venerdì 4 maggio 2012
L'ideologia della guerra combattuta in nome dell'umanità e della democrazia: il libro di Fabio Mini
Fabio Mini: Perché siamo così ipocriti sulla guerra? Un generale della Nato racconta, Chiarelettere
La guerra non è solo manifestazione di potenza e spietatezza, essa
nasconde anche l'inganno e l'ipocrisia. Da sempre. Era falso il pretesto
della guerra di Troia, Elena, per la quale non valeva certo la pena di
intraprendere una spedizione di guerra e dieci anni di assedio. Era
falso il pretesto dell'incidente del Tonchino che ha dato l'avvio alla
guerra del Vietnam. Era falso il massacro di Racak del 1999 che ha
fornito il pretesto per la guerra in Kosovo. Era falso il pretesto delle
armi di distruzioni di massa di Saddam che nel 2003, in piena guerra
afghana, ha aperto un secondo conflitto portando l'America al collasso
d'immagine ed economico. Anche la pace è un pretesto ormai abusato e
ipocrita. Gli interventi militari diventano più accettabili se vengono
declinati in tutte le salse inglesi usando il prefisso "Peace": keeping,
making, enforcing, building, enhancing, support operations ecc. Il
termine "umanitario" esprime di per sé ipocrisia da quando ciò che si
chiamava correttamente Diritto bellico è diventato Diritto umanitario.
Sono ipocrite anche le scuse umanitarie addotte per far la guerra a
Gheddafi, non per quello che gli si è addebitato, che è tutto vero, ma
per quello che si è taciuto sulla connivenza di chi lo ha difeso e
persino di chi lo ha accusato. Mini pone cinque domande sulla guerra. A
tutte risponde forte della sua esperienza e non fa sconti a nessuno.
L'ipocrisia della guerra spacciata per pace
In Afghanistan combattiamo con onore in un conflitto già perduto
di Fabio Mini
Corriere 4.5.12 da Segnalazioni
Della guerra si colgono in genere gli aspetti eroici o drammatici.
Ma la guerra non è solo potenza: «è anche inganno sottile, nascosto,
come a sua volta è l'inganno della politica che deve dettare le
condizioni della guerra e fissarne gli scopi». «Perché siamo così
ipocriti sulla guerra?» è la domanda posta dal generale di corpo
d'armata Fabio Mini nel suo ultimo libro, edito da Chiarelettere, da
oggi in libreria. Mini, 69 anni, è stato capo di stato maggiore del
Comando Nato per il Sud Europa che, a partire dal gennaio 2001, ha
guidato il Comando interforze delle operazioni nei Balcani. Dall'ottobre
2002 all'ottobre 2003 è stato comandante della forza internazionale di
pace a guida Nato in Kosovo (Kfor). Ormai è deciso: staremo in
Afghanistan anche dopo il 2014, dopo il previsto ritiro dei soldati
americani. Non si tratta di combattere il terrorismo globale tra le
montagne afgane: non ci crede più nessuno. Ufficialmente dobbiamo
addestrare le forze militari e di polizia afghane a badare alla
sicurezza del loro paese. Visto che questo pacifico e interminabile
compito è anche lo stesso che da dieci anni maschera la nostra
partecipazione alla guerra in Afghanistan, viene il sospetto che sia un
pretesto per continuarla. È una guerra che stiamo combattendo con onore
al fianco degli americani fingendo di non vedere che l'hanno già
perduta. Sono stati sconfitti sul campo di battaglia nel 2003 quando
dovettero coinvolgere la Nato per l'incapacità di gestire la violenza
dei talebani e la corruzione del governo che avevano instaurato. Sono
sconfitti ogni giorno sul campo dell'etica militare per l'incapacità di
gestire l'eccesso di potenza, la frustrazione e i comportamenti degli
squilibrati.
Viene il sospetto che ancora una volta si ricorra
all'ipocrisia per giustificare interventi armati decisi da altri
scambiando la coesione con la piaggeria. Così staremo all'infinito in
Afghanistan, come in Iraq, in Libano e nei Balcani. È dal 1984 che un
nostro contingente non rientra avendo concluso la missione affidata. Nel
1994 i nostri soldati e quelli di mezzo mondo si ritirarono dalla
Somalia lasciandola in condizioni peggiori di quelle iniziali. Da allora
abbiamo preso parte a tutte le guerre mistificate limitandoci ad
avvicendare i contingenti senza mai fare un bilancio oggettivo sui
risultati, sulle strategie e sui sacrifici compiuti. L'ipocrisia delle
operazioni umanitarie, dell'assistenza militare, della costruzione di
nuove nazioni e dell'esportazione della democrazia si è affiancata a
quella della guerra e molte volte l'ha sostituita. La minaccia della
guerra si è trasformata in «minaccia della pace» e molti guardano ad
essa come ad una catastrofe che incombe sui grassi interessi che la
guerra garantisce ai soggetti pubblici e privati uniti più o meno
saldamente in cosche, cricche, bande. Inoltre la pace mette a nudo più
ancora della guerra le carenze politiche, d'idee, strategie, autonomia e
dignità nazionale. Per questo è diventata una minaccia per i
profittatori, i mediocri e i banditi costringendoli a spostare sulla
pace l'ipocrisia della guerra. Il processo è stato paradossalmente
favorito dalla nuova e generalizzata consapevolezza della sicurezza
umana. La guerra è intrisa d'ipocrisia: nasce dai pretesti, quasi sempre
basati su menzogne, e si conduce con l'inganno politico, strategico ed
operativo. Ma mentre sul piano strategico e tattico l'inganno è rivolto
al nemico, su quello politico prende di mira anche le proprie
istituzioni ed i propri eserciti. La guerra è ipocrita negli scopi
quando si affida alla retorica ed invece tratta concretamente
d'interessi, di affari. L'ipocrisia della guerra è un'arte con i suoi
esponenti geniali, mediocri e meschini; nasconde il gusto quasi lascivo
di chi ordina la guerra e perfino di chi la combatte; ed infine serve a
far diventare accettabile e normale tutto ciò che succede in guerra:
dall'eroismo alla nefandezza. Per millenni l'ipocrisia ha servito la
guerra con diligenza e tuttavia non è riuscita a eliminare i limiti
derivanti dalla sua eccezionalità e dalla sua transitorietà. La prima ne
ritardava l'avvio subordinandolo a una situazione che rendesse
necessario il ricorso alla forza come ultima risorsa. La seconda, la
transitorietà, poneva un limite alla durata dei conflitti fino a
renderli illegittimi se artificiosamente prolungati. Nel tentativo di
eludere tali vincoli i fautori politici, industriali e militari della
guerra si sono inventati pretesti inverosimili per renderla «preventiva»
e interminabile, per trarre il massimo dei profitti e dell'eccitazione
dalla sua costosa e sanguinosa «normalità». Una tale distorsione della
guerra ha provocato quella reazione emotiva in favore dell'etica e
dell'umanità che caratterizza il nostro tempo. Forse per la prima volta
nella storia la sicurezza è stata percepita in funzione e non in
sostituzione dei diritti dell'uomo, della sua salute materiale e ideale,
della sua dignità. All'improvviso la guerra è parsa insufficiente a
soddisfare le ambizioni e le velleità politiche, a placare gli appetiti
degli approfittatori e a coprire le deficienze strategiche, strutturali e
operative. E allora l'ipocrisia ha reso permanente la guerra
cambiandone il nome, agendo sulla pace, sulla democrazia e sulla libertà
che rendono tutto più facile: le ragioni della pace e della solidarietà
e le spese per conseguirle non devono essere razionali, eccezionali,
limitate e neppure giustificate o sostenibili. Le forze sono composte
soltanto di eroi e non necessariamente militari. La vittoria sul campo,
quella che portava alla cessazione delle ostilità e della violenza, può
finalmente essere evitata. O uccisa.
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