Questo ultimo libro di Corriero tiene conto della documentazione, pubblicata solo di recente, degli appunti del Seminario su Schelling che Martin Heidegger tenne nel 1927-28, subito dopo la pubblicazione di Essere e tempo.
lunedì 11 febbraio 2013
Schelling realista? Nuove interpretazioni
Risvolto
Il recente dibattito filosofico intorno al ‘nuovo
realismo’ sta mettendo sotto una luce non prevista l’importanza del
pensiero di Schelling. In lui la realtà, in quanto irriducibile
eccedenza dell’Essere, precede già da sempre il pensiero. Non si tratta
però di una zona opaca e impenetrabile che tutt’al più garantisce
l’oggettività delle cose, bensì dell’ambito dinamico originario della
libertà, che determina in divenire le diverse forme dell’Essere e che
coinvolge direttamente l’uomo e le sue azioni. Secondo Schelling, la
libertà umana è il punto centrale della filosofia, perché a partire da
essa e dalle sue contraddizioni si manifesta la conflittualità
dell’Essere in generale, nel suo rapporto con il divenire della storia.
Si giunge così ad affermare una Libertà originaria, essenziale e
intimamente conflittuale, che supera l’idea moderna di libertà come
proprietà e facoltà del singolo individuo.
Questo ultimo libro di Corriero tiene conto della documentazione, pubblicata solo di recente, degli appunti del Seminario su Schelling che Martin Heidegger tenne nel 1927-28, subito dopo la pubblicazione di Essere e tempo.
Questo ultimo libro di Corriero tiene conto della documentazione, pubblicata solo di recente, degli appunti del Seminario su Schelling che Martin Heidegger tenne nel 1927-28, subito dopo la pubblicazione di Essere e tempo.
Risvolto
Un’occasione per avvicinarsi a uno dei periodi più
affascinanti e controversi del pensiero di Schelling, accompagnati da
due autori tedeschi celebri nel panorama filosofico europeo ma ancora
poco tradotti in Italia. Come suggerisce Simone Luca Maestrone, che ha
tradotto i testi dall’originale, il volume si muove nel filone della
riscoperta dell’attualità contemporanea del pensiero di Schelling, che
negli ultimi anni si sta facendo strada fra studiosi di formazione e
orientamento spesso molto divergenti fra loro. Hogrebe e Gabriel
propongono due interpretazioni inusuali e “temerarie”, concentrandosi
sulle opere schellinghiane “intermedie” che segnano il passaggio dalla
Filosofia dell’identità a la più tarda Filosofia positiva. L’obiettivo
dichiarato dei due autori è quello di far dialogare liberamente il
pensiero di Schelling con i risultati di una certa filosofia
contemporanea. L’innovativo approccio epistemologico si presenta come un
acuto strumento di comprensione del “razionalismo” sui generis di
Schelling, stimolo per nuovi paradigmi di ricerca e di confronto sul suo
pensiero.
Diversi saggi ricostruiscono la svolta nel pensiero del filosofo tedesco avvenuta negli anni della vecchiaia Ecco come Schelling ha rinnegato gli idealisti
di Maurizio Ferraris Repubblica 11.2.13
Se anche non fosse stata quella di un grande filosofo, la lunga vita di
Friedrich Wilhelm Joseph von Schelling, che aveva quattordici anni
quando fu presa la Bastiglia e che morì nel 1854 mentre era in vacanza
in Svizzera, ormai al tempo dei dagherrotipi e dei lampioni a gas, basta
a illuminare un pezzo di storia intellettuale europea. Con i relativi
usi e costumi accademici, politici e sentimentali, con figure come
Goethe e Hegel e Hölderlin (e le donne di Schelling: Carolina, che per
sposarlo divorzierà da Wilhelm August von Schlegel e morirà nel 1809;
Paulina Gotter, che gli darà sei figli; sino alla passione platonica di
Schelling settantenne per una giovinetta inglese, Eliza Tapp,
adattissima per un caso clinico di Freud) tutto descritto con sublime
maldicenza da Xavier Tillette, uno dei massimi studiosi di Schelling
nella Vita di Schelling tradotta per Bompiani da Marco Ravera, con una
ricca introduzione di Giuseppe Riconda. Ma ci sono anche motivi di
attualità filosofica. Che, da una parte, come dimostra il libro di
Emilio Carlo Corriero, Libertà e Conflitto. Da Heidegger a Schelling,
per un’ontologia dinamica, con un saggio di Manfred Frank (Rosenberg e
Sellier, 2012), riprendono la tradizione di studi schellinghiani avviati
a Torino negli anni Settanta dal Luigi Pareyson, il maestro di Eco e di
Vattimo. E dall’altra si aprono ad altre tradizioni, come nel libro di
Wolfram Hogrebe e Markus Gabriel, Predicazione e genesi. L’assoluto e il
mondo, a cura di Simone Luca Maestrone, uscito anch’esso recentemente
da Rosenberg. Hogrebe è uno dei massimi filosofi tedeschi contemporanei,
che con uno stile colto e ironico propone una rilettura di Schelling
insieme analitica e speculativa. Gabriel, poco più che trentenne, è
impegnato in un rinnovamento profondo della filosofia tedesca, in
dialogo con altre tradizioni, dalla filosofia analitica al nuovo
realismo. Ed è proprio il richiamo al realismo (esplicito anche nel
volume di Corriero) che sta alla base di questa rinnovata attualità di
Schelling, e in particolare della sua “seconda” o “tarda” filosofia, nel
dibattito teorico contemporaneo.
Per Schelling “Cogito ergo sum”, il punto di partenza cartesiano, è
stato un falso movimento: dal pensiero all’essere. Tutta la filosofia
moderna, da Kant a Fichte, a lui stesso da giovane, a Hegel che ormai lo
ha soppiantato nel favore filosofico dei tedeschi, è dunque una
filosofia negativa. “Penso dunque sono”, “le intuizioni senza concetto
sono cieche”, “il razionale è reale”, significa che la certezza va
cercata nell’epistemologia, in ciò che sappiamo e pensiamo, e non
nell’ontologia, in quello che c’è. Ma con questo si apre un abisso tra
il pensiero e l’essere, uno iato destinato a non venir più recuperato,
come del resto testimonia tutta la storia della filosofia degli ultimi
due secoli. Per il secondo Schelling bisogna procedere in senso inverso.
L’essere non è qualcosa di costruito dal pensiero, ma è qualcosa di
dato, di offerto, prima che il pensiero abbia inizio. Non solo perché
abbiamo la testimonianza di epoche interminabili in cui c’era il mondo
ma non c’era l’uomo, ma anche perché ciò che inizialmente si manifesta
come pensiero viene da fuori di noi: le parole di nostra madre, i miti
che (esattamente come le barzellette) non hanno inventori, e sono
residui di senso in cui ci imbattiamo proprio come alla Mecca ci si
imbatte in un meteorite.
Il pensiero è anzitutto natura, cioè non è un cogito trasparente, ma un
inconscio che si rivela poco alla volta, se si rivela. Incontriamo
oggetti che avevano una consistenza ontologica indipendentemente dal
nostro sapere e che di colpo o attraverso un lento processo vengono
conosciuti. Scopriamo parti di noi (per esempio, di essere invidiosi, di
avere la fobia dei topi o di amare qualcuno) così come scopriremmo
pezzi di natura, resti fossili di dinosauri. Ci si rivelano elementi
della società (per esempio, la schiavitù, lo sfruttamento, la
subordinazione femminile e poi con una crescente sensibilità il mobbing o
il politicamente scorretto), che, di colpo, risultano insopportabili, e
che dunque prima rimanevano seppelliti, cioè assunti come ovvi, in un
inconscio politico o sociologico. Verrà indubbiamente, e auspicabilmente
in tantissimi casi, il momento della “presa di coscienza”. Ma sarà
appunto un esercizio di distacco rispetto a una adesione precedente, non
un atto assoluto di costruzione del mondo attraverso il pensiero. Nel
mondo psicologico e sociale il motto di Schelling potrebbe essere “Sono
dunque (talora) penso”.
Lo stesso vale nel mondo naturale. La tesi di Schelling è che la natura è
spirito inconscio, il che può apparire una romanticheria, aggravata dal
fatto che nei suoi ultimi anni il filosofo facesse sedute spiritiche
con la Regina di Baviera. Ma di fatto apre a tutt’altro. Anzitutto
spiega perché il pensiero aderisca al reale con una forza pre-teoretica
che non è vinta da nessuno scetticismo: semplicemente, il pensiero è una
parte del reale. E c’è un senso in cui, quando lo spirito indaga la
natura, sta scoprendo se stesso. Non perché la natura sia il prodotto
dello spirito, come appunto vogliono i pensatori negativi, ma perché lo
spirito è un risultato della natura, esattamente come le leggi della
gravità, della fotosintesi e della digestione. La mente, insomma, emerge
dal mondo, e in particolare da quel pezzo di mondo che la riguarda più
da vicino, il corpo e il cervello. Poi si confronta con l’ambiente,
naturale e sociale, e con sé stessa. In questo confronto, che è una
ricostruzione e una rivelazione e non una costruzione, la mente elabora
(individualmente ma ancor più collettivamente) una epistemologia, un
sapere, che assume a proprio oggetto l’essere. L’incontro fra mente e
mondo, così come tra ontologia ed epistemologia, non è garantito, è
sempre possibile l’errore. Ma quando la mente riesce a riconciliarsi con
il mondo da cui proviene, allora abbiamo la verità.
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