sabato 2 febbraio 2013
Il PCI dalla dialettica all'autonomia nietzscheana del politico. Toni Negri legge il libro di Carlo Galli
Vana ricerca del buon governo
Un paese plasmato sul modello emiliano. Un mito riproposto assieme alla ridefinizione di un nuovo legame tra carta costituzionale e lavoro
ARTICOLO Antonio Negri il manifesto 2013.02.02 - 10 CULTURA
Una bella lezione di umiltà ci dà Carlo Galli con questo libro:
Sinistra, per il lavoro, per la democrazia (Mondadori, pp. 266, euro
17,50, disponibile anche in ebook). È un libro umile non perché
semplificato in ossequio ai militanti democratici o evasivo rispetto
alle ragioni elettorali che lo situano ma perché qui un intellettuale
di grande spessore vuole sperimentare il suo sapere nella lotta
politica e metterlo al servizio di una parte. Senza voler prendere in
giro nessuno, direi, sulle orme di Hadot e Foucault, che qui ci si
trova dinnanzi ad un vero e proprio «esercizio spirituale» che si
colloca nella miglior tradizione del Partito comunista italiano. Al di
là di questo, il libro non ha nulla di «comunista» se non una piccola
(ma importantissima) «derivazione».
Le rivoluzioni del Novecento
Galli
inserisce a questo punto un'analisi delle «quattro rivoluzioni del
novecento»: la rivoluzione comunista, quella del fascismo, quella dello
Stato sociale e infine quella del neoliberalismo. Il Pci è stato
drammaticamente dentro le prime due, si è accomodato alla proposta
keynesiana e newdealistica, ed è stato sconfitto nella quarta: ora deve
fare tesoro di questa sconfitta, subita dal neoliberalismo, adattarsi
ad essa e scontrarsi con gli equilibri da quella costituiti,
rompendoli, non per modificare il sistema ma per ridefinirne la
consistenza. Di nuovo Galli ricorre qui (come altri autori di sinistra,
Gallino in testa) agli schemi operaisti della «composizione sociale
di classe». È contestabile tuttavia che quel metodo (come pretende
Galli) permetta di proiettare i risultati dell'analisi politica su uno
schermo categoriale assai oggettivo - di produrre cioè un riferimento
statico della «parte» rispetto al «tutto». Non si tratterà invece di
considerare la parte e il tutto come sempre relazionati, non perché la
parte voglia o possa costituire il tutto ma perché il tutto non
esisterebbe senza quella parte?
Nei capitoli 3 e 4 si entra nel vivo
del discorso di Galli. Egli si chiede come nel secondo dopoguerra il
Pci sia riuscito a diventare l'intera sinistra, a rappresentare la
Sinistra. Vi è riuscito con un saggio uso di «doppiezza» politica. Come
l'ha fatta funzionare il Pci? Positivamente, prima, per resistere e
gestire la propria forza popolare; per espandersi anche dinnanzi alla
conventio ad excludendum che nel periodo della guerra fredda gli era
stata decretata contro; poi, dopo l'89, nel riuscire a trasformare la
crisi e la perdita di identità in una nuova forza che mantiene il ruolo
di sinistra e lo adegua alle nuove condizioni. Ma se Togliatti fa
scivolare la sua doppiezza (frontismo democratico/insurrezione e
dittatura comunista) sempre più verso la definizione istituzionale di
un «partito di lotta e di governo» - di modo che i contenuti mutino (e
come mutano!) mentre la doppiezza permane - non altrettanto avviene in
seguito.
Rottura con i movimenti
Lungi da un consistere lineare
di discontinuità mascherate da continuità, il niceanesimo del Pci,
dopo la morte di Togliatti, si è desistito ed ha subito qualche grave
deformazione. Ha certamente ragione Galli quando fa questi due esempi.
Primo: l'incomprensione dei movimenti nel decennio '68-'77 e le
rotture che ne derivarono. La «doppiezza» avrebbe dovuto permettere di
assorbire i movimenti nella strategia del partito, ciò invece non
avvenne. E questa incomprensione aprì, da un lato, al cosiddetto
«terrorismo», dall'altro condusse al termine della fase espansiva della
democrazia italiana. Quella rottura introdusse «un aut aut pernicioso
fra partito e movimenti, fra «tutto» democratico declinato come
accettazione sostanziale del presente, e «parte» (parzialità) lasciata
ai movimenti, che la trasformarono in rabbia e in antagonismo».
Secondo: la Bolognina, ecco la stazione finale. Dove non scompare solo
il nome comunista ma si abbandonava la singolarità di un'esperienza
secolare.
È comunque solo a questo punto che si può cominciare a
ricostruire la sinistra: da questa negatività riconosciuta. La funzione
di quest'operazione consiste innanzitutto nell'opporre la politica
all'antipolitica. E poiché quelle sconfitte, di cui sopra, hanno
frammentato a dismisura la sinistra, la si deve ricomporre. «La critica
del Tutto omologante e differenziante può avvenire a cominciare dalle
Parti: tanto dai movimenti quanto dai partiti rinnovati». Lo scenario
italiano comprende gran numero di movimenti (ecologici, liberal,
benecomunisti, ecc.). La valutazione che se ne fa è probabilistica:
ricomporli arricchirebbe la sinistra. C'è un grande spazio sul quale
svolgere un'energica iniziativa. Così agendo, l'antipolitica potrebbe
essere abbattuta. Si badi bene, spesso Galli ci ricorda che le forze
attratte dall'antipolitica non hanno nulla di tale: divengono
antipolitiche semplicemente perché la sinistra è incapace di leggere
questi movimenti.
Politica dell'eguaglianza
Ma se il partito ha
tutto l'interesse a ricomporre la sinistra, perché mai i movimenti
dovrebbero ritornare al partito? Perché mai il partito dovrebbe
presentarsi come riferimento dei movimenti? Per evitare di rispondere
brutalmente - perché c'è il porcellum, perché il sistema è bipolare; e
perché senza rappresentanza i movimenti divengono pericolosi ed
impotenti - bisogna spiegare infine quali siano le figure, la
soggettività ed il programma della sinistra: e qui Galli si trova a
svolgere il compito più difficile. Il capitolo V è intitolato «La
politica del lavoro, il lavoro della politica». Se al posto della
virgola mettiamo un «=» la cosa diventa non più retorica ma
spaventosamente effettuale: solo la politica - e cioè quel segno di
eguaglianza - mette assieme capitale e forza-lavoro, società e classe
operaia. Marx ha spiegato più volte che il lavoro è concetto duplice:
lavoro vivo e capitale variabile - che vuol dire classe operaia e lavoro
come valore d'uso appropriato, sfruttato dal capitale. Che solo la
politica della sinistra possa tenerli uniti, senza che diventino
antagonisti, può essere vero. Ma a quale prezzo?
La modernità non è liquida
Galli
riconosce al Partito Democratico il superamento della fondamentale
doppiezza di un tempo, di essere dunque direttamente interprete di una
politica riformista - ora rinnovata da una fertile accettazione
dell'egemonia capitalista. Ma il doppio, l'antagonismo si ripropongono
nella redistribuzione dei redditi e/o dei profitti dello sviluppo. E si
ripropongono in maniera ancor più complicata di prima, di quanto cioè
avveniva nel periodo newdealistico, perché non sono più i sindacati e
neppure una ristretta forza-lavoro organizzata a rappresentare la
«parte»; ma la rappresentano le moltitudini dei lavoratori, strutture
plurali e dense di singolarità che non solo sono sfruttate ma, almeno
nella produzione cognitiva, già si sono riappropriate di frammenti di
capitale fisso. Questa nostra società è ormai molto poco «liquida» e
conosce un'intellettualità ricca di risorse ed immiserita nella sua
condizione sociale - un nuovo proletariato. La «doppiezza» di Togliatti
consisteva nella soppressione politica di ogni antagonismo reale ma
allo stesso tempo esaltava la missione egemonica della classe operaia.
Galli non sembra essersi accorto che il Pd non può più farlo. Mica si
può aver di meglio di quello che concordiamo con i padroni!, esclama:
ad esempio, di mettere in discussione la categoria del profitto,
«un'ipotesi francamente troppo ambiziosa nell'immediato». Qui la
dimensione niceana della politica si chiude in uno spazio limitato,
quello del «conveniente», del «consensuale», e finisce per mostrarci una
«parte» che ha ormai dimenticato di collocarsi conflittualmente in un
«tutto».
Il patto impossibile
È qui che vorrei ritornare su
quella «deviazione» segnalata all'inizio. Essa risalta quando,
nostalgicamente, Galli ci parla di «politica del lavoro/lavoro della
politica» in Emilia - dagli anni della ricostruzione fino al
«compromesso storico». Ebbene, che cosa fece di quella regione un
modello di «comunismo all'italiana»? Il patto fra produttori, impegnato
in una pratica di «democrazia progressiva». È ancora vero? No. Da
troppo tempo non c'è più. È ancora possibile? Galli lo promette a nome
della sinistra. Ma può esserci in una società dove il lavoro precario è
ormai consolidato in una diseguaglianza di redditi enorme - questa
sì, progressiva - bene, è immaginabile una siffatta ricostruzione, una
seconda primavera della «differenza emiliana»? Ecco una bella utopia
nostalgica, preteso programma progressivo, in effetti regressivo, da
realizzare attraverso la vittoria elettorale della sinistra.
Qui
finisce il libro. Termina con un lungo appello all'attuazione di
quell'ideologia del lavoro che avrebbe dovuto reggere la Costituzione
del '48. Pensare che quella Costituzione possa essere realizzata oggi
dopo circa sessantacinque anni, e realizzata secondo i sogni, non dei
costituenti, ma dei resistenti che, con le armi in mano, volevano
significasse quello che oggi Galli, completamente disarmato e disilluso,
ci narra - è ingenuo. Diremmo, anche ingeneroso verso la storia del
Pci, se non sapessimo che in questo caso è la generosità che tradisce
l'intelligenza. Ma Galli corregge subito il tiro: «la posta in gioco,
per la sinistra, è la capacità di governare democraticamente i processi
economici, obiettivo per il quale è necessario ricostruire le
condizioni del governo stesso, di rifondare lo spazio pubblico, di
operare nell'emergenza in vista di un nuovo ordine». Questo esprime
l'esigenza di mettere in atto una riforma generale del sistema
democratico, di andare al di là (attraverso l'esercizio di un potere
costituente e, comunque, attrezzati di un vigoroso pragmatismo) di una
costituzione ormai impregnata di usi inetti e corrotti -
necessariamente, perché essa non corrisponde più alla materialità degli
attuali rapporti sociali. Questo per dire, solfeggiando in filosofia,
che forse quella dimensione niceana, quella decisione sulle
contingenze, è insufficiente. La realtà è ridiventata dura, Nietzsche
orami si inzucca nelle barbarie di una dialettica insolubile,
l'aforisma non è più lecito, la contingenza libera probabilmente
dall'ideologia ma ci schiaccia nell'impossibilità dell'opera. Dovremo
allora ripensare alla dialettica dell'oltrepassamento, meglio ancora, a
restaurare il razionalismo dell'emancipazione - insomma, un «ritorno
alle origini» che, nello spirito machiavellico, assomiglia assai poco
al pacioso, comunque defunto, progressismo emiliano. Avendo voluto
passare impunemente da Carl Schmitt al Pd, Galli dovrà ora accorgersi
che non c'è «porto franco» che permetta questo baratto.
*****************
I frammenti del neoliberismo
L'ordine neoliberale è andato in frantumi, ma sono in molti a
prodigarsi per ricomporlo. Tutta la discussione pubblica mainstream si
snoda attorno al nodo di come garantire una uscita dalla crisi in
continuità con il recente passato. Ciò che viene ostinatamente negato è
che il neoliberismo non si è presentato solo come un particolare modo
di produzione, ma anche come una forma politica che ha ridisegnato il
ruolo delle Stato, dei partiti, del sindacato. Già agli albori del
neoliberismo Michel Foucault aveva indicato, in alcuni seminari al
Collège de France nel 1978-1979, l'attitudine costituente della
controrivoluzione neoliberale («Nascita della biopolitica»,
Feltrinelli), ma la griglia analitica del filosofo francese è stata
spesso ignorata. A oltre 40 anni di distanza, le tesi di Foucault hanno
invece un ampio credito, sebbene appannaggio di alcune minoranze
intellettuali. Recentemente Maurizio Lazzarato le ha riprese per
analizzare la crisi del neoliberismo per quanta rigurda la forma-stato.
Dopo aver indagato «L'uomo indebitato», la casa editrice ombre corte,
ha mandato in stampa «Il governo delle diseguaglianze» (pp. 130, euro
12), accurata analisi della funzioni di controllo sulla vita sociale
assunte dallo Stato.
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