venerdì 22 febbraio 2013
Una nuova edizione per il libro di Gilles Deleuze su David Hume
SOCIETÀ NATURALI
L'incerto inizio della sovranità
Nuova edizione di un saggio germinale di Gilles Deleuze dedicato al filosofo David Hume. Una teoria del rapporto tra stato e società postrivoluzionarie alimentata dal ruolo che alcuni sentimenti hanno nel costruire un nuovo ordine
APERTURA - Fabrizio Denunzio il manifesto 2013.02.22 - 10 CULTURA
Leggendo con attenzione Empirismo e soggettività. Saggio sulla natura
umana secondo Hume di Gilles Deleuze (nuova edizione a cura di A.
Vinale, Cronopio, pp. 174, euro 16), si rimane sorprendentemente
impressionati dalla volontà dell'autore di confrontarsi con il mondo
delle scienze sociali. La sorpresa dipende in massima parte dalla
formazione culturale di Deleuze e dal momento storico in cui compare il
suo libro. Come ricorda il curatore, a cui dobbiamo una nuova
traduzione che ha il merito di emendare quella precedente di Marta
Cavazza e di rendere quanto mai lucido il complesso dettato originale
deleuziano, il lavoro su Hume inizia nel 1947 in occasione del
conseguimento del diploma nazionale per l'insegnamento scolastico della
filosofia e viene pubblicato nel 1953.
Che un giovane filosofo francese tra la fine degli anni Quaranta e
l'inizio degli anni Cinquanta cerchi un confronto con l'universo
sociologico sorprende non solo per il poco conto in cui quest'ultimo
era tenuto dall'egemonico campo filosofico, ma anche per il modo in cui
le scienze sociali erano state ridotte dai sociologi accademici della
Sorbona, università in cui Deleuze studia e si forma. Tra questi
Georges Gurvitch di cui Pierre Bourdieu, oltre a lamentarsi del suo
eccessivo teoricismo, dirà: «regna alla Sorbona in modo alquanto
dispotico». Del poco conto in cui gli stessi sociologi francesi del
tempo tenevano la loro disciplina è dimostrato dal fatto alquanto
singolare che la voce French Sociology nel volume Twentieth Century
Sociology del 1945 curato da Gurvitch, per l'appunto, e da W. E. Moore,
fosse affidata all'antropologo Claude Lévi-Strauss.
Merito di Deleuze, allora, quello di interessarsi alle scienze sociali in tempi ad esse non proprio favorevoli.
La maschera del sociologo
Dalle varie indicazioni lasciate in Empirismo e soggettività, nasce il
desiderio di approfondirne la lettura da una prospettiva sociologica.
Ciò implica concentrarsi prevalentemente su quelle parti del testo nelle
quali l'autore, attraverso le concezioni di Hume, mette mano ad una
sua «scienza sociale». E questo avviene in massima parte nel secondo
capitolo intitolato «Il mondo della cultura e le regole generali».
Deleuze ha ben chiaro che, prima di far approdare Hume ad una scienza
della società, ne deve fare una sorta di sociologo. È quanto avviene
nelle prime pagine del libro quando afferma: «Hume è un moralista, un
sociologo». Dal momento che per Hume non si dà una scienza della mente,
ma che è possibile fare scienza solo delle sue affezioni, e visto che
una di queste è il sociale, si capisce perché Deleuze abbia fatto
indossare al filosofo scozzese la maschera del sociologo un secolo prima
che la sociologia nascesse. Uno strano sociologo, a dire il vero, dal
momento che deve studiare i fenomeni di una mente «alterata» dalla
società.
Dopo aver assegnato a Hume le competenze scientifiche necessarie,
Deleuze procede ad illustrarci la sua idea di società. E con non poco
umorismo. Non foss'altro perché parte dalla simpatia.
Bisogna seguire con attenzione l'operazione concettuale di Deleuze,
perché è qui che si fa massimo il confronto con la tradizione del
pensiero sociologico: «La verità è che l'uomo è sempre l'uomo di un
clan, di una comunità. Le categorie di famiglia, amicizia, vicinato,
prima di essere dei tipi della comunità di Tönnies, sono in Hume le
determinazioni naturali della simpatia». Il pensatore a cui si fa
riferimento è dunque Ferdinand Tönnies autore di Comunità e società,
testo del 1887 tra i fondativi della sociologia tedesca nel quale
veniva sancita una separazione tra quelle organizzazioni fondate su
vincoli «organici» (sangue, luogo e spirito da cui derivano
rispettivamente famiglia, vicinato, amicizia, evocati da Deleuze) e
quelle invece fondate su «costruzioni artificiali» come la nascente
società capitalistica moderna.
Rispetto a questo quadro teorico, cosa fa Deleuze? Innanzitutto
trasforma le comunità di Tönnies nell'emozione humeana della simpatia,
rende cioè «passionali» unità sociali elementari. Poi, rendendosi conto
della parzialità di questa emozione, «la simpatia non va mai oltre
l'interesse particolare», dice che deve essere integrata in
un'organizzazione di tipo superiore: «Quanto alle simpatie, la cosa
cambia: occorre integrarle, integrarle in una totalità positiva». Questa
totalità positiva è naturalmente la società che «non è naturale, ma
artificiale». Dopo aver «appassionato» il sociale, Deleuze «socializza»
il passionale. Dalla comunità emotiva della famiglia alla costruzione
artificiale della società. In questo movimento il filosofo francese
segna il distacco dall'impostazione di Tönnies: mentre per questi non si
dà conciliazione tra comunità e società, per Deleuze questa
conciliazione non solo è possibile, ma necessaria.
Integrazione stabile
Ora, se da una parte la società come costruzione artificiale in cui
integrare le comunità emotive familiari serve a Deleuze per superare la
visione pre-moderna del sociale di Tönnies, dall'altra, però, per il
modo in cui la definisce, pone una nuova serie di problemi.
A quella di «totalità positiva» viene affiancata un'altra definizione
di società: «sistema invariabile». Cosa significa? Che il meccanismo
artificiale della società ha senso solo lì dove è capace di produrre
integrazione stabile. Questo vuol dire che la parzialità spontanea,
organica, naturale delle singole simpatie deve essere «spezzata» in
vista della creazione di una «totalità artificiale» in cui vengono
assorbite. La fine di questo processo porta con sé il passaggio dalla
violenza e dall'avidità di cui sono portatrici le singole istanze della
simpatia ad uno stato pacificato di conversazione e di proprietà
privata. L'ingresso delle comunità emotive familiari nella «totalità
positiva» della società fa di esse dei soggetti proprietari che
conversano. Così Deleuze riassume la sua teoria sociale: «Proprietà e
conversazione si ricongiungono, infine, formando i due capitoli di una
scienza sociale; il senso generale dell'interesse comune deve
esprimersi per essere efficace. La Ragione si presenta qui come la
conversazione dei proprietari».
Questa visione della società è problematica per almeno tre ordini di
problemi: l'invariabilità della sua struttura, l'esaurimento della
contraddizione, la nascita di un ceto medio proprietario. Visto nella
prospettiva delle scienze sociali, questo modello di Deleuze è quanto
mai vicino a quello struttural-funzionalista americano degli Trenta di
ispirazione cibernetica. Il che comporta: una società, o meglio, un
sistema che deve tendere all'ordine nel quale i conflitti sono visti
nell'ottica esclusiva dell'integrazione e il cui protagonista è un
unico ceto medio livellato in cui i ceti inferiori possono salire e
quelli superiori scendere, e tutto questo senza alcuna rottura
rivoluzionaria. In breve, un mondo sociale senza storia.
Si potrebbe dire che Deleuze mitighi questa teoria dell'ordine sociale
con il concetto di istituzione elaborato poche pagine dopo, lì dove
sostiene che «l'essenza della società» non dipende dalla legge e dalle
sue obbligazioni, ma dall'istituzione e dalle sue invenzioni, cioè da
tutte quelle azioni volte alla creazione di «mezzi indiretti» per la
soddisfazione di bisogni. Non il diritto, ma l'utilità. Questa idea di
istituzione, in realtà, conferma quella di un sistema sociale tendente
all'ordine, poiché i mezzi che si inventano, indiretti od obliqui che
siano, per soddisfare la tendenza producono come risultato laterale
quello di frenarla. In entrambi i casi, viene ribadita una visione
essenzialmente conservativa della struttura sociale. Come mai il giovane
Deleuze di Empirismo e soggettività approda ad una teoria sociologica
«forte» di questo tipo, quando tutta la sua opera successiva si muoverà
nella direzione opposta, in quella cioè della disgregazione degli
ordini sociali «molari» piuttosto che in quella della loro coesione?
La rivoluzione che corregge
Una risposta rassicurante a questa domanda la si trova nei successivi
interventi su Hume: da Differenza e ripetizione alle Conversazioni con
Claire Parnet fino alla voce Hume nella Storia della filosofia di
François Châtelet, Deleuze non ritornerà più sulla questione, preferirà
concentrarsi su tutti gli altri aspetti del pensiero humeano.
Una risposta meno rassicurante, ma più produttiva la si trova sempre in
questo secondo capitolo. Iniziato con la teoria della società come
«sistema invariabile» si chiude con un'importante riflessione sulla
sovranità. Se a determinare il potere sovrano sono qualificazioni del
tipo «possesso duraturo», «accessione», «conquista» e «successioni»,
concorre, invece, alla sua correzione un'azione di un'unica specie: «un
certo diritto alla resistenza, una legittimità della rivoluzione». Come
dire, se la sovranità si determina attraverso diverse forme, i suoi
difetti si possono correggere solo con la rivoluzione.
In che senso la società come «sistema invariabile» si collega a questa
«sovranità corretta» dalla rivoluzione? Molto probabilmente Deleuze ha
iniziato dalla fine e ha finito con l'inizio. Prima viene la correzione
rivoluzionaria della sovranità e poi la teoria sociale. Questo vuol
dire che la visione «dura» di una società concepita attraverso il
modello cibernetico è possibile solo perché si tratta di governarla in
uno stato sovrano corretto dalla rivoluzione.
L'immagine inedita che viene fuori da un nuova lettura di Empirismo e
soggettività è quella di un Deleuze pensatore dei rapporti tra Stato e
società in epoca post-rivoluzionaria. Non è un caso che per lui
l'empirismo di Hume fosse un vero e proprio romanzo di fantascienza e
che avesse, di conseguenza, una profonda vocazione alla messa in scena
dei desideri di massa.
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SCAFFALE
Tra immaginazione e natura umana
Il sottotitolo del volume di Gilles Deleuze «Empirismo e soggettività» è
«saggio sulla natura umana secondo Hume». Entrambi hanno lo stile
volutamente accademico che ha voluto dargli l'autore. Saggio scritto
negli anni della formazione, dove la riflessione teorica di Deleuze
francese fa i conti con la tradizione filosofica francese e con la
tradizione socilogica europea. È un libro scandito da sei capitoli. Il
quinto capitolo è quello che dà il titolo al libro, gli altri segnalano
temi e parole chiave - la natura umana, l'immaginanzione, le passioni,
la religione - che da sempre hanno atttirato l'attenzione delle
cosiddette scienze sociali. Il libro è curato da Adriano Vitale, che ne
restituisce una nuova e chiarissima traduziione, affiancata da una
postfazione che definisce le possibili ricadute politiche della
riflessione di Deleuze.
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