Le vicende dei Tà meth’Hómeron, il “seguito” dell’Iliade, erano state la materia, in età arcaica, del cosiddetto ‘ciclo epico’, una serie di poemi che narravano il mito troiano, dagli antefatti fino ai discendenti dei grandi protagonisti della guerra. Tali poemi, probabilmente, non si leggevano più già ai tempi di Quinto di Smirne. Egli volle così colmare una lacuna, prendendo Omero a maestro dal punto di vista della lingua e dello stile. Ma lo spirito di un’epoca diversa non poteva non penetrare nella sua opera. I personaggi, più drammatici e psicologicamente delineati, si mostrano al lettore nelle loro passioni e nei loro dubbi, nell’odio e nell’amore, e soprattutto nelle loro coscienze: dall’infelice amazzone Pentesilea al gigante etiope Memnone, dall’Aiace impazzito al temerario Euripilo, dal violento Neottolemo alla passionale Enone. Un’epica tradizionale ma diversa, affascinante per molti versi: l’unico poema antico rimastoci che narri questa sezione del mito, e che è stato a lungo ingiustamente dimenticato. Se ne propone ora la prima traduzione italiana integrale e disponibile anche al grande pubblico.
domenica 24 marzo 2013
Il seguito dell'Iliade: una soap del III secolo d.C.
Risvolto
Le vicende dei Tà meth’Hómeron, il “seguito” dell’Iliade, erano state la materia, in età arcaica, del cosiddetto ‘ciclo epico’, una serie di poemi che narravano il mito troiano, dagli antefatti fino ai discendenti dei grandi protagonisti della guerra. Tali poemi, probabilmente, non si leggevano più già ai tempi di Quinto di Smirne. Egli volle così colmare una lacuna, prendendo Omero a maestro dal punto di vista della lingua e dello stile. Ma lo spirito di un’epoca diversa non poteva non penetrare nella sua opera. I personaggi, più drammatici e psicologicamente delineati, si mostrano al lettore nelle loro passioni e nei loro dubbi, nell’odio e nell’amore, e soprattutto nelle loro coscienze: dall’infelice amazzone Pentesilea al gigante etiope Memnone, dall’Aiace impazzito al temerario Euripilo, dal violento Neottolemo alla passionale Enone. Un’epica tradizionale ma diversa, affascinante per molti versi: l’unico poema antico rimastoci che narri questa sezione del mito, e che è stato a lungo ingiustamente dimenticato. Se ne propone ora la prima traduzione italiana integrale e disponibile anche al grande pubblico.
Le vicende dei Tà meth’Hómeron, il “seguito” dell’Iliade, erano state la materia, in età arcaica, del cosiddetto ‘ciclo epico’, una serie di poemi che narravano il mito troiano, dagli antefatti fino ai discendenti dei grandi protagonisti della guerra. Tali poemi, probabilmente, non si leggevano più già ai tempi di Quinto di Smirne. Egli volle così colmare una lacuna, prendendo Omero a maestro dal punto di vista della lingua e dello stile. Ma lo spirito di un’epoca diversa non poteva non penetrare nella sua opera. I personaggi, più drammatici e psicologicamente delineati, si mostrano al lettore nelle loro passioni e nei loro dubbi, nell’odio e nell’amore, e soprattutto nelle loro coscienze: dall’infelice amazzone Pentesilea al gigante etiope Memnone, dall’Aiace impazzito al temerario Euripilo, dal violento Neottolemo alla passionale Enone. Un’epica tradizionale ma diversa, affascinante per molti versi: l’unico poema antico rimastoci che narri questa sezione del mito, e che è stato a lungo ingiustamente dimenticato. Se ne propone ora la prima traduzione italiana integrale e disponibile anche al grande pubblico.
L'epica oltre l'egemonia di Omero
Gli eroi dei poemi hanno avuto molte avventure (non tutte andate perse)
di Giorgio Montefoschi Corriere 24.3.13
Dopo
l'Iliade e l'Odissea, e dopo la scomparsa di quella generazione di re
ed eroi molto spesso imparentata con gli dèi, c'era ancora molto da
narrare. Rimanevano fuori dal racconto omerico — epperò vivi nella
memoria dei greci, cantati negli agoni rapsodici, raffigurati nella
pittura murale e nei vasi — episodi mitici famosissimi riguardanti la
fine di Troia e il ritorno in patria degli achei. Furono così composti,
fra la fine dell'VIII e la fine del VI secolo a.C. diversi poemi — un
vero e proprio ciclo — sull'argomento: i Canti di Cipro, l'Etiopide, la
Piccola Iliade, La presa di Ilio, I ritorni. Erano notissimi, e i poeti
tragici — Eschilo, Sofocle e Euripide — per le trame delle loro tragedie
ne fecero uso. Ma col passare del tempo, a causa soprattutto della
critica letteraria che li considerava opere di basso livello,
scomparvero dalle biblioteche e andarono definitivamente perduti.
A
colmare la lacuna, in pieno alessandrinismo, fra la fine del II e
l'inizio del III secolo d.C., pensò, con Il seguito dell'Iliade (che
oggi Bompiani propone nella collana di Giovanni Reale e Elisabetta
Sgarbi) il poeta Quinto di Smirne: quattordici canti, per un totale di
circa diecimila versi, nei quali, oltre ai modelli omerici inevitabili e
ai poemi del ciclo, sono presenti i Tragici, Apollonio Rodio e
Virgilio; ma anche Callimaco e Teocrito; e l'immensa letteratura
ellenistica, nutrita dalla nostalgia e dallo smarrimento, dall'amore
melanconico per la bellezza e dalla riflessione morale. È una lettura,
per l'insieme di questi echi e di questi motivi, davvero stupefacente.
Il lettore che si affida ai suoi versi ritrova certamente Omero. Ma,
soprattutto, ha la sensazione di trovarsi come davanti a un
bassorilievo: un lunghissimo bassorilievo che raccoglie e scansiona una
moltitudine di corpi e di gesti, una infinità di fatti umani e divini —
col cielo, la terra, il mare — fermati per sempre nel marmo.
Il poema
comincia con Pentesilea, la regina delle Amazzoni, che viene in
soccorso dei troiani. È una furia: i greci muoiono come capre belanti
sotto le mascelle di una terribile pantera. Deve intervenire Achille che
ancora sta piangendo Patroclo. Dopo averla insultata («Sei una folle»
le dice), la colpisce con la lancia sotto il seno destro. Poi, quando è
morta, le toglie l'elmo ed è stupefatto dalla sua bellezza, che è simile
a quella di una dea immortale. Quindi c'è una pausa, per onorare i
defunti. E, dall'Etiopia, sempre in soccorso dei troiani, arriva
Memnone, figlio dell'Aurora, che subito uccide Antiloco, figlio di
Nestore, che si dispera (perché «per i mortali non c'è dolore peggiore /
di quando i figli periscono al cospetto del padre») e invoca vendetta.
Ma Memnone si difende come un cinghiale dai cacciatori in un anfratto, e
di nuovo deve intervenire Achille. Prima del duello, due Chere, le dèe
della vita e della morte, una nera e una lucente, volteggiano attorno
agli eroi. Memnone muore. La madre geme sconvolta, non vuole più
illuminare la terra e la terra si oscura. Così è Zeus a doverla
obbligare a tornare nel mondo.
Sorge l'alba, infatti; si svolgono i
funerali di Antiloco, e riprende la battaglia. Le Chere volano attorno
al capo di Achille, adesso. Lui non lo sa, sfiderebbe persino gli
immortali. Ed è un immortale a ferirlo con una freccia: Apollo, che
sempre difende i troiani. Achille precipita fra i cadaveri, vorrebbe
continuare a combattere, ma la vita se ne va. Ed ecco che appare Paride
che incita i compagni a impadronirsi del suo corpo. La contesa è feroce.
A difendere Achille pensa soprattutto Aiace. I troiani, come vili
avvoltoi spaventati dall'aquila, fuggono, e il corpo del più valoroso
fra i greci è portato alle navi. Qui, il pianto è infinito: risuona come
le onde del mare sospinte da un grande vento.
Mentre si prepara il
rogo, Atena stilla dall'alto ambrosia che fa sembrare l'eroe un vivo:
addirittura col sopracciglio aggrottato per la morte di Patroclo. E di
nuovo tutti piangono: il vecchio tutore Fenice, la disperata Briseide e
Teti, la madre, che bacia il figlio sulla bocca. Smetti di piangere — le
dice Calliope — anche mio figlio Orfeo è morto, il Fato non si cura
neppure dei figli degli dèi. Dopodiché le fiamme salgono, il corpo si
riduce a bianche ossa, a nulla, e di fronte a quel nulla piangono anche i
cavalli divini di Achille. Loro avevano già pianto la morte di
Patroclo, battendo il suolo con gli zoccoli; ora piangono Achille. «Che
avevate a che fare in quelle tristi valli / terrestri, fra mortali
infelici, trastullo della sorte?» scrisse Costantino Kavafis. «Ma le
bestie di nobile natura / piangevano di morte la perenne sventura».
Cominciano
i giochi funebri. Poi Teti mette in palio le armi di Achille. Se le
contendono Aiace e Odisseo: le avrà chi, secondo i prigionieri troiani,
si è maggiormente distinto nella difesa del suo cadavere. I troiani
votano Odisseo, Aiace impazzisce dall'ira, fa strage di pecore
scambiandole per i greci, rinsavisce e, non reggendo al disonore, si
uccide. Poi riprende la battaglia: da una parte mietono vittime Aiace
Oileo, Diomede e i due Atride; dall'altra, Euripilo e Enea. I troiani,
intanto, sono in grande difficoltà ai bastioni di difesa delle navi.
Bisogna far venire dall'isola di Sciro Neottolemo, il figlio di Achille.
Partono in missione Odisseo e Diomede. Arrivano a Sciro, promettono a
Neottolemo le armi del padre e in sposa la figlia di Menelao. Neottolemo
accetta. Sua madre, Deidamia, è disperata; vorrebbe trattenerlo.
Invece, la nave parte. Lei guarda il mare finché le vele scompaiono e la
nave arriva a Troia.
Gli occhi di Neottolemo, ansioso di emulare le
gesta paterne, scintillano come quelli di un leone sfrontato. I troiani,
vedendolo rivestito di quelle armi, si rinchiudono terrorizzati nelle
mura della città: «Come quando i pastori nei recinti attendono / la
scura bufera, allorché arriva il tempo dell'inverno...». È una
carneficina. Alla quale gli dèi non assistono inermi: Ares, Afrodite e
Apollo contro Era e Giunone. Zeus, di volta in volta, manda nubi e
nebbie e fulmini che oscurano la vista e salvano chi sta per soccombere.
Il fiume Xanto è rosso di sangue. Sulla spiaggia, i cadaveri giacciono
come tavole e legni spezzati di una nave smontata. Le donne e i vecchi
troiani guardano dall'alto delle mura e tremano. Sopraggiunge, in
soccorso dei greci, Filottete, richiamato dall'isola nella quale era
stato abbandonato. Gli uomini cadono al suolo come le spighe recise in
agosto. Il fragore della pugna è simile a quello dei venti di primavera
fra gli alberi, al crepitio del fuoco nella macchia, al mare in
tempesta.
E viene il momento di Paride. Filottete lo colpisce
all'inguine. Paride è moribondo. Tuttavia non va da Elena, ma da Enone,
la moglie che ha abbandonato e dimora sul monte Ida, perché nel suo
destino è scritto che potrebbe sfuggire la morte «qualora ella volesse».
Enone non vuole. Lui la implora: «Non lasciarmi morire». Lei,
sprezzante, gli dice: «Rivolgiti a Elena». E aggiunge: «Oh, se io avessi
nel cuore l'immensa forza di una belva, / per sbranare le tue carni e
poi tracannare il tuo sangue, / per tutto il male che mi hai fatto...».
Paride muore. Viene innalzato il rogo: sul monte. Ma Enone non regge al
dolore: «La luce del giorno non ha più attrattiva». Dopodiché, come una
pazza, si getta sul rogo e muore col marito che l'ha tradita. Le Ninfe
sono attonite. Sono attoniti anche i pastori.
Ormai, la fine di Troia
è vicina. Siamo all'inganno del Cavallo, che tutti conoscono. I troiani
cadono nell'inganno, nonostante gli avvertimenti di Laocoonte che verrà
strozzato insieme ai figli dai serpenti marini, e di Cassandra («Siamo
arrivati nella tenebra!» grida); trasportano il cavallo in città e si
ubriacano di vino. Poi escono dal cavallo, e si scatena l'orrore. La
città brucia in un gigantesco rogo le cui fiamme si vedono fino
all'isola di Samotracia. Dal mare, i naviganti capiscono che il destino
di Troia è compiuto.
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