le minacce di Leone XIII di andare in esilio se fosse stata eretta, e le richieste di Pio XI che fosse abbattuta alla firma del Concordato, Mussolini dichiarò nel 1929 alla Camera: «la statua, malinconica come il destino di questo frate, resta dove è». Per ritorsione, il papa santificò l’anno dopo il cardinal Bellarmino, grande inquisitore di Bruno. E neppure il perdono
domenica 17 febbraio 2013
Filosofia nolana
Così l’eretico Giordano Bruno anticipava Einstein
di Piergiorgio Odifreddi Repubblica 17.2.13
Oggi, 17 febbraio, ricorre l’anniversario del martirio di Giordano Bruno nel 1600.
Nel 1889 fu eretta a Campo de’ Fiori una statua, con la scritta: “A
Bruno, il secolo da lui divinato qui dove il rogo arse”. Nonostante
le minacce di Leone XIII di andare in esilio se fosse stata eretta, e le richieste di Pio XI che fosse abbattuta alla firma del Concordato, Mussolini dichiarò nel 1929 alla Camera: «la statua, malinconica come il destino di questo frate, resta dove è». Per ritorsione, il papa santificò l’anno dopo il cardinal Bellarmino, grande inquisitore di Bruno. E neppure il perdono
generalizzato richiesto durante il giubileo del 2000 ha riabilitato il
nome dell’eretico. Ma quali erano le eresie di Bruno, che turba(va)no
così tanto la Chiesa? Lungi dall’essere solo beghe di preti, alcune
vertevano su delicate questioni scientifiche e matematiche. Nella Cena
de le Ceneri un Bruno antitolemaico parla di uno spazio infinito, con
infiniti mondi in evoluzione per un tempo infinito: una visione già
anticipata da Lucrezio, e oggi divenuta parte del nostro immaginario
cosmologico. Così come il cosiddetto “principio cosmologico” di
Einstein, anticipato da Bruno in De la causa, principio et uno, secondo
il quale l’universo appare nello stesso modo, da qualunque punto e in
qualunque direzione lo si osservi. In De l’universo, universo et mondi
Bruno propone addirittura una distinzione fra due tipi di infinito: il
“tutto infinito” dell’universo, e il “totalmente infinito” di Dio. Egli
aveva dunque percepito un barlume della cornucopia di infiniti che Georg
Cantor avrebbe scoperto alla fine dell’Ottocento: per sua e nostra
fortuna, quando ormai i roghi si erano spenti.
Giordano Bruno 1548-1600
Profeta on the road in cerca della libertà
Quella del nolano è una delle vite più avvincenti della storia della filosofia A 28 anni iniziò una fuga senza fine in cerca di un luogo
in cui esercitare la propria libertà di pensiero
di Massimo Bucciantini Il Sole 24 Ore Domenica 17.2.13
Se c'è un filosofo che ha passato gran parte della sua esistenza on the
road, questo è sicuramente Giordano Bruno. Perciò i libri che ne
raccontano la vita sono sempre così avvincenti. Non c'è bisogno di
inventarsi niente per renderla più attraente: la storia è lì, sotto gli
occhi di tutti, e sembra fatta apposta per appassionare ogni tipo di
lettore, fino a diventare oggetto di culto. Volete mettere il piacere di
narrare le gesta del Nolano rispetto alle vite "normali" di un Kant o
di un Newton? Oppure di un Darwin, con l'eccezione degli anni
straordinari trascorsi a bordo del «Beagle»? Se il piacere di raccontare
Kant, Newton, Darwin è tutto mentale, e l'emozione (grande, non c'è
dubbio) sta nel ricostruire le grandi rivoluzioni del pensiero di cui
furono protagonisti, per Bruno, la sua «nova filosofia» è inseparabile
da una vita di migrante tutta avventura, lotte, conflitti: un bel
drammone hollywoodiano come quelli che tanto piacciono oggi, e per di
più con un finale di partita cupo e tragico. Non per nulla una vita così
irregolare e "furiosa" è stata più volte romanzata e rappresentata a
teatro. Soprattutto nell'Ottocento: in Germania, come in Inghilterra e,
ovviamente, in Italia. Bruno eroe e profeta, immagine perfetta del
filosofo ribelle che finisce per trovare posto nel Pantheon della nuova
Italia accanto non solo a Dante e Machiavelli, ma anche a Garibaldi e
Mazzini. La scoperta dei momenti salienti della sua vita, che avviene
soprattutto a partire dagli anni Quaranta e Cinquanta dell'Ottocento,
provoca un crescendo di entusiasmi e di odi viscerali, e trova il suo
culmine a Campo dei Fiori, quella mattina del 9 giugno 1889, quando
intorno a mezzogiorno, dopo ben tredici anni di estenuanti battaglie,
viene inaugurato di fronte a una folla di popolo venuta da ogni parte
d'Italia il monumento dello scultore, repubblicano e massone, Ettore
Ferrari.
Per avvicinarsi a Bruno, a quello vero, alla sua vita vagabonda e
vertiginosa, e provare così a viaggiare con lui, occorre munirsi di una
carta geografica dell'Europa. Ed è ciò che bisogna fare anche in questo
caso, in occasione dell'ultima biografia a tutto tondo appena uscita in
Italia e a lui dedicata.
Dal 1576, dall'età di ventotto anni, iniziava per Bruno una fuga senza
fine alla ricerca di un luogo in cui poter vivere e filosofare
liberamente. Deposto l'abito domenicano, eccolo prima a Genova e a
Torino, poi a Venezia e Padova, infine – passando per Brescia, Bergamo,
Milano e Savona – decideva di lasciare l'Italia per dirigersi a Lione e a
Ginevra. Qui si fermò circa due mesi aderendo al Calvinismo, ma poco
dopo, nell'agosto del 1579, veniva processato per diffamazione e
scomunicato. Poi era la volta di Tolosa, dove per venti mesi insegnò
filosofia e astronomia, e di Parigi, dove nel 1582 pubblicava le sue
prime opere, il De umbris idearum, il Cantus Circaeus, il Candelaio. Poi
di nuovo un'altra fuga, questa volta in Inghilterra (forse per la
decisione del clero di applicare sul territorio francese le disposizioni
stabilite dal Concilio di Trento contro la lotta all'eresia).
L'obiettivo è sempre lo stesso: trovare una sistemazione universitaria
che gli consenta di proseguire in piena libertà il proprio lavoro. Che
però, anche questa volta, non riuscì a ottenere, come subito lascia
immaginare un dispaccio di Henry Cobham, ambasciatore a Parigi, inviato a
Francis Walsingham, primo segretario della regina Elisabetta: «Intende
venire in Inghilterra il dottor Giordano Bruno, Nolano, professore di
filosofia, la cui religione io non posso approvare». Del resto, si
chiede Bertrand Levergeois, «perché mai un anglicano avrebbe dovuto
provare una qualche benevolenza nei confronti di un domenicano apostata,
accompagnato da una scomunica calvinista, il cui pensiero, che si
tratti della teorie delle ombre, di mnemotecnica o della sua commedia,
aveva preso le distanze dalla teologia?».
Chi leggerà questo libro apprezzerà quanto fecondo sia stato questo
periodo della sua vita (con la pubblicazione di alcune delle sue opere
più celebri: dalla Cena de le Ceneri al De la causa, dal De l'infinito,
universo e mondi allo Spaccio della bestia trionfante), ma anche quanto
aspra e violenta fu la reazione che l'accademia oxoniense riversò su
questo filosofo di nessuna accademia. «In Oxonia», ricorderà Bruno nella
Cena, domina una «costellazione di pedantesca ostinatissima ignoranza e
presunzione mista con una rustica inciviltà». E così dopo aver lasciato
l'Inghilterra ritornava di nuovo in Francia, per passare in Germania e
Boemia. Poi ancora in Germania, a Tubinga, a Helmstedt e a Francoforte,
dove restò circa sei mesi, fino ai primi mesi del 1591, curando la
stampa di tre poemi, il De minimo, il De monade e il De immenso: libri
quasi "sacerdotali", e pieni di geometria "metafisica" e "qualitativa",
che nulla hanno in comune con la matematizzazione della natura a cui si
richiameranno di lì a poco un Galileo o un Kepler. Infine, arriva la
decisione sciagurata di rimettere piede in Italia.
Gli ultimi capitoli sono ovviamente dedicati alle vicende processuali,
venete e romane. Sono tra i più efficaci, dove il racconto si fa ancora
più veloce e stringente, grazie anche all'impiego costante della
documentazione sul processo raccolta da Luigi Firpo. E non c'è una
pagina che non mostri attenzione e passione verso la vita e le opere del
Nolano: un lavoro intellettualmente onesto, che si rivela un ottimo
punto di partenza per chi vuole entrare nell'intricato e multiforme
universo bruniano. C'è però una cosa che poteva essere considerata: e
cioè che questa edizione italiana esce diciotto anni dopo l'edizione
originale francese. Perché non si è sentita l'esigenza da parte dei
direttori della collana (intitolata, tra l'altro, proprio «Campo dei
Fiori») di procedere a un suo aggiornamento o comunque a una sua
integrazione con un'ampia e nuova introduzione?
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