dal 1793, dalla Rivoluzione dei Lumi, è sempre esistito uno spazio, più o meno vasto, per una sinistra-sinistra, radicale, estrema. Questo spazio politico è stato coperto per mezzo secolo dal Pcf. Ora è la volta di Melanchon, che dà corpo ad una realtà, quella di una sinistra radicale, profondamente inserita nella storia nazionale. Per questo ritengo che il Front de Gauche sarà presente, non in un’ottica residuale, nella vita politica francese, e questo anche perché Melanchon ha dato vita ad una campagna abile, sia dal punto di vista mediatico che nel puntare con decisione su un principio caro alla sinistra: quello di “egalitè”. Melanchon lo assolutizza e così facendo intercetta un pezzo di elettorato gauchista che non è attratto dal “pragmatismo” riformista di Hollande».
Per restare a Hollande, in una intervista di non molto tempo fa, lei ha sostenuto che c’era in lui qualcosa che le ricordava Mitterrand. Cosa in particolare?
«Esteriormente, una certa gestualità e il modo di parlare. Nella sostanza, il suo profondo legame con il territorio e la volontà praticata di mantenere il contatto con la gente, con il mondo reale».
Quanto può pesare il voto francese in chiave europea?
«Può avere un peso reale, un peso importante. Finalmente in Europa c’è consapevolezza della portata della crisi: il 10% di disoccupati, la crescita che non c’è, il rigore e l’austerità che sono premessa ineludibile di un disegno di uscita dalla crisi che non può, per l’appunto, esaurirsi con le sue premesse. Qualcosa però sta germinando e la Francia può fare la sua parte e candidarsi a un ruolo nuovo, ambizioso...».
Di quale ruolo si tratta?
«Quello di diventare il perno propulsore di un asse del Sud Europa, con Italia, Spagna, Grecia, Portogallo. Un’alleanza in grado di bilanciare la potenza della Germania. Il che significa rimettere in discussione la linea del “Merkozy”, l’alleanza stabilità da Sarkò con la cancelliera Merkel. Questa linea va superata ed esistono le possibilità che la Francia del futuro possa essere vettore di un Sud Europa che fa valere i propri interessi nei confronti degli Stati dell’Est».
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