lunedì 21 maggio 2012

Non avrai altro Dio 2


la «Smart Defence» e l’industria Usa
di Franco Venturini  Corriere 21.5.12 da Segnalazioni


Sono almeno dieci anni che la Nato cerca di darsi una «difesa intelligente» fatta di sinergie e complementarità, ma il tempo dei ritardi e delle rivalità nazionali, ora, sembra davvero scaduto. La congiuntura economica avversa impone a tutto l'Occidente problemi di compatibilità tra tagli alla spesa pubblica e necessità dei bilanci della difesa. E l'Europa, davanti al palese riorientamento degli interessi strategici dell'America verso l'Asia e il Pacifico, deve prepararsi all'eventualità di non poter contare sempre e comunque sul dispositivo militare statunitense. Per questi due motivi il vertice di Chicago non si è limitato a proclamare le consuete intenzioni ma ha preso atto della realtà e ha varato una serie di progetti concreti che assieme a tanti altri dovranno dare corpo alla smart defence: l'acquisto da parte dell'Alleanza di una piccola flotta di droni da ricognizione che farà base a Sigonella in Sicilia, l'alternanza dei luoghi e delle strutture destinate all'addestramento (in particolare per le ridimensionate truppe americane in Europa), la conferma di una rivista e meglio coordinata capacità deterrente anche nucleare senza con questo chiudere la porta a ulteriori accordi di disarmo con Mosca, lo «scudo» anti-missile ora entrato nella prima delle quattro fasi che nei prossimi otto anni dovrebbe portarlo all'operatività, si spera dopo il raggiungimento di un accordo con la Russia. Questi e altri progetti, tuttavia, da soli non potranno rispondere alla sfida che viene lanciata dalle realtà economico-strategiche (e dai conseguenti orientamenti delle opinioni pubbliche, soprattutto in Europa). Al di là dei singoli terreni di possibile applicazione la smart defence richiederà, per essere efficace, una forte convergenza di volontà politica tra la Nato, la UE e gli Stati nazionali. Tenendo presente, come sottolineato dal ministro Di Paola, che prima viene l'obiettivo politico-strategico e poi la pianificazione del bilancio della difesa. Gli interessi nazionali, c'è da giurarci, non spariranno come per incanto. Dalla sponda europea dell'Alleanza si sono già levate voci che paventano una risparmiosa standardizzazione degli armamenti ad esclusivo beneficio dell'industria americana. L'Unione Europea, per parte sua, assiste agli accordi bilaterali franco-britannici (nell'ambito dei quali non tutto è andato liscio di recente) senza riuscire a creare una cornice europea di cooperazione sufficientemente solida. E la Nato, malgrado i nuovi potenti incentivi alla «difesa intelligente» , rischia di pagare il prezzo dei problemi irrisolti. Per una difesa davvero smart, insomma, nessuno deve voler fare la parte del leone. Le ricadute occupazionali e tecnologiche su scala nazionale dovranno essere tutelate. E anche per questo il trampolino di Chicago dovrà servire a far nascere un patto transatlantico globale più sofisticato e dettagliato, garante dell'equilibrio tra quegli interessi che oggi potrebbero ancora silurare il progetto appena avviato. Il cui affondamento, di questi tempi, sarebbe davvero poco intelligente.

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