11 agosto 490 a.C., piana di Maratona. Un esercito di diecimila greci, in maggioranza ateniesi, affronta a viso aperto lo sterminato schieramento persiano. La vittoria degli invasori sembra già scritta, ma la rapidità d’attacco e l’ardore guerriero degli opliti ribaltano in poche ore l’esito della battaglia. Viene impresso un nuovo corso al futuro della Grecia e alla storia di tutto l’Occidente. Già agli occhi dei contemporanei quella storica giornata divenne la massima espressione dell’ingegno e del coraggio individuali, uniti alla disciplina collettiva e alla coesione tenace: Eschilo volle che sulla propria tomba fosse ricordato il suo valore durante la grande battaglia piuttosto che le sue doti drammatiche. A rendere lo scontro quasi leggendario contribuì il ricordo dell’impresa di Filippide, il messo ateniese che percorse una distanza di quarantadue chilometri, da Maratona ad Atene, per dare ai concittadini la notizia della vittoria. Tuttavia, sulle tracce di Erodoto, Billows abbandona il mito e racconta la storia, soffermandosi sulla marcia dei reduci che, dopo aver combattuto, ancora muniti di armatura, scudo e lancia, tornarono ad Atene rapidi per difendere le alte mura della città. Confutando i luoghi comuni, concentrandosi sulla strategia militare e sulla tecnologia delle armi, Richard A. Billows ripercorre gli avvenimenti storici portandoci sul campo di battaglia, mostrandoci il furore dei combattenti greci mentre si abbattono, incredibilmente compatti, sul nemico persiano. Maratona ricostruisce gli eventi, avvalorando l’interpretazione del XIX secolo, secondo la quale la vittoria ateniese costituì il momento fondamentale per la nascita della cultura greca classica e dunque della civiltà occidentale.
Ma a Maratona chi vinse davvero?
Uno storico ricostruisce la grande battaglia in cui Atene sconfisse l’impero persiano
di Alessandro Barbero La Stampa TuttoLibri 9.2.13
Nel 1851 lo storico inglese Edward Creasy inventò una categoria destinata a duratura fortuna: le battaglie decisive della storia. Le sue «Fifteen Decisive Battles of the World» descrivevano una traiettoria dalla direzione ben precisa. L’Europa si era difesa per secoli dalla barbarie, trionfando dei Cartaginesi al Metauro, degli Unni ai Campi Catalaunici e degli Arabi a Poitiers, e questo aveva reso possibile lo sviluppo di una civiltà cristiana e occidentale che agli occhi del pubblico vittoriano rappresentava ovviamente il vertice della storia umana. Nell’orizzonte europeo, la saggezza della Storia aveva poi creato l’Inghilterra con la battaglia di Hastings, l’aveva protetta con la sconfitta dell’Invincibile Armada, le aveva consentito di trionfare a Waterloo; anche se Creasy, che non è uno sciocco, considera altrettanto decisive le sconfitte inglesi, che hanno permesso ai rivali di sopravvivere e reso pluralista l’Occidente: dalla vittoria di Giovanna d’Arco a Orléans a quella di Giorgio Washington a Saratoga.
Nel secolo e mezzo che ci separa da Creasy sono apparse molte altre rassegne di battaglie decisive, ed è istruttivo scoprire come a seconda dei casi è stata modificata la lista: per gli storici americani del primo Novecento, ad esempio, le battaglie di Santiago e di Manila vinte nel 1898 contro gli Spagnoli, che portarono nell’orbita dell’impero americano Cuba e le Filippine, rientravano a pieno titolo fra gli scontri decisivi dell’umanità, e forse avevano ragione loro, anche se queste battaglie oggi nessuno le ricorda più. Ma la prima delle battaglie decisive è sempre, per tutti, la stessa con cui Creasy apriva il suo libro: Maratona, dove nel 490 a. C. diecimila opliti ateniesi sconfissero l’esercito mandato dai Persiani a sottomettere la Grecia, e «salvarono la civiltà occidentale».
Uno storico postmoderno, se gli fosse chiesto di scrivere un libro su Maratona, sarebbe tentato di verificare se questo venerabile luogo comune non possa essere rovesciato. Supponiamo che gli Ateniesi fossero stati sconfitti: e allora? I Persiani avrebbero preso e bruciato Atene, ma questo è esattamente quello che accadde dieci anni dopo, quando Serse ritentò l’impresa in cui suo padre Dario aveva fallito. Subito dopo gli invasori avrebbero incontrato un nemico alquanto più pericoloso degli Ateniesi, gli opliti spartani schierati ad aspettarli sull’Istmo di Corinto, e lì la «lancia doriese», che perfino l’Ateniese Eschilo, combattente di Maratona, menziona con timoroso rispetto nei Persiani, ne avrebbe fatto macello, esattamente come accadde undici anni dopo a Platea.
Ma vogliamo rovinarci: supponiamo pure che la vittoria persiana a Maratona fosse seguita dalla sottomissione delle poleis al Gran Re. Siamo proprio sicuri che la civiltà greca sarebbe stata soffocata nella culla, e con lei la civiltà occidentale? I Persiani, in un territorio così remoto, si sarebbero limitati a imporre dei governi a loro favorevoli e a riscuotere il tributo, come facevano con le città greche dell’Asia Minore, i cui guerrieri, marinai e ingegneri servirono fedelmente Serse. Quello persiano era un impero florido e tollerante, capace di suscitare affetto nei più rancorosi fra i popoli sottomessi: gli Ebrei, ad esempio, prosperarono sotto i Persiani, a tal punto che nel libro di Esdra si afferma chiaramente che è stato Dio a creare l’impero persiano, e nel libro di Isaia il suo fondatore Ciro il Grande è addirittura chiamato il Messia. Perché non avrebbero potuto prosperare anche i Greci?
Richard Billows, professore alla Columbia, non ha nessuna intenzione di avallare simili fatuità postmoderne. Il suo racconto è saldamente ancorato al presupposto che Maratona fu davvero una battaglia decisiva: se Milziade fosse stato battuto, la storia del mondo sarebbe stata un’altra, e noi non saremmo qui. E può darsi che sia proprio necessaria questa fede per affrontare ancora una volta il racconto di una battaglia su cui abbiamo un’unica fonte coeva, Erodoto. Come sempre, quando si racconta una battaglia antica le cui fonti sono già state passate al setaccio, c’è poco di nuovo da scrivere, e il libro si regge o cade sulla bravura narrativa dell’autore, e sulla sua capacità di immedesimarsi nell’esperienza vissuta dei protagonisti. Da questo punto di vista le pagine in cui Billows racconta il conflitto si leggono con grande piacere e profitto. Bisogna però avvertire che si tratta al massimo d’una cinquantina di pagine, perchè, con tutta la buona volontà, non è possibile tirarla più in lungo. La maggior parte del libro assomiglia piuttosto a un breve corso di storia greca e, in minor misura, persiana, fino al 490: alla fine, si rimane con la sensazione che sarebbe forse stata più istruttiva la versione postmoderna.
Maratona, la battaglia dove nacque la civiltà occidentale
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