venerdì 4 maggio 2012

Non ci sono più i dissidenti di una volta

Ormai, o sono ladri indifendibili, o sono fessi che si fidano di Hillary Clinton e si fanno riacchiappare [SGA].

Tymoshenko: una causa giusta?
di Bruno Tinti  il Fatto 4.5.12 da Segnalazioni


Non ci sono informazioni attendibili sull’innocenza o la colpevolezza di Yulia Tymoshenko. Quello che si sa di lei restituisce la storia di una donna ricca e potente, imprenditrice in un settore strategico, quello del gas e delle risorse energetiche. Sembra che sia stata anche spregiudicata negli affari: nel 2001, già più di 10 anni fa, ci furono accuse contro di lei per falsificazione di documenti e importazione illegale di metano; venne addirittura arrestata. Aveva amici chiacchierati, anche loro condannati per corruzione e altri reati tipici dei potenti dell’economia. Entrò in politica sfruttando la sua ricchezza, le sue relazioni nel mondo degli affari e della politica e una corte personale costruita attraverso la rete delle sue aziende. Fin dai primi processi si difese secondo un copione standard, sempre utilizzato fino ad oggi: persecuzione giudiziaria utilizzata come strumento di lotta politica. Insomma, una versione femminile (molto carina) di B. La differenza, per quanto mi riguarda (ma – temo – per quanto riguarda la maggior parte delle persone che oggi si occupano di lei), è che dei suoi processi, dei reati che è accusata di aver commesso, dei suoi conflitti di interessi, della presunta strumentalizzazione della giustizia ucraina a fini politici, non so assolutamente nulla. Sono convinto che nessuno di quelli che oggi protestano conosce un solo atto dei numerosi processi cui è stata sottoposta; insomma nessuno è in grado di sapere se davvero, in Ucraina, si è realizzata una perversione dell’amministrazione della giustizia che si sarebbe piegata ai loschi fini dei suoi avversari politici. Mentre molti di noi conoscono bene, alcuni addirittura approfonditamente, i processi di B., le sue leggi ad personam utilizzate per guadagnarsi assoluzioni e prescrizioni, la perversione della politica piegata alla sterilizzazione del controllo di legalità. Per questo sono perplesso sulla crociata in favore di Tymoshenko. Siamo sicuri che sia una guerra giusta? Oppure siamo come i cittadini di Roma che si preparavano a bruciare Roma dopo l’uccisione di Cesare? “Dunque amici andate a fare ciò che non sapete”, dice Antonio ai Romani (Shakespeare, Giulio Cesare). La politica europea sa cosa sta facendo? Oppure sta strumentalizzando, questa volta davvero, la vicenda per ragioni politiche ed economiche, perché preferisce Tymoshenko a Yanukovic il suo rivale? Non lo so, veramente. Ma non sono sicuro che sia una buona idea contestare i provvedimenti giudiziari di un Paese straniero “a priori”, dando per scontato che i giudici di quel Paese si siano fatti corrompere dal loro governo. Quando ci hanno negato l’estradizione di Battisti sostenendo che i Tribunali italiani non gli avevano garantito un processo giusto mi sono molto arrabbiato. A meno che non ci si limiti alla protesta per i maltrattamenti. Le fotografie di Yulia Tymoshenko sono prova evidente di percosse brutali, in particolare pugni sull’addome e sullo stomaco. E la versione ufficiale ucraina è ridicola: “Lesioni auto inferte” (attenzione: non “montaggio fotografico”); mi ricorda gli arrestati che arrivavano in udienza con la faccia tumefatta dopo essere “caduti dalle scale”. Ecco, per questo sì che bisogna protestare. Ma è una questione da Amnesty International, non da cancellerie o ministeri degli Esteri. Se ci si indigna a livello di vertice politico per i pugni dati a Tymoshenko, cosa si dovrebbe fare per i detenuti cinesi o coreani? 



Intimidazioni La moglie dell’attivista cieco sarebbe stata picchiata
Clinton parla a Hu Jintao di diritti umani, senza citare il caso specifico

Pechino, il dissidente Chen: «Hillary, portami negli Usa»

di Martino Mazzonis  l’Unità 4.5.12  da Segnalazioni 


Fino a ieri sembrava si fosse accontentato delle assicurazioni ottenute dai diplomatici Usa. Ma dopo l’incontro con la moglie e la visita in ospedale Chen ha detto che non si sente più sicuro in patria, vuole andarsene



Voglio lasciare la Cina per qualsiasi destinazione con la mia famiglia, mi sento molto insicuro, non posso dire perché. Prima volevo restare». Sono le poche frasi, dette al telefono con il quotidiano britannico The Guardian, da Chen Guangchen, dissidente sul cui destino si gioca in queste ore una partita molto delicata.
Sono momenti di gran nervosismo a Pechino, dove si svolgono, in parallelo, le trattative sul destino del dissidente cieco rifugiatosi nell'ambasciata Usa la scorsa settimana e un vertice bilaterale di grande importanza. Inutile dire che le due cose si sovrappongono: mentre Clinton e il presidente Hu tenevano i loro discorsi inaugurali, entrambi stavano pensando a Chen. Entrambi vogliono evitare una figuraccia interna e internazionale. Per un giorno sembrava un esercizio riuscito.
LE DICHIARAZIONI
In varie interviste telefoniche e ai funzionari dell'ambasciata Usa il dissidente cieco ha detto in maniera inequivocabile di voler lasciare il suo Paese. Possibilmente sull'aereo che riporterà Clinton a Washington opzione che appare improbabile, sarebbe un affronto tale da far precipitare le relazioni sino-americane. Chissà cosa ha fatto cambiare idea al 40enne che ha denunciato i soprusi dei funzionari locali della sua provincia nelle ore in cui è rimasto solo in ospedale dopo aver lasciato l'ambasciata Usa a Pechino. Di certo il racconto della moglie che dopo la sua fuga è stata interrogata e picchiata e l'assenza di personale americano con lui in ospedale lo hanno spaventato. Chen per ora non sembra intenzionato a chiedere asilo: «Vorrei andare a curarmi in America, poi sul futuro decideremo in futuro» ha detto a The Daily Beast.
L'ambasciatore Usa a Pechino, Gary Locke, di origini cinesi ha spiegato in un briefing alla stampa che «nella testa di Chen ci devono essere mille pensieri, sono momenti difficili. Quel che faremo è sederci con calma con lui e sua moglie per capire cosa vogliano davvero e poi vagliare tutte le opzioni possibili con loro». L’ambasciatore ha parlato al telefono con l’uomo e discusso di persona con sua moglie. Allo stato attuale le bocce sono ferme. Le autorità cinesi non parlano.
Tra una di firma accordi di cooperazione e un incontro, Hillary Clinton ha anche parlato di diritti umani. Nel suo discorso inaugurale del meeting il Segretario di Stato ha elogiato Pechino per la collaborazione sul nucleare iraniano e sulla Siria, spiegato quanto il dialogo stia migliorando e concluso dicendo: «I diritti umani fanno parte del nostro dialogo: gli Usa sollevano sempre questo tema perché ritengono che i governi debbano rispondere ai loro cittadini e alla legge. E che nessun Paese possa o debba negare questi diritti». La risposta di Hu è stata: rispettiamoci, impariamo a capirci ed evitiamo che le differenze ci impediscano di dialogare. Nessuno ha menzionato Chen. Non mentre si tratta. L’addetto stampa di Obama non ha aggiunto particolari, anzi, ma ha voluto sottolineare che i rapporti tra i due Paesi trascendono la questione dei diritti umani.
Tutti ribadiscono che nei giorni passati all’interno dell’ambasciata Usa l'avvocato autodidatta non ha mai detto di voler lasciare il Paese. «Se non avessimo trovato un accordo soddisfacente per lui con le autorità cinesi, era pronto a rimanere qui dentro per anni. E noi avevamo cominciato i preparativi per una sua permanenza» ha raccontato l'ambasciatore.
La prima svolta in questa vicenda è giunta quando Chen ha potuto parlare con la moglie, arrivata a Pechino. «Ho potuto sentire una parte della conversazione, lei gli chiedeva di raggiungerla in ospedale, di riunire la famiglia ha raccontato l'ambasciatore diceva che forse l'accordo non era esattamente quel che volevano ma era comunque una buona proposta. Occorre fare un passo alla volta, diceva la moglie». L’ambasciatore Locke ha infine sostenuto con grande forza che in nessun modo Chen è stato pressato perché accettasse l'accordo offerto da Pechino: libertà di lasciare il villaggio, borsa di studio per un'università di sua scelta, riunione con la famiglia e garanzia di essere lasciato in pace.
LA PAURA
Nelle dichiarazioni fatte al telefono, Chen sembra far capire che ha deciso di accettare per paura che la moglie fosse rispedita al suo villaggio e maltrattata. E perché i funzionari Usa lo spingevano ad accettare. La verità dev’essere un intreccio di tutte queste cose. I diplomatici con cui hanno trattato gli americani vengono dal ministero degli Esteri, ma decisioni delicate su dissidenti e diritti umani sono proprietà delle alte sfere del partito, che spesso rinnegano gli accordi presi dalla diplomazia su temi tanto delicati. Forse è per questo che Chen è fuggito dal suo villaggio a pochi giorni dall’arrivo di Clinton: spera che qualcuno parli direttamente con Hu.



L’ospite indesiderato mette in imbarazzo Obama

La Casa Bianca, temendo il flop del summit Clinton-Hu, è scesa a patti con i cinesi
di Maurizio Molinari  La Stampa 4.5.12 da Segnalazioni


Il capo della diplomazia americana pur senza citare Chen ha affermato che «tutti i governi devono rispettare le aspirazioni dei loro cittadini»

La rocambolesca fuga di Chen Guangcheng, la trattativa segreta WashingtonPechino e l’irritazione del dissidente con gli Stati Uniti sono i tre momenti di una crisi che vede l’amministrazione Obama oscillare fra difesa dei diritti umani e Realpolitik con Pechino, trasmettendo in patria un’immagine di incertezza che non giova al presidente in piena corsa per la rielezione.

Quando, nella notte senza luna del 22 aprile, Chen fugge dalla casa nello Shandong dove vive con la moglie da quasi due anni in una condizione di prigionia, l’intesa fra Washington e attivisti per i diritti umani funziona in maniera perfetta. Il non vedente Chen salta i muri costruiti dalla polizia, attiva un cellulare fino a quel momento senza batteria per dare appuntamento a He Peirong, insegnante di inglese, che lo va a prendere in auto in un luogo prestabilito, accompagnandolo poi per oltre 480 km fino a Pechino dove in un parcheggio di periferia li aspetta un’auto dell’ambasciata americana, che riesce ad entrare nella sede diplomatica sfuggendo ai controlli dei servizi cinesi, accortisi di quanto sta avvenendo. Il successo di una fuga che evoca episodi avvenuti nella Berlino divisa durante la Guerra Fredda mette in evidenza l’esistenza e l’efficienza - di un network di legami clandestini fra dissidenti, diplomatici e Ong Usa come ChinaAid che coglie di sorpresa le autorità di Pechino e scatena l’euforia fra gli oppositori.
Ma da quando i portoni dell’ambasciata Usa si chiudono alle spalle di Chen, la situazione inizia a mutare. L’ambasciatore Gary Locke, tornato precipitosamente da Bali dove era in vacanza, incontra il dissidente per verificarne le intenzioni e riportare ordine nella sede diplomatica. Per due volte Locke, ex ministro di Obama, e Chen si parlano da soli. Poi Chen ha per interlocutore Harold Koh, consulente legale del Dipartimento di Stato per caso a Pechino, mentre da Washington arriva Kurt Campbell, vice per l’Asia di Hillary Clinton, per trattare con le autorità cinesi che minacciano di far saltare gli imminenti colloqui strategici di Hillary e Geithner. Il risultato della doppia trattativa è l’accordo che Locke lunedì sottopone all’avallo di Washington per chiudere la crisi: Chen lascia l’ambasciata, come chiesto da Pechino, è affidato ad un’equipe medica mista cinese-americana per curare le ferite al piede procuratesi durante la fuga e quindi si trasferirà con i famigliari a Tainjin, considerata più sicura perché vicina alla capitale e dunque possibile luogo di frequenti incontri con visitatori stranieri. La Casa Bianca dà luce verde all’accordo di Locke perché da un lato può vantare un risultato concreto per Chen, consentendogli di lasciare la casa-prigione nello Shandong, e dall’altro scongiura il corto circuito con Pechino che «resta un nostro partner strategico su più tavoli» come precisa il portavoce presidenziale Jay Carney. Ma l’apparente miracolo diplomatico di far coincidere rispetto dei diritti umani e la Realpolitik s’infrange appena Chen arriva in ospedale. Si trova infatti senza più americani intorno e ascolta dalla voce della moglie la descrizione delle violenze, fisiche e psicologiche, subite da parte delle autorità cinesi nelle ultime due settimane. Il dissidente si sente tradito e abbandonato dagli americani, e ancor più minacciato dai cinesi, e così decide di affidare alla «Cnn» l’appello a Obama di garantirgli asilo politico e a Hillary di portarlo via con sè quando il suo aereo a fine settimana lascerà Pechino per Washington. La Casa Bianca, presa in contropiede, affida a Locke il compito di rispondere a Chen spiegando che «è uscito da questa ambasciata di sua volontà e non ci ha chiesto asilo».
Ma il duello a distanza fra Locke e Chen è un boomerang politico in patria perché mette in risalto il disappunto del dissidente per quello che si presenta come un compromesso che premia la Realpolitik a scapito dei diritti umani. Tanto più che la Casa Bianca si spinge fino ad assicurare che «Chen vuole restare in Cina» in contraddizione con l’audio dell’intervista che la «Cnn» continua a trasmettere. E il rivale repubblicano per la Casa Bianca attacca: «Per Obama è il giorno della vergogna». L’epilogo della crisi tuttavia deve ancora essere scritto perché fino a quando la Clinton non decolla Chen può continuare a sperare.

Nessun commento: