E Leningrado sconfisse la fame
Il diario di una sedicenne testimonia la strenua resistenza della popolazione nella città sul mar Baltico circondata dai tedeschidi Fabrizio Dragosei Corriere La Lettura 3.2.13
Il giorno in cui i tedeschi invasero l'Urss, Lena Muchina andò regolarmente a scuola a Leningrado. Quel 22 giugno del 1941, la vita di una studentessa di 16 anni cambiò per sempre. Come nei mesi immediatamente seguenti sarebbe cambiato l'ottimismo che discendeva direttamente dalla lettura dei bollettini di guerra sovietici: i tedeschi invasori «respinti su tutta la linea di confine»; gli aviatori russi che vincono ogni duello aereo perché «i nervi scossi del nemico non reggono la tensione»; i tedeschi che «vanno in battaglia ubriachi e colgono al volo la prima occasione per darsi prigionieri».
A volte, più dei libri di storia, i documenti scritti dai protagonisti riescono a dare un quadro degli avvenimenti chiarissimo. È il caso del libro Il diario di Lena (Mondadori), che si aggiunge ora a quelli, già pubblicati in passato, di ragazzi che vissero la terribile epopea dell'assedio di Leningrado, la città sul Baltico che rimase per 900 giorni chiusa nella morsa delle armate tedesche. Di Tanja Saviceva, che morì a 14 anni, ci sono giunte solo poche pagine, nelle quali racconta come la fame uccideva chi era vicino a lei. Yura Rjabinkin, uno studente di 16 anni come Lena Muchina, scrive pagine intense, nelle quali registra i cambiamenti avvenuti in lui man mano che le condizioni peggioravano. Così confessa di aver rubato da un barattolo in cucina, di aver «sottratto ogni possibile briciola a mamma e a Irina», di aver mangiato un gatto.
Lena alterna momenti di grande sconforto a pagine di speranza. Quando, per esempio, vengono aumentate le razioni di pane, da 125 a 200 grammi al giorno: «Che felicità! Vorrei gridarlo con quanto fiato ho in gola». Dopo aver sfondato le difese sovietiche, le armate del generale von Leeb nel settembre del 1941 chiusero in una morsa la città che oggi è tornata all'antico nome di San Pietroburgo. Stalin si era preoccupato solo di evacuare i macchinari necessari alla continuazione della guerra, lasciando a Leningrado due milioni e mezzo di civili. Tutti si attendevano l'attacco che avrebbe portato alla caduta della antica capitale. Ma Hitler aveva idee diverse. Leningrado non aveva una importanza strategica, non valeva la pena di sprecare le forze: la città sarebbe caduta per fame.
Così iniziò il terribile assedio, durante il quale morirono almeno ottocentomila civili, soprattutto nell'inverno 1941-1942, uno dei più freddi. Fin dall'inizio Lena e i suoi coetanei vengono mandati a lavorare, scavare fossati, assistere i feriti. Ma allo stesso tempo continuano le lezioni. A dicembre non c'è più riscaldamento, manca l'energia elettrica, i tubi dell'acqua sono gelati. La gente muore di inedia, nelle case, per strada. Ma il 27 dicembre Lena va a teatro a vedere Un nido di nobili di Turgenev: «Mi è piaciuto tantissimo, se fosse per me andrei a teatro tutti i giorni», annota nel diario. Ma subito dopo aggiunge che non andrà più ad assistere a una rappresentazione, perché la gioia del teatro «non è nemmeno lontanamente paragonabile alla sofferenza che provo ogni volta che devo tornare a casa». Il 31 dicembre Lena festeggia «con ben duecento grammi di pane», ma poi tre giorni dopo assiste alla morte di Aka, una amica che abitava nella stessa casa. Nei primi giorni del 1942 lo sconforto sembra prendere il sopravvento: «Ormai non ci resta che metterci a letto e morire», scrive il 3 gennaio. L'8 febbraio muore la mamma. Solo dopo tre giorni la ragazza riuscirà a portare la salma all'obitorio. Ma poi le cose iniziano a migliorare, grazie anche alla cosiddetta «strada della vita» creata sul lago Ladoga ghiacciato, attraverso la quale giungono un po' di rifornimenti. «Sono diventata ricca. Ho un barattolo di miglio, uno di orzo e un altro di farina saracena», scrive il 17 febbraio.
Con la primavera, la vita riprende, si rivedono i tram in giro per Leningrado, si pensa a evacuare i civili. Lena viene portata via. Sopravviverà alla guerra, anche se non avrà mai la gioia di veder pubblicato il suo diario, uscito solo ora. Tanti altri saranno meno fortunati e l'assedio verrà rotto solo nel 1943, dopo l'offensiva invernale sovietica che provocò tra le altre cose, molto più a sud, la disfatta dell'Armata italiana in Russia.
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