chool di quell’Ateneo — ed è uno dei teorici più rispettati nel mondo della finanza e degli affari. Il secondo autore, Geoff Mulgan, è stato il principale consulente politico di Tony Blair e guida adesso la più importante agenzia britannica per la promozione dell’innovazione tecnologica. Il suo libro s’intitola:
venerdì 22 febbraio 2013
Il capitalismo senza i danni del capitalismo: il ricorrente sogno "riformista" della botte piena e della moglie ubriaca
Colin Mayer: Firm Commitment, Oxford University Press
Trovare
il modo di domare e umanizzare il capitalismo — la missione che si sono
proposti per un secolo i socialdemocratici — non è impresa da poco. Il
sistema capitalista nelle sue svariate forme si è rafforzato grazie alla
“vittoria” sul comunismo e il socialismo statalista dopo il collasso
dell’Unione Sovietica e dopo che anche la Cina ha adottato i principi e
la pratica dell’economia di mercato. Sembrava proprio, come era convinta
Margaret Thatcher, che non esistesse alternativa al capitalismo libero
di espandersi senza limiti.
chool di quell’Ateneo — ed è uno dei teorici più rispettati nel mondo della finanza e degli affari. Il secondo autore, Geoff Mulgan, è stato il principale consulente politico di Tony Blair e guida adesso la più importante agenzia britannica per la promozione dell’innovazione tecnologica. Il suo libro s’intitola:
Geoff Mulgan: The Locust and the Bee, Princeton U.P.
Il capitalismo dal volto umano
Due libri usciti in Gran Bretagna offrono idee e proposte nuove per combattere lo strapotere delle grandi imprese e riformare l’economia
di John Lloyd Repubblica 22.2.13
Sono stati il crollo del 2008 e la crisi
di lungo periodo che ne è seguita in Europa e nel resto del mondo ad
aprire nuovi orizzonti. Questo non significa che le forze di
centrosinistra siano state facilitate nell’andare al potere: di tutti i
paesi
europei solo la Francia ha un governo di sinistra e l’Italia
potrebbe averne uno tra pochi giorni. Il significato del cambiamento è
invece un altro: trovano molto maggiore ascolto che in passato le nuove
idee e le proposte per la trasformazione del libero mercato in un
fattore positivo — e non negativo — rispetto agli interessi degli
individui.
Escono in questi giorni due libri, entrambi di autori
britannici, che si collocano nel cuore di questo dibattito con approcci
innovativi. L’autore del primo libro,
chool di quell’Ateneo — ed è uno dei teorici più rispettati nel mondo della finanza e degli affari. Il secondo autore, Geoff Mulgan, è stato il principale consulente politico di Tony Blair e guida adesso la più importante agenzia britannica per la promozione dell’innovazione tecnologica. Il suo libro s’intitola:
The Locust and the Bee.
Né
l’uno né l’altro credono che il capitalismo sia in declino terminale:
entrambi sono però convinti che, per usare le parole di Mayer, «la
negligenza, l’incompetenza
le frodi delle quali si sono rese
responsabili le “corporation” rappresentano un pericolo per la nostra
sopravvivenza e quella del mondo in cui viviamo».
Si tratta di un
giudizio pesante che riguarda le principali istituzioni economiche nella
maggioranza delle economie mondiali, l’origine dei prodotti che
compriamo e usiamo, la fonte dei servizi che ci sono necessari e delle
occasioni di lavoro per tutti noi. Se davvero quelle istituzioni sono
«un pericolo per il mondo in cui viviamo», allora è necessario fare
qualcosa per cambiarle sostanzialmente.
Mayer è convinto che numerose
società, specialmente quelle la cui proprietà è parcellizzata tra molti
azionisti — come spesso negli Stati Uniti e anche di più in Gran
Bretagna — operano in una pericolosa logica di breve periodo. Nel caso
britannico, un azionista che nello spazio di pochi giorni acquista e
vende azioni nella speranza di un profitto immediato, ha gli stessi
diritti di un investitore di lungo periodo. È un po’ — scrive Mayer —
come «se concedessimo il diritto di voto a quei cittadini che sono
pronti a rinunciare alla cittadinanza il giorno dopo». Cercare di
combattere questa tendenza alla estemporaneità non è possibile: le
regole esistono per essere aggirate, mentre la responsabilità sociale
dei grandi gruppi, industriali o finanziari, è efficace quanto un
cerotto su una ferita purulenta. Mayer afferma che le società a
proprietà
familiare — molto diffuse in Germania e in Italia — sono in
genere più attente all’investimento di lungo periodo proprio perché la
proprietà familiare ha interesse a preservare e reinvestire per
garantire continuità.
Mayer crede anche nelle trust firm che si
autoimpongono tre principi fondamentali: 1) valori proclamati
pubblicamente dagli investitori, clienti, impiegati, azionisti e non
dannosi per l’ambiente; 2) la garanzia del rispetto di questi valori da
parte di un consiglio di amministratori fiduciari che non gestisce la
società ma è garante degli interessi degli investitori; 3) il diniego
del diritto di voto agli investitori di breve periodo e la garanzia agli
azionisti di lungo periodo di ricevere un trattamento privilegiato,
maggiore controllo, e la possibilità di trasmettere valori generazione
dopo generazione.
Mayer vuole un capitalismo di lungo periodo e
capace di proteggere gli interessi dei lavoratori, dei consumatori e
dell’ambiente. Non si tratta di una proposta facile da realizzare e non
risolverebbe un caso come quello dell’Ilva. Ma se l’Ilva fosse stata una
trust
firm, uno dei suoi valori sarebbe stata la protezione dell’ambiente e
della salute della comunità di Taranto. Sarebbe forse stato più
probabile che i suoi investimenti garantissero l’acquisizione di
tecnologia per eliminare o almeno ridurre il rischio ambientale.
La
società, prevede nel suo libro Mulegan, richiederà cambiamenti radicali.
Il capitalismo, «vasto sistema in moto perpetuo che spinge e tira» — un
po’ come un treno a vapore della prima industrializzazione — è allo
stesso tempo fuori e dentro di noi, producendo una sensazione di
inevitabilità delle cose. Nello stesso tempo cresce il senso di
astrattezza al vertice, nelle sale delle direzioni delle grandi
corporazioni e delle banche — in un mondo ben lontano da quello degli
scambi dei beni e dei servizi e dalla vita di tutti i giorni. Mulgan è
convinto che, se lasciato a se stesso, il capitalismo si sarebbe già
autodistrutto: per sua fortuna le crisi — specialmente i crolli e le
depressioni degli anni Venti e Trenta — hanno messo in moto, prima e
dopo la guerra, gli interventi dello Stato, a loro volta motore di nuovi
corsi, dello stato sociale e del dialogo tra capitale, lavoro e governo
che hanno assicurato il futuro post-bellico del capitalismo.
Il
messaggio di Mulgan è che il capitalismo deve e può essere civilizzato
perché gli obiettivi della società non si valutano solo in moneta ma per
la loro capacità di sostenere vite piene, ricche di relazioni, di
appagamento e di affetti. Secondo l’autore di
The Locust and the Been
non è soltanto idealismo: «Assistiamo al nascere di un’economia fondata
più sulle relazioni che sui beni di scambio, sul fare più che
sull’avere, sul mantenere più che sul produrre». Mulgan, poi, aggiunge
consistenza al
suo obiettivo di «premiare quelle parti del
capitalismo che a loro volta premiano la dimensione della vita di
relazione ». Questo potrà avvenire grazie all’intervento dello Stato e
delle istituzioni della società civile per raggiungere quell’equilibrio a
misura d’uomo che non può nascere spontaneamente e allo stesso tempo,
salvare la dimensione libertaria della società e del capitalismo anche
al costo di cambiargli i connotati.
Sono abbozzi, non progetti
dettagliati, ma aprono nuove strade tutte da esplorare per chi si
riconosce nel centrosinistra. I pilastri della socialdemocrazia del
secondo dopoguerra erano sindacati forti e responsabili, lo stato
sociale, le politiche economiche keynesiane e una società liberale.
Tutti risultati che sono adesso in pericolo e certamente indeboliti come
mai prima d’ora.
La sinistra ha bisogno di nuovi approcci. La
maggioranza dei partiti di sinistra non vuole più la nazionalizzazione
delle grandi imprese e delle banche: al contrario quando queste sono
sull’orlo del tracollo — come molte banche sono state e potrebbero
ancora esserlo negli Stati Uniti e in Europa — approvano l’uso di fondi
di Stato per tenerle in piedi. Questo non basta, i partiti della
sinistra devono divulgare e rendere accessibili le idee proposte da
Mayer e Mulgan: il capitalismo in tutte le sue forme è il servo, non il
padrone della società e gli eccessi e gli errori di cui è responsabile e
che hanno ferito e potranno ancora ferire la società devono essere
corretti.
Stabilire nuove regole non è sufficiente. Come scrive
Mayer, lo sappiamo bene in Italia, ma non solo: fatta la legge, trovato
l’inganno. È necessaria una trasformazione profonda del diritto
d’impresa che si preoccupi di garantire presente e futuro degli
investitori così come di coloro che si spartiscono i dividendi. E il
ruolo dei cittadini è quello di pretendere che il capitalismo sia
responsabile davanti a loro delle proprie scelte: se vuole continuare a
esistere e produrre profitto deve essere il primo a servire gli
interessi della società.
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