lunedì 21 maggio 2012
Il PD alla ricerca di un nuovo marchingegno per trasformare in una maggioranza la propria minoranza e fottere tutti
Meglio due turni, ma senza adottare il modello francese
di Cristoforo Boni l’Unità 21.5.12
L’APERTURA FATTA DA PIER FERDINANDO CASINI HA RIAPERTO IL CONFRONTO SUL
DOPPIO TURNO. Non è detto che il Pdl offra analoga disponibilità: anzi,
fin qui i segnali sono sempre stati negativi. Silvio Berlusconi oppone
da anni uno sbarramento di principio al doppio turno. E il suo partito
procede con inerzia, benché lo scenario si sia modificato e
probabilmente anche a destra il doppio turno potrebbe offrire oggi uno
strumento di ricomposizione politica. In realtà la Seconda Repubblica,
dietro lo
schermo delle coalizione coatte, ha sempre alimentato la frammentazione,
tuttavia le immagini che le amministrative proiettano sul futuro
potrebbero diventare ancora più coatiche, avvicinando lo spettro della
Grecia.
Il doppio turno è oggi un’opportunità. Anche perché sul tavolo non c’è
la proposta di importare il modello delle legislative francesi, che in
tutta evidenza si regge perché ha alle spalle un presidente della
Repubblica eletto direttamente dal popolo. Sul tavolo c’è una proposta
che rispetta l’autonomia delle forze intermedie (purché superino la
soglia di sbarramento) e che recepisce alcuni elementi virtuosi del
modello tedesco, riducendo i rischi di ingovernabilità o di Grande
coalizione.
In sostanza, la competizione elettorale in Italia potrebbe svolgersi al
primo turno come in Germania: candidati di partito nei collegi
uninominali e nelle liste (corte) circoscrizionali; sbarramento al 5%,
quota proporzionale vicina al 50%. Meglio che in Germania si potrebbe
prevedere un solo voto anziché due: il voto disgiunto rischierebbe
infatti di diventare un fattore di corruzione.
La novità decisiva rispetto al sistema tedesco starebbe però nello
sviluppo su due turni della competizione uninominale. Se nessuno
raggiunge al primo turno il 50% si procede a un secondo scrutinio, al
quale vengono ammessi i candidati che hanno superato uno sbarramento non
inferiore al 10-12% dei voti. Ed è fra il primo e secondo turno che
potrebbero formarsi le coalizioni davanti agli elettori: con desistenze
tra candidati nei collegi contesi. Dunque, non più coalizioni coatte,
strumentali al mito dell’unto del Signore e incapaci di governare, ma
alleanze funzionali a formare una maggioranza parlamentare. I partiti
intermedi perderebbero, è vero, un po’ di rappresentanza a favore dei
partiti maggiori. Ma non sarebbero minacciati nella loro autonomia,
potendosi presentare al primo turno con il proprio candidato premier e
il proprio programma. Il governo, in tutta evidenza, dovrebbe essere poi
affidato al premier designato dal partito che ottiene la rappresentanza
parlamentare più consistente e che risulta capace di formare una
maggioranza coerente.
Senza doppio turno la frammentazione rischia di corrodere ciò che resta
della credibilità delle istituzioni. E non si può pensare di risolvere
il problema ancora con un premio di coalizione: il fallimento della
Seconda Repubblica è sotto gli occhi di tutti. La vera soluzione
alternativa sarebbe una riforma della Costituzione in senso
presidenzialista: al di là di robuste obiezioni di merito, vorrebbe dire
che non si cambierà il Porcellum prima delle prossime elezioni.
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