martedì 30 ottobre 2012
La crisi della democrazia moderna secondo una lettura negriana
C'era una volta la governance
Il declino dei dispositivi che dovevano garantire la partecipazione della società civile all'interno del rispetto dei vincoli imposti dal capitalismo. E nel vuoto creato dalla sua scomparsa, crescono il populismo e il nazionalismo
APERTURA - Marco Bascetta il manifesto 2012.10.27 - 10 CULTURA
Tra le numerose vittime della crisi che stiamo vivendo ve ne è una il
cui cadavere, pur sotto gli occhi di tutti, ci si sforza in ogni modo di
occultare. Si tratta della «governance», quella parola magica che
nell'ultimo ventennio interveniva in ogni occasione a delegittimare e
soffocare il conflitto sociale, proponendosi come versione tecnicamente
efficiente e socialmente aperta della «partecipazione democratica».
Priva cioè di quegli elementi caotici e imprevedibili che accompagnano
ogni esercizio di democrazia non riassorbito nella rappresentanza. In
poche parole, il volto gentile ma non per questo meno disciplinante
della politica «postnovecentesca». Qualcosa di cui, forse tra breve, non
sentiremo più parlare.
Il termine di «governance», onnipresente,
sfumato nei suoi contorni, soggetto alle più diverse interpretazioni e
mutevole nei suoi significati, secondo gli ambiti cui veniva applicato
(economico, politico, sociale, manageriale), comprende tuttavia un certo
numero di caratteristiche che la gestione della crisi ha manifestamente
spazzato via, altre che si sono invece rivelate ben diverse dalle virtù
relazionali che prometteva. La prima tra queste caratteristiche è
l'articolazione dei poteri e delle sedi negoziali, nonché la
moltiplicazione degli interlocutori coinvolti nei processi decisionali,
in contrapposizione alla natura verticale e centralistica del governo
dello stato. Tra gli esempi canonici degli strumenti della governance
«subnazionale» e della sua capacità di aderire alla complessità delle
società contemporanee interagendo con i molteplici soggetti che le
popolano si citavano con soddisfazione i poteri sempre maggiori
conferiti a regioni, province, comuni, municipi e la loro articolazione
sempre più capillare sul territorio. Oggi il processo è completamente
invertito: si aboliscono le province, si riduce la capacità di azione
delle regioni, si accorpano municipi, e il tutto viene sottoposto a un
rigido controllo non dal basso, ma dall'alto. È un fenomeno che non
riguarda solo le sedi politico-istituzionali. Dove si può, si abolisce,
si accorpa e si concentra (lo ha tentato il ministro Profumo con centri e
istituti di ricerca, salvo parziale marcia indietro), dove non si può
si istituiscono agenzie centralistiche di valutazione e di controllo
attraverso le quali una burocrazia tecnocratica, sovente fuori dal
mondo, detta le regole e emette le sue sentenze. Che costano posti di
lavoro, diritti e servizi e spesso regressione culturale. Torna la
pianificazione, questa volta al servizio dei «mercati».
L'inganno dell'interdipendenza
La
seconda caratteristica della governance, infinitamente decantata per le
sue innumerevoli virtù, è l'interdipendenza, anzi l'intreccio tra
pubblico e privato. Non più antagonismo, non più competizione, non più
separatezza, ma una formidabile cooperazione a favore dell'innovazione e
dello sviluppo. Si implorano gli imprenditori di entrare nelle
università, ridisegnate a loro uso e consumo, si punta sulla sanità
privata, si foraggia la scuola non statale, si invoca il pragmatismo
«efficiente» dell'interesse privato nella gestione dei servizi pubblici,
dai trasporti allo smaltimento dei rifiuti, alla gestione delle reti
idriche. Il tutto benedetto dal fantasma, ai più invisibile, della
concorrenza (vedi Italo e Trenitalia). Questo aspetto della «governance»
non è beninteso messo in questione, semmai la sua esaltazione si fa
sempre più enfatica, ma i risultati, dopo un congruo numero di anni di
indefessa fede, sono sotto gli occhi di tutti, dallo stato in cui
versano la scuola e l'università o il sistema sanitario, all'erosione di
redditi e diritti. Ci vorrebbe un bel coraggio a definire «governance»
la circonvenzione di incapaci esercitata con successo da Sergio
Marchionne. In breve, l'intreccio tra pubblico e privato resta, ma senza
nessuna capacità, e probabilmente nessuna intenzione, di sciogliere i
nodi della «società complessa» e governarne le contraddizioni, scendendo
a un qualche compromesso reale, aldilà dal ricatto e da un decisionismo
di stampo oligarchico.
La comprevendita del consenso
Una
terza decantata caratteristica della «governance» è il coinvolgimento
delle associazioni e delle comunità nella gestione del territorio e
delle politiche sociali. A quest'ultimo proposito, al netto dei tagli di
risorse e delle normative dirigiste che si sono abbattute su diversi
soggetti della cosìddetta «società civile», basteranno due semplici
esempi. Da una parte il manganello dell'interesse nazionale, anzi
«europeo», (alquanto privo, è il meno che si possa dire, di solide
argomentazioni) che si è abbattuto sulle teste degli abitanti della Val
di Susa, dall'altra i favoritismi e la manica larga di cui si è giovata
la Compagnia delle opere nei suoi torbidi traffici e nella edificazione
di un vasto sistema di potere.
Queste tre caratteristiche della
«governance» ci dicono che essa è il contrario esatto della trasparenza
di cui si fregia, ma soprattutto che essa si è data nella forma della
corruzione. Né altrimenti potrebbe darsi un processo politico volto a
conservare lo stato di cose esistente, i rapporti di forze e le
gerarchie sociali. Date queste premesse la «governance» non è che la
corruzione, non come anomalia o devianza ma come strumento di governo.
Il che spiega, fra l'altro, l'indifferenza quando non la soddisfazione
popolare per la messa in mora dei sistemi politici locali. Nel primo
caso, quello delle istituzioni decentrate, troviamo gli appetiti delle
clientele e le grottesche ruberie dei rappresentanti politici, o il
delirio di onnipotenza dei sindaci sceriffi, nel secondo l'intreccio
sempre più spregiudicato di politica e affari, ben oltre l'antica
pratica delle tangenti, nel terzo i sistematici rapporti di scambio
(ideologico, politico ed economico ad un tempo) con le reti di potere
confessionali e non.
A differenza dalla prima tangentopoli scatenata
dalla crisi del sistema dei partiti consolidatosi nel dopoguerra e
mantenuto in vita dagli equilibri della guerra fredda, questa seconda
tangentopoli (che tali sono le dimensioni che va assumendo) è prodotta
dalla fine della governance. Ci si libera insomma del dispendioso
sottobosco incaricato di comprare, tra promesse e favori, il consenso
popolare. La parola passa infatti ai due soggetti che meno di ogni altro
hanno a che fare con una articolazione multilivello delle decisioni
politiche e amministrative, con la capacità di adattarsi alla
contingenza e alla molteplicità delle situazioni, con la «partecipazione
democratica» di più soggetti. E cioè il «governo tecnico» e la
magistratura. Lo spread, come la legge (sebbene tutti sappiano che non è
affatto vero) sono «uguali per tutti». Il pareggio di bilancio entra
nelle Costituzioni. I tribunali si moltiplicano e ampliano la loro sfera
di azione.
A segnare il destino della governance subnazionale è
quella sovranazionale, investita dalla crisi che essa stessa ha
prodotto. L'Europa, essendosi dotata di una governance di natura
essenzialmente finanziaria, il cui interlocutore principale è costituito
dalla rendita, e la cui missione è conservare e riprodurre gli attuali
rapporti di forza tra gli stati così come tra i soggetti sociali,
sospinge i governi degli stati membri a rendersi efficaci articolazioni
di questi imperativi, rinunciando a tutto ciò che li ostacola e dunque
ad assumere senza esitazione vesti dirigiste, pur nell'ambito
invalicabile del dogma liberista. La richiesta tedesca di istituire un
supercommissario all'euro con il potere di bocciare o promuovere i
bilanci nazionali, muove esattamente nella direzione di una «governance»
che si fa «governo». Non quel governo politico di cui si invoca
retoricamente la necessità di una legittimazione democratica, sempre
rinviata alle calende greche, ma un «governo tecnico», che altro non è
se non il governo pienamente politico delle oligarchie. I cui appetiti
non incontrano nella dottrina e nella pratica economica europea, né in
quella dei singoli stati membri, argine alcuno.
Oltre la società del controllo
La
defunta «governance» corrotta e corruttrice, mistificante e censoria di
ogni conflitto non merita certamente alcun rimpianto. Del resto ben
poche sono le fessure che ha lasciato aprire nella catena del comando,
diversamente da quanto alcuni avevano sperato. E tuttavia una
centralizzazione tecnocratica del potere che progressivamente vi si
sostituisca è destinata a sfociare in un dispotismo tutt'altro che
illuminato e dedito al terrorismo finanziario. Con gli elevatissimi
costi sociali che abbiamo visto nell'Europa meridionale, ma non solo.
Fra le due lame di questa tenaglia lo spazio è decisamente stretto.
Tanto più che populismi e nazionalismi di natura spesso apertamente
neofascista tentano insistentemente di occuparlo. È solo investendo
direttamente, in una prospettiva rigorosamente europeista e in tutti i
paesi del continente la natura oligarchica e conservatrice delle
politiche europee che forse si riuscirebbe a ostacolare seriamente
quella «società del controllo» e quella furia disciplinare che si sta
affermando nel vecchio continente, impedendo, al tempo stesso, il
ritorno di sovranità corrotte. Un movimento continentale capace di
minacciare concretamente l'aristocrazia del denaro e il suo clero. Di
cui, tuttavia, conviene ammetterlo, si vede oggi solo qualche pallido
embrione.
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