martedì 1 maggio 2012
Risolta la querelle-Gramsci: era Benito Mussolini il vero capo del PCdI
Luciano Canfora: Gramsci in carcere e il fascismo, Salerno Editore (pp. 304, 14)
Cultura Il diffamatore di Gramsci che fu arruolato dal Pci
La vicenda torbida e ambigua di Ezio Taddei
di Paolo Mieli
Corriere 1.5.12 da Segnalazioni
Il
primo ad accorgersi che tra Antonio Gramsci e il Partito comunista
d'Italia era accaduto qualcosa di anomalo fu Benito Mussolini. Un
articolo non firmato, dal titolo Altarini, uscì sul «Popolo d'Italia» il
31 dicembre 1937 (appena otto mesi dopo la morte dell'ex segretario del
Partito comunista), per rilanciare, con sorprendente risalto, le
indiscrezioni sui dissidi che avevano contrapposto Gramsci ai suoi
compagni. Indiscrezioni comparse pochi giorni prima, a firma di Ezio
Taddei, sull'«Adunata dei refrattari», un settimanale anarchico stampato
a New York.
Taddei — un oppositore al regime fascista, in rapporto,
dopo qualche anno di carcere, con uomini del regime stesso (nelle
persone di Arturo Musco e Vincenzo Bellavia) — in quell'articolo sul
foglio anarchico aveva trattato Gramsci con toni sprezzanti,
enfatizzando i privilegi di cui avrebbe goduto in prigione (gli sarebbe
stato concesso di «sgranocchiare gli amaretti che gli piacevano tanto» e
di nutrirsi «di pasticcini» mentre gli altri reclusi «crepavano di
fame»). Ma soprattutto aveva rivelato — accennando alla testimonianza di
un celebre militante incarcerato, Athos Lisa — l'ostilità nei suoi
confronti da parte degli altri detenuti comunisti. Per di più Taddei
aveva fatto esplicito riferimento alla disistima che il leader sardo
nutriva per Ruggero Grieco, suo successore — a metà anni Trenta — alla
guida del Partito comunista («Gramsci ha sputacchiato Grieco per
gelosia»).
Effettivamente, come sarebbe venuto alla luce oltre
trent'anni dopo, Gramsci ce l'aveva eccome con Grieco; ma non «per
gelosia», bensì a causa di una lettera inviatagli da quest'ultimo nel
febbraio del 1928. Una lettera incredibilmente esplicita nell'indicare
in lui il capo dei comunisti italiani, e perciò considerata dal
fondatore dell'«Unità» strumento di una manovra provocatoria ai suoi
danni. In una missiva del dicembre 1932, Gramsci riferì che il giudice
istruttore, dopo avergli fatto vedere quello scritto di Grieco, gli
aveva detto «testualmente»: «Onorevole Gramsci, ha degli amici che
certamente desiderano che lei rimanga un pezzo in galera».
È di qui,
da questa strana missiva di Grieco, che davvero sembra essere stata
vergata per mettere in difficoltà Gramsci (tant'è che è stata
addirittura avanzata l'ipotesi che potesse trattarsi di un falso), zeppa
tra l'altro di «contraddizioni, anacronismi e nonsense», che prende le
mosse Luciano Canfora per un importante libro in uscita il 9 maggio,
Gramsci in carcere e il fascismo, edito da Salerno (pp. 304, 14). «A che
titolo e investito da chi», si domanda Canfora, «Grieco si mette a
scrivere quelle lettere (ce ne sono altre due, una a Mauro Scoccimarro e
una a Umberto Terracini, ndr), in quel modo ammiccante e imprudente?».
Lo stile di Grieco, aggiunge lo storico, «è un unicum rispetto alle
comunicazioni epistolari "di partito", specie in quegli anni». Quanto al
contenuto, le «lezioncine di politica» impartite da Grieco a Gramsci
«sono a dir poco risibili». È un libro, questo di Canfora, destinato a
fare riflettere come e forse più di molti altri saggi che nelle ultime
settimane hanno riacceso le luci (e le discussioni) sul capo più famoso
dei comunisti italiani.
Gli scritti di cui stiamo parlando sono
fondamentalmente quattro. Primo quello di Franco Lo Piparo, I due
carceri di Gramsci. La prigione fascista e il labirinto comunista
(Donzelli), nel quale si ipotizza che Palmiro Togliatti abbia fatto
sparire uno dei trenta quaderni scritti da Gramsci in carcere: quello in
cui, secondo Lo Piparo, sarebbe stato evidente il distacco di Gramsci
dal «comunismo come si andava realizzando e — tendiamo a pensare — dal
comunismo tout court». Ipotesi che secondo un grande studioso dei
Quaderni, Gianni Francioni, è «destituita di ogni fondamento». Ma che, a
detta di Lo Piparo, sarebbe corroborata dalla lettura tra le righe di
una curiosa lettera scritta da Gramsci il 27 febbraio del 1933 alla
cognata Tatiana (Tania) Schucht, lettera che contiene queste parole di
possibile allusione al suo ripudio dell'esperienza comunista: «Certe
volte ho pensato che tutta la mia vita fosse un grande (grande per me)
errore, un dirizzone». Strana lettera, effettivamente, che fu scritta e
spedita, dal carcere di Turi, il giorno successivo ad un colloquio di
Gramsci con la sorella della moglie, quella Tania che sapeva di dover
incontrare nuovamente, nello stesso parlatorio, di lì a poche ore, molto
prima cioè che il suo scritto potesse giungere a destinazione. Come se
Gramsci avesse voluto mettere quelle cose nero su bianco, di modo che
potessero essere lette non già soltanto dalla cognata (a cui
presumibilmente le aveva appena dette e poco dopo le avrebbe ridette a
voce), ma soprattutto a Parigi e a Mosca dai suoi compagni di partito.
Il
secondo saggio che ha avuto risonanza (anche in seguito a un pubblico
elogio ricevuto da Roberto Saviano) è stato quello di Alessandro Orsini,
Gramsci e Turati. Le due sinistre (Rubbettino). Orsini ha sostenuto che
valori riformisti e democratici possono essere accreditati
esclusivamente al leader socialista Filippo Turati. E non a Gramsci.
Soltanto Turati ha detto a chiare lettere che il pluralismo dei partiti è
a fondamento della libertà, che l'educazione al socialismo coincide con
l'educazione alla tolleranza e al rispetto degli avversari politici,
che i socialisti devono condannare la violenza sotto il profilo
etico-politico, che il diritto all'eresia è il pilastro del socialismo,
che i socialisti non sono i detentori unici della verità, che si può
imparare anche dagli avversari politici. Gramsci — del quale pure Orsini
apprezza l'evoluzione quale si evince dalle pagine scritte in carcere —
no. Il leader sardo educava a chiamare gli avversari politici «porci»,
«scatarri», «stracci di sangue mestruato», «pulitori di cessi» («e
queste espressioni», precisa Orsini, «non erano rivolte ai fascisti,
come qualcuno ha scritto, bensì ai riformisti e ai moderati»). Lo
storico torinese Angelo d'Orsi (sulla «Stampa») ha stroncato i libri di
Lo Piparo e di Orsini, scritti — a suo dire — «per regolare i conti del
presente», e ha deriso anche la benevola recensione di Saviano, uno
scrittore, a suo dire, «del tutto ignaro tanto di Gramsci, quanto di
Turati».
Terzo saggio che ha provocato polemiche è stato quello di
Dario Biocca su «Nuova Storia Contemporanea»: Casa Passarge: Gramsci a
Roma. In esso Biocca fa notare che tra il 1924 e il 1926 Gramsci abitò
nella capitale, in via Morgagni, dove fu ospite del villino dei coniugi
tedeschi Clara e George Philipp Passarge, il cui figlio Mario era amico
del futuro capo della polizia Carmine Senise. Lo stesso Mario Passarge,
dopo l'avvento del nazismo, si sarebbe trasferito a Berlino per lavorare
negli uffici dello spionaggio. Strano, effettivamente, che il leader
comunista, in anni successivi alla marcia su Roma, abbia scelto di
prendere dimora proprio in quella casa e che in seguito sia rimasto
affezionato a quella famiglia, nonostante fossero evidenti le
compromissioni di Mario Passarge con il fascismo e con il nazismo. Poi
Biocca si è spinto oltre e ha parlato di un «ravvedimento» implicito
nella richiesta di Gramsci di essere liberato dal carcere: «Era», ha
scritto, «il 1934 e nessun dirigente comunista aveva (né avrebbe)
ottenuto la libertà condizionale senza fornire prove di sottomissione».
Va tenuto a mente — ha proseguito Biocca — che, sotto il regime
fascista, «non un militante o dirigente comunista beneficiò della
libertà condizionale se non dopo la puntigliosa verifica del suo
ravvedimento». Neanche uno. O meglio, secondo quello che è stato scritto
fin qui in tutti i libri sull'argomento, l'incredibile eccezione
sarebbe stata fatta per una sola persona: Antonio Gramsci, appunto. Il
che, sempre secondo Biocca, avrebbe dell'assurdo. Apriti cielo.
Immediatamente è sceso in campo Bruno Gravagnuolo con una serie di
documentati articoli (sull'«Unità») che contraddicevano quel che Biocca
aveva scritto in merito al «ravvedimento». Poi il presidente
dell'International Gramsci Society, Joseph Buttigieg, che (su
«Repubblica») ha definito quelle di Biocca nient'altro che «supposizioni
e illazioni»: «Biocca», ha scritto Buttigieg, «non riesce a trovare un
solo documento» che comprovi il «ravvedimento gramsciano»; e, del resto,
«perché Mussolini avrebbe nascosto il ravvedimento del suo nemico? Non
sarebbe stato logico utilizzarlo sul piano della propaganda, essendo
Gramsci un caso internazionale?». Obiezione sensata.
Quarto libro di
questa copiosa messe di pubblicazioni è quello di Giuseppe Vacca: Vita e
pensieri di Antonio Gramsci (1926-1937), edito da Einaudi. Vacca avanza
l'ipotesi che la lettera di Grieco di cui si è detto all'inizio avesse
ricevuto l'avallo di Giulia, la moglie di Gramsci nonché sorella di
Tania. Questo spiegherebbe perché «quando Gramsci decise di rivolgere
personalmente la sua denuncia al partito, affermasse che tra i suoi
"condannatori" c'era stata, "inconsciamente", anche Giulia». Giulia poi,
pentita, nel marzo del 1939 (due anni dopo la morte del marito) aveva
puntato l'indice contro Togliatti, accusandolo di aver sabotato la
liberazione di Gramsci, nel senso che aveva indotto la direzione del
partito a compiere atti tali da renderla di fatto impossibile. Ma,
scrive Vacca sulla scia di una sapiente esegesi dei documenti compiuta
da Silvio Pons, tali sospetti «appaiono infondati». Togliatti «non aveva
bisogno di sabotare tentativi di liberazione che, in realtà, non furono
mai compiuti seriamente dall'unico attore che poteva intraprenderli,
vale a dire il governo sovietico». A tenere Gramsci in carcere, prosegue
Vacca, «ci pensava già Mussolini e la sua liberazione non aveva mai
configurato l'oggetto di un interesse statale sovietico; non si vede,
quindi, che cosa Togliatti avrebbe potuto aggiungere di suo». Eppure...
Luciano
Canfora torna alla lettera di Grieco del febbraio 1928. Lettera che
Gramsci definisce «eccessivamente compromettente», «criminale», causa
del fallimento di ogni possibile trattativa per la sua liberazione, anzi
scritta apposta perché gli fosse inflitto un aggravamento della pena.
Ai vertici del Partito comunista il caso fu subito affrontato, sia pure
nel più assoluto riserbo imposto dall'esilio e dalla clandestinità. Poi,
però, per anni e anni di questa epistola non viene fatto trapelare
nulla. Così come, per anni e anni, nulla si è saputo delle indispettite
reazioni di Gramsci, di cui non c'è traccia nella prima edizione delle
Lettere dal carcere (Einaudi) del 1947. Non vengono pubblicati gli
scritti gramsciani del 1932 e del 1933, nei quali, in riferimento alla
lettera di Grieco, ci si domandava: «Si tratta di un atto scellerato, o
di una leggerezza irresponsabile? È difficile dirlo. Può darsi l'uno e
l'altro caso insieme; può darsi che chi scrisse fosse solo
irresponsabilmente stupido e qualche altro, meno stupido, lo abbia
indotto a scrivere». «La mia impressione», proseguiva l'illustre recluso
nel carcere di Turi, «è di essere tenuto da parte, di rappresentare,
per così dire, una "pratica burocratica" da emarginare e nulla di più». E
ancora: «Chi mi ha condannato è un organismo molto più vasto, di cui il
Tribunale speciale non è stato che l'indicazione esterna e materiale,
che ha compilato l'atto legale di condanna. Devo dire che tra questi
"condannatori" c'è stata anche Iulca (la moglie Giulia di cui si è
detto, ndr), credo, anzi sono fermamente persuaso, inconsciamente... ma
c'è una serie di altre persone meno inconsce. Questa è almeno la mia
persuasione, ormai ferreamente ancorata perché l'unica che spieghi una
serie di fatti successivi e congruenti tra loro».
Togliatti —
destinatario delle parole allusive — conosceva il testo di queste
lettere. Ma, finché visse, fu «dosatore accorto e reticente della verità
intorno alla vicenda» e non ritenne di renderle pubbliche. Anzi, vietò a
Camilla Ravera e a Piero Sraffa di mostrare a chicchessia alcune copie
delle lettere che erano rimaste in loro possesso. Neanche in Duemila
pagine, Gramsci un uomo (Il Saggiatore) curato nel 1964 — poco prima che
Togliatti morisse — da Niccolò Gallo e Giansiro Ferrata, sotto la
supervisione di Mario Alicata, fu fatto cenno a quelle parole. Canfora
la definisce «una capillare opera di censura». Poi, man mano che quegli
scritti vengono alla luce, nei testi ufficiali si usa la formula
«lettere che non sono state ancora recuperate» o «che sono state appena
recuperate». «La scorrettezza», sottolinea Canfora, «è consistita
nell'adoperare indiscriminatamente tale formuletta sia per le lettere
che davvero fu faticoso ottenere dai familiari, sia per quelle di cui si
era preferito per opportunità politica fornire solo una selezione».
Dieci mesi dopo la morte del segretario del Pci (agosto 1964) verrà data
alle stampe, da Einaudi, una nuova edizione delle Lettere dal carcere, a
cura di Sergio Caprioglio ed Elsa Fubini, nella quale (sorpresa!) i
curatori riferiscono dell'esistenza di «una strana lettera firmata
Ruggero», lasciando cadere — come se si trattasse di una supposizione —
«forse si tratta di Ruggero Grieco» (la circostanza che il gruppo
dirigente del Pci aveva affrontato il caso Grieco-Gramsci anche con i
sovietici già alla fine degli anni Trenta, rende quel «forse» del tutto
stravagante).
Finalmente, nel 1968, la lettera di Grieco (scritta
quarant'anni prima) fu «scoperta» da Paolo Spriano, storico ufficiale
del Pci, e pubblicata su «Rinascita» con indicazioni archivistiche che
Canfora definisce «a dir poco reticenti». Nel 1977, Spriano riproporrà,
in Gramsci in carcere e il partito (Einaudi), la storia di quella
lettera, «purtroppo», scrive Canfora, «da lui edita in modo difettoso».
Solo l'ultima edizione delle Lettere, quella curata da Aldo Natoli e
Chiara Daniele nel 1999 (dieci anni dopo la fine del comunismo) è a
detta di Canfora filologicamente impeccabile: «Una base finalmente
scientifica per gli studiosi».
Ma perché Grieco aveva scritto quelle
cose nel 1928? Canfora avanza la «dolorosa ipotesi» che Grieco abbia
agito da «provocatore» e che Spriano, storico «ufficiale» del Pci,
avendo scoperto che le foto delle «famigerate» lettere dello stesso
Grieco erano conservate in una busta della Divisione affari generali e
riservati di Pubblica sicurezza, «abbia preferito tacere in quale modo
le avesse trovate». Canfora riprende poi le confidenze fatte da un altro
dirigente comunista dell'epoca, Giuseppe Berti, a Dante Corneli e da
questi riferite in Lo stalinismo in Italia e nell'emigrazione
antifascista (Tipografia Ferrante, Tivoli): in esse veniva avanzato il
sospetto che Grieco potesse essere una «spia fascista». Lo stesso dubbio
manifestato, qualche tempo prima, da Pietro Secchia, il quale aveva
accusato Grieco di aver fallito nel compito di portare in salvo Gramsci,
affidando la missione a Luca Osteria, smascherato poi, nel 1929, come
una spia dell'Ovra. Canfora esorta poi a riflettere sulla circostanza
che la posizione giudiziaria di Grieco fu «sbrigativamente stralciata
dai giudici romani al termine dell'istruttoria con decisione... di dieci
giorni dopo la famigerata lettera». E sul fatto che gli fu poi
comminata una pena inferiore a quella che (confrontandola con le
condanne agli altri dirigenti comunisti) ci si sarebbe potuti attendere.
Dopo la morte di suo cognato, Tania, insospettita da tutto ciò, rifiutò
di incontrare Grieco e nutrì diffidenza nei confronti di Piero Sraffa,
amico sì di Gramsci ma prima ancora «leale» al partito e anche a Grieco.
Strano
personaggio, Grieco, che tra il 1935 e il 1937 fu temporaneamente
successore di Palmiro Togliatti alla guida del Pci. Grieco ha un ruolo
importante nella storia del Pci per il suo clamoroso «Appello ai
fratelli in camicia nera» pubblicato su «Lo Stato Operaio» nell'agosto
del 1936 con la firma apocrifa di Togliatti e di tutti i principali
dirigenti comunisti. Proclama in cui si esaltavano il valore e l'eroismo
con cui gli italiani avevano combattuto nella guerra d'Etiopia e si
esortavano i militanti del Pci a far fronte comune con i fascisti.
Nell'Appello si affermava che i comunisti facevano «proprio il programma
fascista del 1919», definito «un programma di libertà». «Fascisti della
vecchia guardia, giovani fascisti», si poteva leggere in quel testo,
«noi proclamiamo che siamo disposti a combattere assieme a voi e a tutto
il popolo italiano per la realizzazione del programma fascista del
1919». Grieco non fu solo in quell'operazione. Nel corso di una riunione
del Pci a Parigi in quello stesso agosto del 1936, un altro importante
dirigente del partito, Mario Montagnana (cognato di Togliatti), fu
ancora più esplicito: «Noi dobbiamo avere il coraggio di dire che non ci
proponiamo di abbattere il fascismo... vogliamo oggi migliorare il
fascismo perché non possiamo fare di più». E Giuseppe Di Vittorio
scrisse una pubblica «Lettera ad un gerarca sindacale fascista» per
domandargli: «Fra comunisti e fascisti in buona fede, esistono delle
possibilità di lavoro comune, per il benessere del popolo italiano e per
la marcia progressiva del nostro paese?» Da quel momento la parola
d'ordine «Via Mussolini!» fu sostituita dai comunisti italiani con «Via i
pescicani!»; come nemici, al posto dei fascisti, vennero identificati
Donegani, Pirelli, Morpurgo, Agnelli, Giacinto Motta, Volpi, Orti,
Rebaudengo, Parisi, Borletti; fu redatto un programma che prevedeva un
prelievo straordinario sui patrimoni eccedenti il milione di lire, la
confisca di tutti gli utili superiori al 6 per cento, l'obbligo ai
personaggi di cui si è detto di «restituire il denaro rubato sulle
sofferenze del popolo»; si proponeva che «i miliardi tolti ai pescicani»
fossero usati per «dare pane e lavoro ai disoccupati» e per «pagare le
indennità ai combattenti d'Africa».
In quei mesi nessun dirigente
comunista si dissociò pubblicamente da quelle parole. Ma, anni dopo,
Berti riferì che, in privato, Togliatti aveva definito quel manifesto
«una coglioneria»; il collettivo dei comunisti confinati a Ventotene
fece pervenire al partito, per vie segrete, proteste e critiche; Pietro
Secchia ne parlò, in seguito, come di un'«assurdità inaudita». In un
libro pubblicato qualche anno fa da Marsilio, Un partito non stalinista,
il figlio di Ruggero Grieco, Bruno, ha riproposto quel documento come
la prova di un tentativo di suo padre (che, pure, nel 1940 aveva fatto
autocritica per quella presa di posizione) di sottrarre il Pci
all'egemonia staliniana. Ma Canfora definisce tale tesi «inconsistente».
E accusa Spriano di non aver reso chiari, nel terzo volume della Storia
del Pci (Einaudi), i termini di quella strana storia. Spriano — secondo
Canfora — «con la sua peraltro consueta felpatezza» avrebbe
deliberatamente rinunciato a spiegare al lettore cosa era davvero
accaduto 35 anni prima.
A questo punto Canfora fa osservare che «i
tempi del disvelamento, che paiono non a torto intollerabili dal punto
di vista della ricerca storica» sono «comprensibili in un'ottica tutta
politica». Dopodiché azzarda un'ipotesi clamorosa: «Non è a priori
inverosimile pensare», scrive, «che negli anni dei governi
immediatamente postbellici, o quando Grieco stesso era alto commissario
aggiunto all'epurazione, le foto delle lettere a Gramsci, Scoccimarro e
Terracini siano state prelevate, magari dagli incartamenti di uno dei
processi in cui Grieco era imputato, e acquisite agli archivi della
Direzione del Pci». Quelle lettere scottavano: Gramsci, ricordiamolo,
definiva «criminale» l'operato di Grieco e il giudice istruttore Enrico
Macis gli aveva detto che i dirigenti del Pci erano stati i suoi
pugnalatori. Poi, dopo che erano rimaste sepolte per decenni negli
archivi del Pci, al momento di renderle pubbliche, «si provvide a
riporle in un fondo di polizia onde presentarle al pubblico (come fece
Spriano nel 1968, ndr) a Ferragosto con un commento che affermasse,
subito in apertura, che "finalmente" quelle lettere "dissipavano"
un'ombra che lo stesso Gramsci aveva gettato sull'episodio». Si può dire
che furono «scoperte» più o meno dalle stesse persone che le avevano
nascoste in quell'archivio, e la cosa fu fatta in piena estate per
offrire — nella distrazione generale — una versione oltremodo
tranquillizzante di quel che tra la fine degli anni Venti e l'inizio dei
Trenta aveva terremotato il vertice del Pci. «Si spiegherebbe così»,
prosegue Canfora, «anche perché mai questo sia l'unico documento di cui,
in tutta la carriera di storiografo, Spriano non ha mai fornito le
esatte coordinate archivistiche». «Beninteso», mette poi le mani avanti,
«è soltanto un'ipotesi, ma appare, a tutt'oggi, come quella in grado di
dar conto dell'insieme dei dati disponibili e delle molte anomalie
altrimenti inspiegabili».
Ma non è tutto. Il libro di Canfora ci
esorta a soffermarci su un interessante parallelo tra quel che accadde
in occasione delle morti di Grieco (1955), ex capo sia pure solo per un
biennio dei comunisti italiani, e di quel Taddei (1956) di cui
all'inizio, grande calunniatore, negli anni Trenta, di Gramsci e di
altri dirigenti del Pci tra cui Giorgio Amendola. Nel luglio del 1955,
quando muore Grieco, «Rinascita» ne dà notizia «con parole piuttosto
rituali», molto meno calorose di quelle dedicate a un leader del Psi,
Rodolfo Morandi, scomparso in quegli stessi giorni. La rivista annuncia
che a Grieco sarà dedicato «ampio spazio nei prossimi numeri». Il che
però non accade. «Rinascita» avverte poi il lettore che in un successivo
fascicolo sarebbe comparso un saggio di Emilio Sereni dedicato a
Grieco. Ma anche questo annuncio non avrà seguito. Sarà Giorgio
Amendola, dopo la morte di Togliatti, a ripescare Grieco scrivendo, nel
1966, la prefazione a una raccolta di suoi scritti.
Diverso il
trattamento riservato a Taddei. Questi, all'inizio degli anni Quaranta,
rese, negli Stati Uniti, una testimonianza a favore di Vittorio Vidali
coinvolto in un'oscura vicenda. E il Pci gli dimostrò da quel momento la
propria gratitudine. Ad occuparsi di lui, spalancandogli le porte del
partito, fu un dirigente della vecchia guardia: Ambrogio Donini. Canfora
fa notare che Donini elogiò Taddei e parlò di lui in questi termini:
«La sua curiosa opinione era che il nostro compagno (Gramsci, ndr)
godesse di troppi privilegi». Curiosa opinione? «Colpisce», scrive
Canfora, «la leggerezza con cui viene minimizzata la posizione assunta
da Taddei contro Gramsci». Donini gli diede una mano a pubblicare un
romanzo di Taddei scrivendone la prefazione che attestò «il suo
arruolamento ed il suo ravvedimento». Poi mentre Grieco scivolava
nell'ombra, a Taddei veniva riservata la luce di benevoli riflettori.
Taddei adesso, più che un politico, si sentiva scrittore. E grazie
all'intercessione del Pci, gli venne concessa «una gratificazione non da
poco», quella di pubblicare un nuovo libro, Rotaia, per i tipi di
Einaudi. Dalla metà degli anni Quaranta gli si consentirà di dare alle
stampe volumi di argomento saggistico nei quali Taddei «con un cinismo
che non conosce imbarazzi», scrive Canfora, trasformava «in eroi coloro
(i capi comunisti, ndr) che aveva minuziosamente descritto pochi mesi
prima come canaglie, assassini e parassiti superpagati». Infine alla sua
morte, nel '56, sarà il direttore dell'«Unità», Pietro Ingrao, a
scrivere l'impegnativo necrologico di quella strana figura di ex
anarchico: «La sua milizia nelle file del Partito comunista ci è cara
anche come un segno di questo inarrestabile processo che dalle
ribellioni disperate di ieri ha fatto nascere un grande movimento
rinnovatore». Curiosi destini incrociati all'ombra di Antonio Gramsci. E
di Benito Mussolini.
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