1. Dopo le occasioni perse arriva sempre la penitenza
Ho
riesumato lo scritto di più di un anno fa non per la vanagloria di
poter proclamare “io ve lo avevo detto”, ma per porre l’ovvia domanda:
di chi è la colpa di questo esito, che personalmente reputo disastroso
per la vita repubblicana? La risposta, piuttosto ovvia, è che la
responsabilità del trionfo inatteso di Berlusconi sta tutta sulle spalle
di chi ha scelto di non votare nel gennaio o febbraio, al più tardi,
del 2012. “Ma come si faceva a votare allora, con i mercati impazziti e
il rischio di bancarotta? ” immagino controbatteranno i critici della
mia tesi (ammesso che qualcuno legga l’articolo). Rispondo che resta da
dimostrare se davvero la scelta di andare subito al voto quando
Berlusconi era vulnerabile avrebbe provocato la catastrofe economica da
tanti paventata. Aggiungo che in politica fra un male incerto (la
catastrofe finanziaria) e un bene certo (infliggere una sconfitta
irreparabile a Berlusconi) saggezza consiglia di scegliere il bene certo
sul male incerto, anche perché con un Berlusconi così forte il pericolo
di tornare alla situazione della fine del 2011 incombe di nuovo. Non
aver votato allora può dunque essere causa di due mali: Berlusconi e la
perdita di credibilità internazionale con quel che segue.
In politica
le occasioni sono rare e dietro all’occasione persa – ricordava
Machiavelli – viene la penitenza: “Dimmi: chi è colei che teco viene? / È
Penitenzia; e però nota e intendi: / chi non sa prender me, costei
ritiene. / E tu, mentre parlando il tempo spendi, /occupato da molti
pensier vani, / già non t’avvedi, lasso! e non comprendi / com’io ti son
fuggita tra le mani”.
2. Gli uomini si devono vezzeggiare o spegnere
E
visto che ci siamo, e che cade quest’anno il V centenario della
scrittura del Principe, uso ancora le parole di Machiavelli per
discutere il secondo grave errore di chi dovrebbe essere l’argine contro
Berlusconi. Gli uomini, scriveva Machiavelli, “si debbono o vezzeggiare
o spegnere”, vale a dire che un avversario politico pericoloso o lo
distruggi completamente o lo accontenti, ma mai e poi mai lo offendi e
gli lasci il modo e il tempo di vendicarsi. Proprio questo, invece,
hanno fatto gli antagonisti di Berlusconi, Pd in testa: lo hanno tolto,
d’intesa con il capo dello Stato, dal governo e poi hanno con lui
sostenuto per un anno il governo Monti. In questo modo gli hanno dato la
possibilità di rafforzarsi mentre loro si indebolivano. Non capivano
che il tempo non giocava a favore loro ma a favore di Berlusconi. Col
passare dei mesi gli elettori hanno infatti dimenticato il malgoverno di
Berlusconi e dei suoi servi e ricordano invece i sacrifici imposti da
Monti.
Terzo errore grave del Pd è di non aver saputo o voluto
esprimere una posizione di intransigenza assoluta nei riguardi di
Berlusconi, dove intransigenza vuol dire rifiuto categorico di
qualsivoglia forma di collaborazione – compreso il comune sostegno al
governo Monti – e la dichiarata volontà, una volta al governo, di
abrogare tutte le leggi vergogna, approvare una legge seria sul
conflitto di interessi, affrontare la crisi economica con misure eque ed
essere avversari irriducibili della corruzione. E invece il Pd è caduto
in un altro degli errori che Machiavelli rimproverava ai politici di
buone intenzioni, ma di scarsa prudenza, vale a dire scegliere le “vie
di mezzo”, ovvero posizioni che scontentano tutti e non ti permettono di
guadagnare un sostegno convinto. Prova ne sia che chi ha voluto
esprimere un voto di condanna intransigente di Berlusconi e della
degenerazione dei partiti ha votato per Grillo, mentre chi pensa di
trarre vantaggio dal malgoverno o dalla corruzione, o chi si lascia
ingannare dalle facili promesse, ha continuato a votare Berlusconi. Il
Pd è rimasto non al centro, ma nel mezzo, in un vero e proprio limbo
politico, a scontare la pena di non aver saputo cogliere un’ occasione
che chissà se e quando si ripresenterà.
3. Le vie di mezzo sono quasi sempre dannose
Se
non ci fosse di mezzo la dignità della Repubblica e di milioni di
persone per bene, soprattutto di giovani, ci sarebbe da ridere di fronte
al paradosso di uomini – probi e responsabili – che sono dei politici
di professione, e come tali sono riconosciuti, che hanno commesso errori
da principianti. E allora ricominciamo dai fondamenti: lezione n. 1:
“non si possono lasciar passare le occasioni di vincere, quando si
presentano”; lezione n. 2: “gli uomini vanno vezzeggiati o spenti’;
lezione n. 3: “le vie di mezzo sono quasi sempre dannose”. Speriamo
valgano per il futuro, ma ne dubito.
Michele Serra
Repubblica 1.3.13
Quando si dice che
questo voto stravolgerà tutto e tutti, si dice davvero: tutto e tutti.
Comprese le Cinque Stelle, che in poche convulse mosse, in pochi
difficili giorni saranno costrette a capire molto della propria natura e
del proprio futuro. Capire in primo luogo se sono in grado di inverare
il loro mito fondante, quello della democrazia autoconvocata, oppure se
devono figurare come una docile armata compattamente a disposizione del
suo capo e creatore. In poche parole: come si prendono le decisioni, là
dentro? Decidono solo Grillo e Casalegno? Decidono — o decideranno — gli
eletti? Esistono o esisteranno forme e luoghi di decisione collettiva,
sia pure in qualche arcana forma webbica? Ove decidesse solo Grillo,
neanche il Pcus funzionava così, e il “nuovo” prenderebbe sembianze ben
sinistre. Con i voti, milioni di voti, usati come fiches nelle mani di
un giocatore di poker. Si guarda a quel potente grumo di pulsioni
politiche e sociali con giustificata ansia, e un misto di diffidenza,
interesse, paura, speranza. Il timore è che la gente di quel movimento
confonda ogni parola esterna con un’intrusione, ogni contatto con una
contaminazione. Il mito della purezza perde anche i migliori.
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