mercoledì 27 marzo 2013
Kojève e l'Europa. Un intervento di Giorgio Agamben
Nell'immediato dopoguerra il filosofo francese Alexandre Kojève aveva suggerito la creazione di un’unione dei paesi mediterranei accomunati da cultura e interessi. Alla luce della problematica ascesa della Germania come potenza continentale, questa idea potrebbe tornare attuale
Nel 1947 un filosofo, che era anche un alto funzionario del governo francese, Alexandre Kojève, pubblicò un testo dal titolo L'impero latino,
sulla cui attualità conviene oggi tornare a riflettere. Con singolare
preveggenza, l'autore affermava che la Germania sarebbe diventata in
pochi anni la principale potenza economica europea, riducendo la Francia
al rango di una potenza secondaria all' interno dell' Europa
continentale.
Kojève vedeva con chiarezza la fine degli stati-nazione che avevano
segnato la storia dell' Europa: come l' età moderna aveva significato il
tramonto delle formazioni politiche feudali a vantaggio degli stati
nazionali, così ora gli stati-nazione dovevano cedere il passoa
formazioni politiche che superavano i confini delle nazioni e che egli
designava col nome di "imperi".
Alla base di questi imperi non poteva essere, però, secondo Kojève,
un' unità astratta, che prescindesse dalla parentela reale di cultura,
di lingua, di modi di vita e di religione: gli imperi – come quelli che
egli vedeva già formati davanti ai suoi occhi, l' impero anglosassone
(Stati Uniti e Inghilterra) e quello sovietico dovevano essere «unità
politiche transnazionali, ma formate da nazioni apparentate». Per
questo, egli proponeva alla Francia di porsi alla testa di un "impero
latino", che avrebbe unito economicamente e politicamente le tre grandi
nazioni latine (insieme alla Francia, la Spagna e l' Italia), in
accordo con la Chiesa cattolica, di cui avrebbe raccolto la tradizione
e, insieme, aprendosi al mediterraneo.
La Germania protestante, egli argomentava, che sarebbe presto
diventata, come di fatto è diventata, la nazione più ricca e potente in
Europa, sarebbe stata attratta inesorabilmente dalla sua vocazione
extraeuropea verso le forme dell' impero anglosassone. Ma la Francia e
le nazioni latine sarebbero rimaste in questa prospettiva un corpo più o
meno estraneo, ridotto necessariamente al ruolo periferico di un
satellite.
Proprio oggi che l' Unione europea si è formata ignorando le concrete
parentele culturali può essere utile e urgente riflettere alla
proposta di Kojève. Ciò che egli aveva previsto si è puntualmente
verificato. Un' Europa che pretende di esistere su una base
esclusivamente economica, lasciando da parte le parentele reali di
forma di vita, di cultura e di religione, mostra oggi tutta la sua
fragilità, proprio e innanzitutto sul piano economico.
Qui la pretesa unità ha accentuato invece le differenze e ognuno può
vedere a che cosa essa oggi si riduce: a imporre a una maggioranza più
povera gli interessi di una minoranza più ricca, che coincidono spesso
con quelli di una sola nazione, che sul piano della sua storia recente
nulla suggerisce di considerare esemplare. Non solo non ha senso
pretendere che un greco o un italiano vivano come un tedesco; ma quand'
anche ciò fosse possibile, ciò significherebbe la perdita di quel
patrimonio culturale che è fatto innanzitutto di forme di vita. E una
politica che pretende di ignorare le forme di vita non solo non è
destinata a durare, ma, come l' Europa mostra eloquentemente, non riesce
nemmeno a costituirsi come tale.
Se non si vuole che l' Europa si disgreghi, come molti segni lasciano
prevedere, è consigliabile pensare a come la costituzione europea
(che, dal punto di vista del diritto pubblico, è un accordo fra stati,
che, come tale, non è stato sottoposto al voto popolare e, dove loè
stato, come in Francia,è stato clamorosamente rifiutato) potrebbe
essere riarticolata, provando a restituire una realtà politica a
qualcosa di simile a quello che Kojève chiamava l'“Impero latino”.
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