martedì 23 ottobre 2012
Ancora la polemica su Fenestrelle
LA STAMPA del 21/10/2012
STORIA - Riletture intorno all'unità d'Italia in due saggi di Alessandro Barbero e Gianni Oliva
Vincitori e vinti d'antan
APERTURA - Marina Montesano il manifesto 2012.12.08 - 11 CULTURA
Condizioni durissime per i detenuti militari nelle carceri dei Savoia, illuminismo e repressione nel regno borbonico
Il nuovo saggio di Alessandro Barbero, I
prigionieri dei Savoia. La vera storia della congiura di Fenestrelle
(Laterza, pp. 370, euro 18), nasce da una polemica innescata da alcuni
libri e siti internet neoborbonici, nei quali si indaga su un lato
oscuto dell'unità d'Italia, ossia quale fu il trattamento riservato ai
prigionieri dei Savoia dopo la disfatta del 1860, offrendo generalmente
un quadro spaventoso delle sofferenze loro inflitte con lo scopo di
«rieducarli» e, soprattutto, di costringerli a entrare nelle file
dell'esercito del nuovo regno.
Le politiche concentrazionarie dei
Savoia troverebbero un simbolo nel carcere-fortezza di Fenestrelle, nodo
strategico della Val Chisone, in provincia di Torino. Si sarebbe
trattato di un lager dal quale pochi uscirono vivi. Barbero si propone
di smontare questa tesi, e lo fa attraverso una scrupolosa ricerca
d'archivio con la quale mette insieme una mole di dati difficilmente
contestabili. Fino al 13 febbraio 1861, scrive lo storico piemontese,
data della capitolazione di Gaeta, i militari che si erano arresi o
erano stati catturati in battaglia ebbero diritto allo status di
prigionieri di guerra. Già all'epoca, si trattava di una condizione
estremamente controllata, nella quale erano proibite vessazioni e abusi e
si richiedeva ai vincitori di assistere durante la prigionia i vinti in
modo decoroso.
Il problema, tuttavia, è che da quel momento in poi i
militari borbonici ancora a piede libero furono dichiarati dal nuovo
governo «sbandati»: e a questa seconda condizione non si applicavano le
garanzie previste dalla prima. I prigionieri furono divisi tra diverse
città settentrionali, come Milano, Bergamo, Alessandria, e Genova; solo
una parte, prima di soldati pontifici, poi di borbonici, finì a
Fenestrelle. A proposito delle loro condizioni di vita in carcere,
Barbero scrive: «Dobbiamo ricordare che il contingente destinato a
Fenestrelle fu mandato lì esclusivamente perché quello era uno dei pochi
luoghi disponibili per concentrare in condizioni di sicurezza un gran
numero di prigionieri di guerra; e che il ministero raccomandò
esplicitamente ... di usare ai prigionieri tutti i "riguardi" necessari
per evitare che patissero il freddo. Col senno di poi, sarebbe stato
meglio, per motivi di immagine, evitare comunque di mandar lì quella
gente: perché il nome di Fenestrelle era già allora evocativo,
nell'immaginario collettivo, di detenzione durissima e di clima
micidiale, e la propaganda avversaria, che faceva il suo mestiere, non
avrebbe tardato ad approfittarne. Nel gennaio 1861, infatti, La Civiltà
Cattolica pubblicava un articolo a effetto, più volte ripreso allora e
in seguito dalla pubblicistica neoborbonica». Non si sarebbe trattato,
insomma, di una forma di coercizione per costringere i prigionieri a
entrare nell'esercito del vincitore.
Diverso il discorso per gli
«sbandati» che, privi di diritti, finirono spesso arruolati con la
forza; alla loro sorte si legano probabilmente gli atti di
insubordinazione successivi (come la rivolta di Fenestrelle cui si
accenna nel titolo: un episodio che Barbero tuttavia, documenti alla
mano, minimizza). Ques'ultimo dato, cioè la distinzione operata da una
parte sola, quella dei vincitori, fra soldati dotati di diritti e altri
che, dichiarata unilateralmente conclusa la guerra, di quegli stessi
diritti vennero privati, richiama tristemente vicende contemporanee:
quelle delle recenti «guerre asimmetriche» in cui gli avversari vengono
definiti, ancora una volta unilateralmente, «nemici combattenti», non
soldati, e dunque per questo si vedono privati di diritti fondamentali,
spediti a Guantanamo e in altre prigioni disseminate fra paesi amici e
basi militari sparse nel mondo.
Nonostante una tradizione secolare
di diritto, insomma, le forme di abuso nei confronti dei prigionieri
furono e restano innumerevoli. Inoltre, forse al di là della volontà
stessa dell'autore, I prigionieri dei Savoia riesce molto efficace lì
dove descrive le durissime condizioni di vita dei soldati (non solo
quelli meridionali) incarcerati per varie forme di insubordinazione,
inducendo quindi a una riflessione non solo sul modo in cui gli stati
trattano i soldati «degli altri», ma anche i propri, al di là delle
retoriche patriottarde che spesso riempiono i media e le manifestazioni
ufficiali: anche qui, il pensiero non può che correre alle rivelazioni
recenti sui danni dell'uranio e/o delle vaccinazioni imposte a chi non
si può opporre; pena, appunto, l'esser dichiarato insubordinato.
Il
libro si chiude con un appello contro le mistificazioni della storia e
un invito a vagliare con maggiore obiettività «un'epoca che per molto
tempo è stata raccontata come una meravigliosa epopea di cui essere
orgogliosi, e che da un po' di tempo viene raccontata come una sequenza
di infamie di cui vergognarsi: mentre non è forse stata la prima cosa,
ma certo neppure la seconda». Una rivisitazione del tema dell'unità
d'Italia non può che partire anche da una riconsiderazione di cosa sia
stato il regno borbonico prima della conquista: descritto dalla
propaganda savoiarda, con una buona dose di tinte razziste, come una
terra di afflizione secolare, viene oggi sempre più spesso dipinta
invece come un mondo felice e depredato dal nord. La lettura del libro
di Gianni Oliva, Un regno che è stato grande. La storia negata dei
Borboni di Napoli e di Sicilia (Mondadori, pp. 270, euro 20) offre un
punto di vista equilibrato su questo tema, mostrando come il regno dei
Borboni avesse vissuto una fase di sviluppo soprattutto sotto Carlo, re
di Napoli e di Sicilia fino al 1759 (e di Spagna fino alla morte), e di
suo figlio Ferdinando I: ne beneficiarono l'industria e i trasporti, ma
anche la vita intellettuale del paese; diversi tentativi, seppur non
pienamente riusciti, si fecero per far pagare le tasse alla Chiesa e
frenare i poteri baronali. E non c'è dubbio, scrive Oliva, piemontese
come Barbero, che la Napoli illuminista fosse una città più cosmopolita e
culturalmente interessante della coeva Torino. Tuttavia, dalla
repressione del 1790 in poi, la situazione peggiorò e gli ultimi borboni
non riuscirono a mantenere posizioni di equilibrio tali da poter
opporre una migliore resistenza alla conquista sabauda. Il libro di
Oliva si ferma a questo punto. Il confronto sui pregi e i drammi degli
eventi che seguirono, invece, è opportuno continui nei prossimi anni.
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