domenica 17 febbraio 2013
Stimata politologa costretta dal partito-Chiesa a farsi rozza propagandista elettorale
La politologa, tra i firmatari dell’appello per il centrosinistra:
«Voto utile? No, voto intelligente e stabile. Con Ingroia nessun patto» «Solo un Pd forte può fare riforme giuste»
intervista di Fe
Nadia Urbinati perché ha firmato l’appello per il voto a favore del
centrosinistra? Quali sono le sue preoccupazioni? «Il mio principale
timore è la frammentazione del voto a sinistra. Non è un appello al voto
utile, visto che ogni voto lo è, bensì al voto intelligente.
Strategico. Razionale. Bisogna considerare il nostro sistema elettorale
ed evitare la perdita di rappresentatività. Anche dal punto di vista
dello scopo: servono un governo e una maggioranza forti».
Se, invece, alla fine il Pd non fosse nelle condizioni di «dirigere il traffico»?
«A mio avviso, ci sono tutte le condizioni per tornare a votare poco
dopo. È questo il motivo dell’appello. Bisogna rafforzare il
centrosinistra per rendere più stabile l’eventuale alleanza con il
centro. Altrimenti saranno più facili rotture, incomprensioni e tensioni
a sinistra. Con il rischio concreto di elezioni anticipate».
Al di là della loro consistenza numerica, come giudica le nuove forze in campo, da Grillo a Ingroia a Giannino?
«Sono ovviamente diverse. Il M5S e Rivoluzione Civile sono movimenti
demagogici e populisti. Usano uno scontento giustificato e argomenti
veri per una proposta che non è né potrà mai essere di governo. E’
irragionevole pensare che Ingroia diventi premier». Però ha appena
annunciato la squadra. lui premier con l’Interim alla Giustizia,
Travaglio all’Informazione, Giacché all’Economia.
«Certo, non può dire che si presenta per quindici deputati, ma è uno
scenario senza fondamento. Irragionevole. Queste piccole formazioni
fanno azione di contrasto per non consentire una maggioranza stabile e
duratura. Vogliono mantenere sempre i giochi aperti. La democrazia lo
consente, ma lo schema deve essere ciclico: ogni cinque anni, non in
ogni momento».
Lei esclude, dopo il voto, la possibilità di un’intesa con Ingroia?
«Assolutamente sì. Già sarà complicato in queste condizioni fare un
accordo con Monti, figurarsi con frammenti radicali che rappresentano
scontento popolare e dissociazione rispetto all’establishment politico».
Queste forze potranno avere, nel prossimo Parlamento, una funzione utile
di cane da guardia rispetto ad abusi dell’«establishment politico»?
«E’ la funzione dell’opposizione. Ma se è frammentaria e debole non
funziona. Nel nostro sistema elettorale troppi cani da guardia finiscono
per abbaiare ma non mordere. L’unico effetto è rendere difficile la
governabilità. La situazione dell’Italia è molto difficile».
Che pronostico fa per Grillo? Come sarà il nuovo Parlamento contaminato dalla società civile?
«Grillo è un fenomeno ben più grosso di Ingroia. Ed è un’incognita
reale. Cosa faranno i grillini in Parlamento? Dove andranno? Che
proposte faranno? Nessuno lo sa»
La “salita” in campo di Monti lha migliorato o peggiorato lo scenario italiano?
«Il suo passaggio da tecnico a politico ha significato varie cose. La
neutralizzazione del bipolarismo, intanto, che rende la strada del
futuro governo più ardua».
La scelta del premier l’ha delusa?
«È un paradosso: alla fine è diventato un fattore destabilizzante anche
lui. A modo suo ha contribuito a quell’ingovernabilità che voleva
combattere. Poi, per rastrellare più voti, deve attaccare un giorno a
destra e un giorno a sinistra».
Al di là della tattica, non crede che l’interlocutore di Monti sia Bersani?
«Se il centrosinistra sarà più forte sì. Altrimenti sarà il
centrodestra. Non vuole essere di parte. Vuole fare l’ago della
bilancia. E deve prendere peso: con il 10% Monti è un soffio, non potrà
imporre i temi della sua agenda». Non crede che la presenza in campo di
Monti, come contraltare alla sinistra, porterebbe in un eventuale
maggioranza a una condivisione di responsabilità per il Pd in un momento
molto complicato in cui è facile fare errori?
«Questo tipo di ombrello funziona fino a un certo punto. Al momento di
decisioni forti, positive o negative, non si può delegare ad un alleato.
Col senno di poi, tutto parte dal novembre 2011: il voto avrebbe
chiarito le cose. È come se l’Italia avesse paura dell’alternanza: fa di
tutto per cercare mediazioni e compromessi. Che vanno anche bene: ma
dopo, non prima».
Con un Pd forte e un centrosinistra stabile, invece, ci sarebbero le
condizioni per una legislatura capace di fronteggiare la crisi e fare le
riforme strutturali che servono all’Italia?
«È difficile dirlo. Non credo alle svolte, la democrazia procede in
direzione riformista ma non è un sistema rivoluzionario. Certo, in quel
modo sarebbero più facili scelte coraggiose come contenere il dogma
dello spread e reindirizzare le politiche dell’Unione Europee».
In che direzione dovrebbe andare l’Europa?
«Le decisioni che privilegiano l’austerity e i sacrifici economici non
sono le più convincenti per noi. Ma è ovvio che in assenza di un
contraltare a Cameron e Merkel si va a finire lì. Un nuovo sistema di
alleanze, invece, sarebbe in grado di contenere la frana liberista».
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