mercoledì 6 febbraio 2013
Mario Tronti fa rima con Monti
I cattolici, la sinistra e la sfida nazionale
di Mario Tronti l’Unità 5.2.13
Ha ragione Claudio Sardo a mettere in evidenza la doppia reciproca sfida
che dai cattolici viene alla sinistra e che dalla sinistra investe i
cattolici. Questi non sono più, come un tempo, due mondi internamente
compatti.
Il movimento operaio da una parte, il cattolicesimo politico dall’altra.
Oggi sono due mondi articolati, ognuno a suo modo plurale, ognuno ormai
complexio oppositorum. Tema strategico, il loro rapporto, non per la
cattura del consenso, ma per il governo del Paese e per la
ricostruzione, sempre più urgente, di un ethos pubblico.
In gioco, un’immagine di società, il discorso sulle forme di vita,
un’idea della pianta uomo e di convivenza umana, nell’irrompere salutare
della differenza, come bandiere della modernità, che un post-moderno
sregolato e selvaggio ha lasciato cadere nella polvere e che vanno
raccolte, insieme, da credenti liberi e da non credenti responsabili.
Un’operazione di intenso spessore neo-umanistico, in risposta all’ultimo
disagio di civiltà che la crisi economico-finanziaria e
politico-sociale ha definitivamente messo a nudo.
Un passaggio elettorale non può disperdere la necessità di questo
confronto. Anzi, è l’occasione per rilanciarlo, nei modi opportuni.
Forse mettendo per un momento da parte i principi irrinunciabili e
piuttosto disponendosi in ascolto delle domande più urgenti che vengono
dal basso della società. È indubbio che a questo ascolto, siano più di
tutti gli altri disponibili i cattolici e la sinistra. E allora da qui
conviene partire. Con un atteggiamento di sobria confidenza con le
persone che lavorano, che faticano, che soffrono, e non per loro colpa
biblica, ma per il sistema ingiusto che li opprime. Sobria confidenza e
cioè solidarietà alla pari, comune destino, e non demagogia populista da
fuori e dall’alto, che fino a ieri veniva solo da Arcore, ora la
vediamo venire anche dalla Bocconi. Miracoli della campagna elettorale:
almeno qui da noi, finché non si metterà la parola fine a questa eterna
favola del lupo e dell’agnello. I tanti voti, come i tanti spiccioli, ce
li hanno i poveri: messi insieme, servono ai ricchi per tenere al
sicuro i loro patrimoni.
Forse bisogna metterla così, per rompere l’incantesimo di un mondo
rovesciato. E per dire che dal governo guarderemo il mondo dall’altro
lato. Per punire nessuno. Per garantire a ciascuna parte la sua
legittima funzione, anche alla ricchezza, che deve servire però al bene
comune e non al privilegio dei pochi. Per assicurare a chi dalla vita ha
potuto avere troppo poco, o addirittura niente, quel valore non
negoziabile che è la dignità umana. Perché senza dignità non c’è
libertà, quella libertà che sta sempre sulla bocca dei potenti. Senza
dignità, c’è la tentazione, e di più, c’è l’obbligazione della servitù.
C’è il rifugio illusorio del salvarsi da solo, partecipando a mani nude
alla lotta brutale per l’esistenza, in una competizione impari con chi
ha a disposizione le armi del privilegio di nascita e di risorse. C’è
una comune disposizione d’animo, di anima politica, che unisce e
raccorda oggi cattolici e sinistra, l’estraneità dell’individualismo dal
proprio orizzonte generalmente umano, che è poi quello specificamente
politico. Si evidenzia qui il bisogno di una nuova unità, emergenziale,
tra questione antropologica e questione sociale. Non è solo un problema
di particolare momento, si tratta tra l’altro di riuscire a sollevare il
discorso pubblico ad altezze incompatibili rispetto alla palude
volgare, indecente, in cui l’ha precipitato il racconto berlusconiano,
leghista, grillino e quant’altro lo insegue, per imitazione, su questo
terreno.
Bisogna avere fiducia nella capacità di riconoscimento tra le varie
offerte politiche da parte delle persone, prese singolarmente. Anche se
va mantenuta una punta di scetticismo sui movimenti di opinione
collettiva, ora gravemente inquinati dalla magia della comunicazione di
massa. Penso che alla fine il modo più efficace per ottenere il
necessario consenso sia sempre quello di presentarsi per quello che si
è. Questo sono. E per questo chiedo di essere scelto. Penso che in una
campagna elettorale una forza politica debba comportarsi come il maestro
con gli allievi, come il padre con i figli. Non con una vocazione
pedagogica, non per insegnare come si deve essere, che cosa si deve
fare, in che modo si deve vivere. Ma semplicemente dicendo, anzi
mostrando: io sono così, io faccio questo, io vivo in questo modo. Una
esemplarità, dove ognuno, specchiandosi, ritrova, può ritrovare, e
appunto riconoscere, il meglio di sé.
E allora, però, è indispensabile avere dietro un percorso di esperienze
inattaccabili, è necessario poter presentare non solo un bagaglio di
idee alternative, ma una generazione di uomini e di donne in grado di
portarle nel quotidiano della loro esistenza. Questa è la nobiltà di
essere partito. Si è persa. Va recuperata. Non siamo fuori tempo
massimo. Siamo in un tempo difficile per la serietà delle intenzioni.
Con le unghie e con i denti, uscirne fuori, ecco un compito per cui vale
la pena di battersi.
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