sabato 5 maggio 2012
George Steiner e la Bibbia ebraica
George Steiner: Un'introduzione alla Bibbia ebraica, Vita e Pensiero 2012
George Steiner, uno degli ultimi grandi
spiriti europei, si misura in queste pagine con il libro dei libri, la
Bibbia. Le Scritture ebraico-cristiane sono al cuore della cultura
occidentale, ne sono il testo di fondo, il 'grande codice'. Come nessun
altro libro, la Bibbia ha plasmato la nostra concezione del mondo, di
Dio, dell'uomo, della creazione, diventando anche la trama di fondo
della letteratura stessa, da Shakespeare a Moby Dick, a Kafka e
innumerevoli altri. Lo ha fatto - e continua a farlo - ponendo
incessantemente delle domande, fonte zampillante e inesausta di cultura.
In questo libro, Steiner regala una meditazione sulla trascendenza e
sul senso stesso della lettura e della scrittura, sia essa di Dio o
dell'uomo.
Moby Dick, Trotzkij, i Khmer rossi: la Bibbia parla della modernità
Geremia, Giona e Amos: modelli attuali secondo George Steiner
di Gianfranco Ravasi s. j. Corriere 5.5.12 da Segnalazioni
L'affascinante itinerario biblico che George Steiner, docente delle più
prestigiose università di Occidente, propone nel suo saggio smentisce
ininterrottamente un'ermeneutica «ascetica», pronto ad andare oltre i
sentieri d'altura o le sole piste della steppa.
Egli, infatti, rimane
fedele al suo programma critico generale, insofferente del new
criticism formalistico: quest'ultimo nega o ignora i contesti storici,
le referenzialità, la soggettività autoriale, il pre-testo e il
para-testo che procedono ed eccedono ogni singola opera, ed esclude il
rilievo del lettore coinvolto dallo scritto. Tutte queste dimensioni
valgono, invece, a livello supremo per il Libro per eccellenza com'è la
Bibbia, una realtà vivente trasmessa nei secoli dalla selce al silicio e
simile al «mormorio di una fonte lontana» echeggiante in un oceano di
altre pagine. Un testo che è talmente oltre se stesso da essere causa
degli effetti i più disparati, dalla mistica alla guerra, generati dalla
sua straordinaria energia performativa. È per questo che Steiner si
trova a suo agio nella sontuosa vitalità e fecondità del Libro sacro.
Quasi
in ogni sua parola la Bibbia è stata ammantata da una nube di
commentari che talora ne offuscavano la luce, ma altre volte si
rivelavano come una galassia di luminose stelle interpretative. I
lettori dei testi biblici nei secoli hanno, infatti, inforcato le lenti
ermeneutiche più sofisticate — dall'allegoria al letteralismo, dal
metodo storico-critico agli approcci contestuali più vari, giuridici,
sociologici, economici, psicoanalitici, femministi, semiotici e altri
ancora — nell'incessante sforzo di decifrare tutte le iridescenze di
quelle parole. Questo caleidoscopio esegetico era per altro postulato
dalla polisemia insita in quella lingua apparentemente così povera
quantitativamente (tutto il lessico ebraico biblico è fatto di soli
5.750 vocaboli) e qualitativamente, perché simile alle pietre di quel
deserto in cui è sbocciata. Eppure essa è capace di irradiazioni
semantiche insospettate e Steiner ne estrae alcune note (davar, «parola»
e «atto») e altre meno praticate, sempre attento a ricordarci, ad
esempio, che le traduzioni di quelle frasi antiche nei moderni idiomi
hanno sortito uno straordinario effetto generativo a livello linguistico
generale: «le due principali costruzioni della lingua inglese sono,
infatti, Shakespeare e la Bibbia di re Giacomo». A tal punto che un
altro celebre traduttore inglese come William Tyndale giungeva a
scrivere che «la lingua greca (biblica) si accorda più con l'inglese che
col latino, e le proprietà dell'ebraico s'adattano mille volte più
all'inglese che alla lingua latina» della celebre Vulgata di Girolamo.
(...)
Ininterrotto è, dunque, il contrappunto che questa
originalissima «introduzione» instaura tra il testo originale e la sua
eco successiva, talora invertendo i percorsi per cui può essere l'oggi a
gettare luce sul passo antico (Trotzkij è convocato per Geremia, i
Khmer rossi per Amos, Moby Dick per Giona, e così via in una lista
infinita di «inter-cessioni»).
Non per nulla l'ultima tappa di questo
itinerario testuale comincia con una considerazione scontata ma del
tutto ignorata nei nostri giorni smemorati: «Quanto spoglie sarebbero le
pareti dei nostri musei se private delle opere d'arte che illustrano,
interpretano o fanno riferimento ai temi della Bibbia. Quanto silenzio
ci sarebbe nella nostra musica occidentale, se ne espungessimo i
contesti, le trasposizioni e i motivi biblici», per non parlare poi
delle pagine che rimarrebbero bianche nella letteratura... La
post-modernità — ammesso che sia una categoria valida e un'atmosfera
oggi ancora respirabile — ha consumato ormai un divorzio col «grande
codice» biblico. Anzi — è sempre Steiner a notarlo — oggi «il linguaggio
stesso è in condizione di transito», come accadeva a Israele in marcia
verso la Terra Promessa. La meta attesa è quella nella quale «la parola e
il significato ritorneranno a essere una cosa sola, come accadeva
nell'Eden, fino allo scoccare dell'ora messianica».
E qui affiora un
interrogativo estremo che Steiner, collocato sulla frontiera (per altro
mobile) dell'agnosticismo, lascia qua e là brillare, ma che non affronta
mai di petto. Si intravede a questo livello, a mio avviso, la sua
radicale differenza dal poeta e amico Thomas S. Eliot, che era invece
proteso a cercare il «point of intersection» tra «time and timeless» sia
nel testo biblico sia nella storia, tanto per usare il linguaggio dei
Quattro quartetti. La Bibbia, infatti, si autopone come «parola di Dio»
in parole umane, è «attestazione» di un Altro, come ripetono i Profeti.
L'«Io-Sono» della celebre autodefinizione divina dal roveto ardente del
Sinai ha in sé tutta la forza provocatrice della persona (Io) che esiste
e agisce (Sono).
Steiner, di fronte a questo orizzonte misterioso
del Libro, si arresta apparentemente sulla soglia del «senso comune e
del positivismo» che riconosce alla Scrittura un'«eccezionale qualità e
impatto», senza voler impegnarsi oltre, nella «teo-logia», col rischio
che «si inizi con la nebbia e si finisca nello scisma».
Eppure, se si
leggono le ultime due o tre pagine del saggio, l'autore della Lezione
dei maestri traccia una linea di demarcazione («E tuttavia…») con tutto
quanto fino a quel momento ha affidato ad analisi testuali. E
dall'oggettivo passa al soggettivo testimoniale: «Ora parlo solo per
me». E con un senso di vertigine, di cecità e di disorientamento si
immedesima per un istante in Giobbe o in Qohelet, in Isaia o in un
salmista, uomini e donne che pranzano, come ogni altra creatura, eppure
hanno incontrato un Altro e hanno sperimentato e vissuto un Oltre: «Mi
ritrovo ad annaspare», confessa Steiner, «verso una qualche nozione di
"surrealismo", un ordine di ispirazione (...) per il quale non
disponiamo di alcun adeguato metro di paragone, né di alcuna spiegazione
naturalistica soddisfacente».
A questa feritoia egli si affaccia,
rimanendo impaurito e attonito, mentre sente echeggiare la voce del Dio
di Giobbe: «Chi è costui che oscura la mia ‘esah (ossia il mio
"progetto" trascendente) con parole insipienti?» (38,2). Forse aveva
ragione il Kierkegaard del Timore e tremore quando affermava: «La fede è
la più alta passione di ogni uomo. Ci sono forse in ogni generazione
molti uomini che non arrivano ad essa, ma nessuno va oltre».
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

Nessun commento:
Posta un commento