Risvolto
lunedì 25 febbraio 2013
Tradotte le note filosofiche di Kojève
Risvolto
Qui pubblicato per la prima volta in anteprima internazionale, il Diario
raccoglie appunti e annotazioni del giovane Kojève a partire dal 1917
sino al 1923. Pensieri, progetti di scritti futuri, riflessioni a
venire, ma anche momenti di vita vissuta, consegnati a quattro taccuini
manoscritti, redatti in russo, poi ritrovati fra le carte del filosofo e
rimasti finora inediti.
Ci salverà la dialettica
Lo spirito di contraddizione alimenta la storia come insegna l'hegelismo liberale di Kojève
di Corrado Ocone Corriere La Lettura 24.2.13
Esiste
una specificità del pensiero filosofico? Quali sono il metodo e la
logica di questa disciplina sui generis, che non ha, al contrario delle
altre scienze, un ambito di pertinenza ben definito, né è volta a
utilità o fini pratici? Per rispondere è forse opportuno considerare un
tema che tuttora divide gli storici (e non solo loro): il giudizio sul
fascismo. Che la nostra immagine attuale dei vent'anni di regime sia
molto più articolata di un tempo, lo si deve a vari studi, a cominciare
da quelli di Renzo De Felice. La storiografia ritiene oggi che il
fascismo sia stato senza dubbio un regime liberticida, ma certamente non
monolitico. In più ha avuto una sua cultura, legata a quella che l'ha
preceduta e a quella che l'ha seguita. Per arrivare a questa
consapevolezza è stato però necessario passare per un periodo di
revisionismo anche eccessivo: a un certo punto sembrava quasi che i
fascisti fossero dei mezzi liberali. E ancora oggi c'è chi vorrebbe che
il giudizio non fosse articolato, ma netto, in un senso o nell'altro.
Ora,
la nuova consapevolezza storiografica non è forse maturata con un
tipico movimento di affermazione di una tesi, di contraddizione della
stessa e di «inveramento» o «superamento» finale al livello di una
sintesi «superiore»? Ciò si chiama, in filosofia, dialettica. E
significa considerare le azioni umane e gli eventi inseriti in una rete
di relazioni, e quindi interdipendenti. Significa vedere anche quella
unità del tutto che aveva portato Hegel a dire, in un celebre passo, che
«il vero è l'intero». E anche ad aggiungere, opportunamente, che questo
intero è da concepirsi come «processo» e «risultato», cioè come storia.
Ora,
sia chiaro, per agire e anche solo per pensare bisogna giudicare,
quindi servirsi in primo luogo del principio di non contraddizione. Ma
bisogna tenere sempre ben chiaro che il giudizio indica separazione,
divisione, distinzione. Questo senso del termine è del tutto evidente
nel lemma tedesco Urteil-s-kraft, ove c'è l'idea della «forza che
taglia». D'altronde, già gli scolastici esprimevano la stessa idea
dicendo che «ogni determinazione è una negazione».
Perciò, se è vero
che senza distinguere non si vive, è pur vero che irrigidire le
definizioni, non adeguare il concetto al nuovo e imprevedibile che la
storia e la vita ci presentano in ogni momento è pericoloso. Significa
non solo precludersi una più profonda comprensione del reale, ma anche
operare in esso con la volontà di imporre idee astratte e non
contestualizzate.
Che la dialettica sia pensiero in movimento, perché
storia e non stasi è la vita stessa, è evidente in molti teorici, ad
esempio in quella straordinaria figura di filosofo, scienziato e mistico
russo che è stato Pavel Florenskij (il suo Dialettica e stupore è
appena stato ripubblicato in una nuova edizione da Quodlibet, pp. 112, €
10). Lo è soprattutto però in un autore che può essere considerato il
più profondo interprete di Hegel del nostro tempo: Alexandre Kojève.
Anch'egli
russo, di famiglia agiata, nipote del pittore Kandinskij, aveva
cominciato a redigere sin dal 1916 un Diario di riflessioni filosofiche
che vede ora la luce in italiano per Aragno, a cura di Marco Filoni, in
anteprima mondiale (pp. 126, 15). Fuggito dall'Unione Sovietica poco
dopo la rivoluzione, Kojève approda a Parigi nel 1926. Qui, prima di
entrare nell'alta diplomazia francese, tiene, dal 1933 al 1939, un
leggendario seminario sulla Fenomenologia dello spirito di Hegel, che
vede la partecipazione di molti dei protagonisti della più recente
filosofia francese (Aron, Bataille, Bréton, Caillois, Queneau, Lacan,
Merleau Ponty, Leo Strauss).
La Fenomenologia è l'opera più
«liberale» di Hegel, in cui teorizza la dialettica al di fuori della
costruzione del «sistema». In quelle lezioni, ma anche in alcune pagine
del Diario, Kojève mette in chiaro come per il pensare dialettico, il
momento negativo, cioè della contraddizione, sia in qualche modo più
importante di quello positivo. Esso svolge una doppia funzione:
permette, da un lato, di far essere, per contrasto, ciò che si ritiene
il vero (che non sarebbe tale se non si opponesse a un falso): ma,
dall'altro, fa anche in modo che io possa convincermi, se del caso, che
ciò che prima ritenevo falso era in tutto o in parte vero.
Ciò
significa che le tesi che si affermano appaiono in un primo momento
paradossi e provocazioni, ma è un rischio che Kojève amava correre. Come
scrive Filoni in un volume che esce in contemporanea con il Diario
sempre per Aragno, Kojève mon ami (pp. 88, 15), egli «era un dialettico,
e alla maniera platonica si esprimeva e conduceva i suoi dialoghi». A
cominciare dai lunghi negoziati condotti per conto della Francia. Qui
Kojève amava spiazzare chi seguiva rigide e codificate regole di
trattativa. «Una delle ragioni dell'irritazione degli americani nei suoi
confronti — riferisce Grey, un suo amico diplomatico — era il loro
doversi attenere a istruzioni dettagliate, che non lasciavano libertà di
rispondere alla varietà, e soprattutto all'originalità, delle
argomentazioni di Kojève. Egli esponeva le sue osservazioni in una
maniera spesso imprevedibile, cosa che esasperava i rappresentanti
stracarichi di istruzioni degli altri Paesi».
Kojève amava spiazzare
perché era fedele a quello che è forse il più grande insegnamento della
dialettica, cioè che la verità si afferma contraddicendosi, quindi
l'anticonformismo e persino l'eccentricità sono la garanzia del suo
progresso e in ultima analisi della stessa libertà umana.
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