martedì 29 gennaio 2013
Il Piano Beveridge e una ambigua voglia di keynesismo
Redatto settant’anni fa, è alle origini del Welfare State
di Lucio Villari Repubblica 28.1.13
C’era
una precisa intenzione politica nel fatto che tra le armi e
l’equipaggiamento dell’Ottava Armata di Sua Maestà britannica e della
Quinta Armata americana destinate allo sbarco in Sicilia nell’estate
1943, i reciproci uffici di informazione e di propaganda aggiungessero
testi letterari e opuscoli politici. Gli americani preferivano regalare
recenti romanzi e racconti in italiano e in formato rettangolare, gli
inglesi diffondevano tra gli stupiti italiani, insieme ad un impeccabile
The Remaking of Italy del 1942, testi più impegnativi.
Tra questi, un opuscolo edito dalla “Stamperia Reale” con la data 1943, dal titolo Il Piano Beveridge.
In
autunno l’Ottava Armata, risalendo la penisola e volendo aiutare gli
italiani ad aprire gli occhi sul mondo, diffonderà anche Il Mese (edito
dalla londinese “The Fleet Steet Press”), un compendio della stampa
internazionale che sarà una efficace arma giornalistica di
documentazione democratica.
Il Piano Beveridge aveva questo sobrio
sottotitolo “La relazione di Sir William Beveridge al Governo britannico
sulla protezione sociale. Riassunto ufficiale”: 116 pagine, in perfetto
italiano, che riportavano 272 paragrafi, i più essenziali, dei 461 che
componevano il Piano. Pochi grammi di dinamite culturale che avrebbero
coinvolto e convinto gli italiani più consapevoli sui fondamenti della
giustizia sociale, sulla solidarietà tra le classi, sulla tutela dei
diritti e i bisogni dei lavoratori e dei ceti più deboli, sui doveri
dello Stato e dei poteri economici per assicurare e garantire libertà e
democrazia.
Mentre imperversava una guerra dall’esito incerto,
l’opuscolo, scritto senza verbosità propagandistica e senza voler
suggerire alcuna ipotesi di rivoluzione socialista, era una minuzioso
catalogo di progetti, di programmi, di dati tecnici. Indicava il futuro
che avrebbero potuto attendersi i popoli liberati dal fascismo e dal
nazismo e suggeriva l’inedito sapore della protezione sociale e della
libertà dal bisogno in un sistema di democrazia, vera, attiva.
Il
Piano Beveridge era un piano pragmatico e funzionale diretto non ai
settori guida dell’economia, industria, agricoltura, terziario, mondo
finanziario, come accadeva negli Stati Uniti del New Deal, ma a quello
della immediata, quotidiana esistenza delle persone. Il governo,
presieduto da Winston Churchill, lo aveva annunciato alla Camera di
Comuni il 27 gennaio 1942 come iniziativa di una “Commissione
interministeriale per le assicurazioni sociali e servizi assistenziali”
costituita nel giugno 1941 e alla cui guida era stato chiamato un
economista liberale di sessantadue anni, rettore dell’University College
di Oxford, Sir William Beveridge. Si faccia attenzione a questa ultima
data: era l’inizio dell’operazione Barbarossa tedesca contro la Russia.
L’opinione
pubblica inglese, anche la più moderata e liberale, aveva compreso che
con l’estendersi in Europa della potenza tedesca, con i continui
bombardamenti di Londra e i successi dell’Asse in Africa, la guerra
aveva preso una piega pericolosa. Ma ottimismo e volontà di resistenza
parvero prevalere in quei giorni. E non mancavano lampi di umorismo
british come quelli del disegnatore satirico del Daily Express, Osbert
Lancaster che pubblicò con la didascalia “June 1941” un disegno che ho
rivisto con molto divertimento: un aristocratico e un ricco borghese si
salutano, quasi sorpresi essi stessi, con il pugno chiuso. In questo
clima fu elaborato il Piano che Beveridge consegnò a Churchill il 20
novembre 1942. Ai primi giorni di gennaio del 1943 il progetto di
“protezione sociale e di politica sociale”, il Welfare State nel senso
più razionale e umano del termine, fu conosciuto e se ne iniziò
l’esecuzione.
Sono trascorsi esattamente settant’anni, ma l’idea che
ha guidato Beveridge e i suoi collaboratori e esperti resta intatta ed
attuale. Il piano implicava tre premesse: “sussidi all’infanzia, estesi
servizi sanitari e di riabilitazione, mantenimento degli impieghi”. Cioè
una riforma politica totale della società. Delle tre premesse è
superfluo ricordare l’importanza che ebbe il servizio sanitario
nazionale (da esso dipende anche il nostro in vigore). Ma è importante
anche la conclusione di Beveridge: “L’abolizione del bisogno non può
essere imposta né regalata ad una democrazia, la quale deve sapersela
guadagnare avendo fede, coraggio e sentimento di unità nazionale”.
Una
premessa ideale al secondo Piano Beveridge consegnato il 18 maggio
1944: Full Employment in a Free Society. E’ questa la più vasta indagine
che sia mai stata elaborata (oltre 600 pagine) sulle cause della
disoccupazione e sulla possibilità, al ritorno della pace, della piena
occupazione in industria, agricoltura e terziario. Un sogno costruito su
una diagnosi profonda e perfetta, oltre alcune formule keynesiane, sia
del funzionamento dello Stato e delle sue strutture sia dell’efficienza
del sistema produttivo capitalistico privato. “La piena occupazione
produttiva in una società libera — scriveva nell’introduzione Beveridge —
è possibile, ma non la si può realizzare agitando una bacchetta magica
finanziaria”.
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