giovedì 24 gennaio 2013
Su "L'arte della guerra" e altre machiavellerie
«L'Arte della guerra» è ritenuto il libro più arduo del pensatore fiorentino. Quelle pagine sono però dense di un fertile pensiero sul rapporto tra contigenza politica e strategia di lungo periodo che svela l'impossibilità di una interpretazione neoliberale di Machiavelli. Da oggi a Roma un simposio sulla sua opera
APERTURA - Gabriele Pedullà il manifesto 2013.01.24 - 10 CULTURA
GIORNO/RESTO/NAZIONE del 24/1/2013
Perché “Il Principe” è diventato la bibbia degli spin doctor
di Giancarlo Bosetti Repubblica 22.1.13
2013, l’anno del «Principe»
Un convegno a Roma sull’attualità dell’opera Machiavelli scrisse nella seconda metà del 1513 questo libretto diventato un vademecum della politica più spregiudicata e ferinadi Giulio Ferroni l’Unità 23.1.12
Il convegno romano, per iniziativa di Gabriele
Pedullà, dà voce alla critica machiavelliana più giovane (anche qui si
fa avanti quella che è stata chiamata generazione Tq): Pedullà ha
peraltro pubblicato recentemente un poderoso e sostanzioso volume su
Machiavelli in tumulto. Conquista, cittadinanza e conflitto nei
«Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio» (Bulzoni, 2011, pagine 633,
euro 44,00), che, puntando sul rilievo che nel più ampio trattato
dedicato alle repubbliche Machiavelli attribuisce ai conflitti sociali
dell’antica Roma, vede tra i nodi essenziali del suo pensiero il
radicarsi della «libertà» e potenza di uno stato nello spazio che le sue
istituzioni danno al conflitto, a scontri tra le classi non
distruttivi, ma rivolti in definitiva alla costruzione del bene comune.
Anche
il programma del convegno sembra voler rivolgere una attenzione
privilegiata ai Discorsi, seguendo una tendenza della critica
machiavelliana degli ultimi decenni: ma comunque il tema della crisi
permette di risalire dai Discorsi al Principe, dove pure non mancano
richiami ai conflitti di classe, ai diversi «umori» dei «grandi» e del
«popolo» (anche lì con una più diretta simpatia dell’autore per
l’orizzonte «popolare», anche se la sua nozione di popolo è qualche cosa
di diverso da quella moderna popolo, si avvicina di più, semmai, a ciò
che intendiamo come classe media).
Il Principe è proprio libro che
parte da una crisi, storica e personale: dalla constatazione della
debolezza degli stati italiani, di fronte agli invasori francesi e
spagnoli, e dall’amarezza per aver perso, con la sconfitta della
repubblica e il ritorno dei Medici a Firenze, il proprio posto di
segretario. Machiavelli lo scrive per offrirlo ai Medici, per mostrare
la propria competenza, nella speranza di recuperare un ruolo nella
politica fiorentina: indica linee politiche per la costruzione di un più
forte potere principesco mediceo, nonostante la sua preferenza
personale per la forma repubblicana. E questa sua riflessione sul
principato, e sulla stessa possibilità di creare un principato «nuovo», è
segnata da una specie di ansia critica, dalla continua verifica delle
«difficoltà» che ineriscono ad ogni gestione del potere, delle minacce
continue che gravano su di esso: del resto nella già ricordata lettera
del 10 dicembre 1513 dice proprio che il suo «opuscolo» è rivolto a
discutere «che cosa è principato, di quale spezie sono, come e’ si
acquistono, come e’ si mantengono, perché e’ si perdono». Tutte le mosse
del principe e dei singoli principi di cui in quest’opera si tratta
sono minacciate dalla perdita: e un perdente è alla fine quello che
viene indicato come il più capace tra i contemporanei, da imitare come
modello, Cesare Borgia, crollato alla fine per un imperdonabile errore.
Non uno scienziato della politica, Machiavelli (come afferma una lunga
tradizione che continua a prolungarsi), ma un radiografo della
catastrofe, impegnato ad indagare sulle «difficultà», gli
«inconvenienti», gli «errori» che gravano sull’esercizio del potere e
sul controllo delle istituzioni sul mondo: che cerca soluzioni per
rispondere alla crisi, che a loro volta restano implicate nella crisi,
incardinate dentro le condizioni della crisi stessa. In questo quadro
egli offre tutta una serie di rilievi di quella che oggi chiameremmo
antropologia o psicologia sociale, individuando gli effetti di una
politica dell’immagine, dell’illusionismo, della virtualità, l’efficacia
di un puro «mostrare», capace di catturare consenso sulla base di non
coscienza, di passività, di pulsioni e desideri eterodiretti dei
cittadinisudditi.
Per una serie di imprevedibili intrecci questo
libretto è diventato vademecum della politica più spregiudicata, ferina,
diabolica; ha finito per dare (o è sembrato farlo) indicazioni per la
scalata al potere, per il suo più cinico esercizio. Forse oggi possiamo
ripensarlo in una chiave diversa: usarlo non come manuale di
comportamento politico (nel Novecento lo si è fatto spesso in maniera
disastrosa, anche nella sinistra leninista e nei suoi deliranti
prolungamenti), né come modello filosofico, ma come spinta verso una
politica capace di farsi carico delle difficoltà, dei molteplici
«inconvenienti» critici che gravano sull’equilibrio delle nostre
società, capace di reagire alle derive morali, economiche, politiche,
antropologiche, ecologiche in cui siamo presi. Una politica che sappia
confrontarsi con l’«apparenza», per resistere alla sua risoluzione in
pura immagine, negli effetti di comunicazione, in indifferente
virtualità.
Compie 500 anni il capolavoro di Machiavelli che esalta il primato dell'azione su teoria, ideologia e moralismo
- il Giornale Gio, 24/01/2013
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