martedì 22 maggio 2012

Sergio Romano spiega con parole semplici l'assurdità della teoria del totalitarismo


Va tuttavia detto che spesso se ne dimentica [SGA].

Tra nazismo e comunismo una analogia, una differenza
risponde Sergio Romano  Corriere 22.5.12 da Segnalazioni


Quando crollò il muro di Berlino lei scrisse che il comunismo era peggiore del nazismo dato che il secondo consentiva almeno di arricchirsi, mentre il primo lo impediva. Un concetto simile lo espresse un israeliano di cui ora non ricordo il nome, che affermò che fuggendo dalla Germania e riparando in Urss era caduto dalla padella nella brace. I concetti espressi valgono sempre o le idee hanno subito una evoluzione?
Ubaldo Di Ubaldo

Caro Di Ubaldo,
Non ricordo di avere scritto la frase da lei citata e spero di non averlo fatto. Se mi fossi espresso in quei termini, avrei dimenticato che fra il nazismo e il comunismo vi è una importante differenza. La strategia di Hitler presupponeva l'esistenza di una razza superiore che aveva il diritto d'imporre la propria volontà al mondo. Quella di Lenin e di Stalin si proponeva la realizzazione della società dell'eguaglianza. Posso rimproverare al regime sovietico il terrore, le purghe, il gulag e un numero di vittime considerevolmente superiore a quello, pur così elevato, del regime nazista. Posso sostenere che l'ideologia dei bolscevichi era una pericolosa utopia. Ma non posso ignorare che fra la teoria della razza superiore e l'aspirazione all'eguaglianza vi è, sul piano morale, una abissale distanza.
Ho certamente pensato e scritto, tuttavia, che il nazismo, pur creando uno Stato totalitario e moltiplicando gli interventi pubblici nella vita economica, non aveva interamente distrutto l'economia di mercato e il concetto stesso di proprietà privata. Gli industriali dovettero piegarsi alla volontà del regime, gli operai, gli artigiani, i contadini e i liberi professionisti furono inquadrati nelle istituzioni del partito. Ma il regime dovette conservare quel patrimonio di libera iniziativa che la Germania aveva accumulato nel corso dei secoli. Terminata la guerra, i tedeschi, quindi, avevano tutti gli strumenti culturali necessari per ripartire; e stupirono il mondo, nel giro di pochi anni, con una miracolosa crescita economica.
Per la Russia post-sovietica il percorso fu molto più difficile. Settantacinque anni di regime comunista avevano privato il Paese dell'esperienza fatta nel periodo, tra l'Ottocento e il Novecento, in cui il mondo aveva assistito alla nascita di un interessante capitalismo russo. L'uscita dal comunismo è diventata così uno spericolato e spregiudicato arrembaggio ad aziende pubbliche troppo maldestramente privatizzate. Mentre la Germania poteva contare su vecchi e nuovi imprenditori, la Russia cadde nelle mani di un clan composto da pirati dell'economia e della finanza, politici spregiudicati, funzionari corrotti. Per un drammatico paradosso il comunismo sovietico è responsabile del peggiore capitalismo. Vladimir Putin ha avuto il merito di mettere in riga gli oligarchi, ma li ha sostituiti con persone che appartenevano alla sua cerchia politico-clientelare. E la sua casa-madre (i servizi di sicurezza) è ancora, per molti aspetti, una istituzione sovietica. I progressi fatti dalla Russia negli ultimi anni sono importanti, ma il peso del passato comunista continua a condizionare la vita del Paese.

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