venerdì 5 aprile 2013
Il convegno su Paolo Spriano
Spriano, ufficiale ma non troppo
Biografia intellettuale dello storico che documentò le vicende del partito comunista e del suo gruppo dirigente come una «narrazione» dell'antifascismo
Roberto Battaglia avrebbe dovuto scrivere la
Storia del Pci. Era una designazione naturale e scontata, dopo il
grande successo della Storia della Resistenza italiana , con le sue
tormentate e sofferte edizioni presso Einaudi. Si era disposto a questo
compito con grande entusiasmo, convinto di scrivere la storia dell'unico
partito «non provinciale» in Italia. Battaglia però non fece a tempo
neppure a iniziare il suo lavoro, colpito da infarto nel 1962 e poi
scomparso il 20 febbraio 1963. Quella di affidare in seguito il compito a
Paolo Spriano fu anch'essa una decisione abbastanza naturale. Per il
forte legame con Einaudi e la cultura torinese, per le prove che aveva
già dato nella ricostruzione della Torino operaia e socialista. Per il
suo stile piano e leggibile che si avvicinava a quello di Battaglia, pur
senza la forbitezza letteraria del più anziano storico dell'arte.
Spriano, che aveva scritto la sua tesi di laurea su Piero Gobetti nella
stessa biblioteca di casa Gobetti dove era stato ospitato durante gli
anni universitari. Fino ad allora la storia del partito comunista aveva
visto opere per lo più agiografiche o puramente polemiche. Il precedente
immediato, l'auspicio e l'esempio di una storia rigorosa e fondata sui
documenti era venuta da parte dello stesso Togliatti col libro su La
formazione del gruppo dirigente del Partito comunista italiano nel
1923-1924 , in polemica contro la storia concepita come una
«ininterrotta processione trionfale». Subito dopo la morte di Togliatti
veniva dato un indirizzo risolutivo in direzione di una storia
scientifica e fondata su documenti. La decisione era presa nel settembre
1964. Il progetto originario prevedeva un solo volume, ma ben presto ci
si rese conto che il progetto era destinato ad ampliarsi. «Al partito
si manifestano contentissimi del progetto - scriveva Spriano il 7
ottobre 1964 a Giulio Bollati - e mi promettono l'accesso a tutti i
documenti, mentre io ho precisato il carattere scientifico del lavoro e
la mia responsabilità personale». Tra collane e opere collettive Nello
stesso arco di anni (1967-1975), uscivano le Opere di Togliatti curate
da Ernesto Ragionieri per gli Editori Riuniti (anche qui la prima idea
era stata di un solo volume presso Einaudi, anche qui una rapida presa
d'atto dell'impossibilità di contenere l'opera in un volume). E nel 1975
sarebbe uscita l'edizione critica dei Quaderni di Gramsci condotta da
Valentino Gerratana. Parliamo quindi di un arco di anni straordinario,
che rivoluzionava completamente le conoscenze sulla storia del Pci.
Inoltre erano uscite opere importanti di altri studiosi, erano state
avviate collane e opere collettive, c'era stato il fenomeno dell'avvio
di un'imponente memorialistica comunista, di grandi dirigenti, di
organizzatori come di piccoli militanti. E imponente era anche il numero
di tesi di laurea nelle università italiane sui temi della storia del
Pci a livello locale. L'opera esce in cinque volumi dal 1967 al 1975.
Osservando la distribuzione della materia, notiamo che comprensibilmente
col passare degli anni la storia si infittisce, e quello che nel 1970
era stato annunciato come l'ultimo volume si sdoppia in due volumi che
in larghissima parte sono dedicati a due soli anni di storia italiana,
ma sono anni nei quali la presenza comunista non è più quella di un
piccolo partito clandestino. Colpiva subito l'assoluta novità
dell'opera, e non solo nel quadro italiano (unica storia ampia e fondata
su documenti d'archivio di un partito politico). Ma soprattutto era un
unicum nel campo comunista, come rilevava Eric Hobsbawm recensendo il
terzo volume. Non solo perché c'era un unico autore in grado di scrivere
un'opera così complessa in un arco di tempo così breve (e non le
faticose commissioni in uso nei paesi socialisti), ma soprattutto per la
qualità e lo spirito di libertà critica e di trasparenza, parte di
quello che a Hobsbawm appariva il «miracolo» del comunismo italiano.
L'opera prende le mosse dal 1917, cosa che fece un po' discutere perché
saltava tutta la fase delle lacerazioni e dell'impatto che la guerra
aveva provocato nel socialismo italiano. Ma il problema più grosso che
si poneva da subito era, con ogni evidenza, il caso di Amadeo Bordiga.
Nei suoi confronti c'era stata non solo rivalutazione ma anche vera e
propria infatuazione nel corso degli anni Sessanta (si pensi solo alla
Rivista storica del socialismo , e alla riproposizione di una attualità
di Bordiga difficile da sostenere fino in fondo ma consonante con molte
critiche alla tradizione gramsciana del Pci). Nelle pagine di Spriano
non c'era rivalutazione ma trattazione senza scomuniche postume, con
larga comprensione del suo fascino, analoga alla valutazione che
Ragionieri compiva nel primo volume delle opere di Togliatti,
documentando l'indubbia condivisione della linea bordighiana da parte
del giovane Togliatti e la sua riluttanza a distaccarsi da quella
piattaforma. La sorella di Bordiga scriveva a Spriano che leggeva al
fratello i brani che lo riguardavano: «L'ultima volta che fui a trovare
Amadeo a Formia, a sua richiesta gli feci la lettura del capitolo che
trattava dell'incontro di lui con Giuseppe Stalin: e a lettura finita
gli domandai se a parer suo era tutto preciso; mi rispose che sì, che il
resoconto era fedelissimo e che ne era soddisfatto». «Su molte
questioni già si stanno risvegliando vecchi dissensi appena sopiti, e
carichi di intenzioni polemiche e divisioni politiche attuali», scriveva
sempre a Bollati il 31 gennaio 1965, a proposito di Gramsci in carcere,
della svolta del 1930 e del «socialfascismo». E proprio su questi temi
sarebbero nate le discussioni più aspre all'interno del Pci. Rispetto a
quei «vecchi dissensi» riportati alla luce, da parte di Spriano non si
nascondono mai i contrasti, anche se a volte prevale la tendenza a
smussarli. Una storia non ufficiale , fu il titolo della prima
recensione di Giorgio Amendola su Rinascita , titolo che venne letto
come una scomunica ma che in realtà era un riconoscimento. Qui è il caso
di aprire una parentesi, sulla cosiddetta storia ufficiale del partito
comunista, che non è mai esistita in quegli anni. Spriano aveva
intervistato molti dirigenti del Pci testimoni di quell'epoca, ma, come
spiegava molti anni dopo nell' Intervista , aveva volutamente evitato di
sottoporre i risultati del suo lavoro al loro giudizio prima della
pubblicazione. E come sappiamo Spriano condivideva con Ernesto
Ragionieri la nomea di storico ufficiale del Pci. Testimoni e memoria Ma
qui si deve completamente rovesciare il discorso, rispetto al senso
comune giornalistico di quegli anni. I grandi storici comunisti, ma in
generale tutti i grandi intellettuali comunisti, non erano «esecutori»
di una linea politica, come spesso veniva affermato, ma al contrario
contribuivano a definirla attraverso gli stimoli e le suggestioni che
dal loro lavoro emergevano. Poi le critiche di Amendola c'erano e ci
saranno in seguito, di grande rilievo ma di altra natura: critica per lo
spazio eccessivo dato al rapporto con l'Urss; validità della «svolta»
del 1930 pure erronea nelle previsioni politiche generali; infine, il
legame necessario tra storia del fascismo e dell'antifascismo. C'erano
molte esigenze valide in queste critiche, ma anche estrema difficoltà di
attuazione delle medesime, come si vide poi chiaramente nella storia
scritta dallo stesso Amendola. Critiche in parte convergenti con quelle
di Amendola, se pure da un versante molto diverso, venivano da Pietro
Secchia: anche qui era al centro la questione della «svolta». Critiche
molto più aspre verranno nel tempo da Giuseppe Berti, a mezza strada fra
storico e memorialista, senza mai risolversi a scegliere nettamente una
di queste due dimensioni. Sul tema del rapporto con la storia italiana e
in particolare della presenza comunista in Italia, osservazioni
venivano anche da Ernesto Ragionieri. Senza i provvidenzialismi di
Amendola (gli «errori provvidenziali» che comunque facevano crescere il
Pci), Ragionieri notava come negli anni della svolta il Pci avesse
mutato natura, insediamento geografico, composizione sociale,
trasformandosi da partito operaista del Nord Italia in una realtà
tendenzialmente di popolo a diffusione prevalente nell'Italia centrale.
Comunque la critica fondamentale e più ricorrente nei confronti di
Spriano era di avere scritto non la storia del Pci ma la storia del suo
gruppo dirigente. Già nelle prime pagine dell'opera Spriano aveva
scritto: «La storia di un partito politico non può non essere in primo
luogo la storia del suo, o dei suoi, gruppi dirigenti». E poi confermava
questo punto di vista a opera conclusa, nella Intervista sulla storia
del Pci , a cura di Simona Colarizi, del 1979: «La critica alla mia
storia come storia limitata del gruppo dirigente, penso di non doverla
accettare per la buona ragione, anzitutto, che ogni storia di un partito
politico moderno è, essenzialmente, storia del suo gruppo dirigente. La
sentenza è di Franco Venturi e la condivido in pieno. Ma se ciò è vero
generalmente lo è ancora di più per un partito comunista che già nasce
non solo come organismo estremamente accentrato, quanto a luogo delle
decisioni politiche e organizzative, ma ha una sua ispirazione molto
rigida, all'origine...». I suoi erano libri di storia politica,
ovviamente, ma va anche detto per onestà che la storia politica veniva
intesa da Spriano in senso molto tradizionale. C'era pochissima
sociologia, antropologia culturale, studio delle mentalità: ovvero tutto
quello che emergeva dai nuovi fermenti della disciplina a livello
internazionale. C'era innegabilmente la tendenza all'identificazione fra
storia del partito e ricostruzione della sua linea politica. Resistenza
e resistenti Impossibile al riguardo non ricordare la vecchia
intuizione di Gramsci su come «scrivere la storia di un partito
significa nient'altro che scrivere la storia generale di un paese dal
punto di vista monografico per porne in risalto un aspetto
caratteristico». A questo arduo e difficilissimo obiettivo Spriano si
accostava in parte solo negli ultimi due volumi, che sono a mio avviso i
più felici. Mentre non c'era stata la storia del fascismo e della
società italiana nei volumi precedenti, qui la storia d'Italia c'era per
davvero, e non solo come sfondo delle vicende di un partito. E va anche
detto che, per chi leggeva, era anche una valida sintesi della storia
politica dell'antifascismo in generale. «Togliatti è stato il più
rivoluzionario perché il più realista di tutti», tagliava corto sulle
infinite polemiche su «svolta di Salerno» ed esiti della Resistenza,
nell'intervista a Simona Colarizi del 1979, mentre il clima ormai stava
mutando, si spegnevano lentamente gli ultimi fuochi della contestazione
da sinistra e si aprivano nuovi fronti polemici, che Spriano avrebbe
vissuto solo nelle forme embrionali e meno brutali rispetto a quelle del
quarto di secolo successivo alla sua scomparsa. Abbiamo accennato alla
forte passione politica, e va detto che lo stretto legame tra politica e
cultura era stato proprio di gran parte degli storici, non solo
comunisti, che avevano vissuto l'esperienza della storiografia
repubblicana. Va però ricordato che la passione politica, come Spriano e
gli storici della sua generazione sapevano bene, non veniva intesa e
vissuta come accecamento, ma anzi come stimolo a cogliere meglio e con
più onestà i legami tra passato e presente.
INCONTRI
Una giornata di studio a Roma
Il testo pubblicato in questa pagina è un
estratto da una lunga relazione che l'autore ha presentato in occasione
della giornata di studio organizzata dalla Fondazione Istituto Gramsci
sulla figura di «Paolo Spriano. Storico e militante», il 4 aprile.
Durante l'incontro, avvenuto presso l'Università La Sapienza di Roma,
sono intervenuti, oltre a Gianpasquale Santomassimo, Giuseppe Vacca,
Luigi Masella, Leonardo Rapone, Luciano Marrocu. Francesco Giasi, Aldo
Agosti, Albertina Vittoria, Marco Albeltaro, Ermanno Taviani, Alberto
Merola e Massimo D'Alema.
Ecco, a volerlo condensare, è stato questo il
succo del Convegno di ieri nell’Aula del Senato accademico
dell’Università in piazzale Aldo Moro.
Una celebrazione critica e
sobria che ha scavato a fondo nella biografia dello storico, colonnello
azionista di Giustizia e Libertà nella Resistenza, poi giornalista a
l’Unità di Torino, accademico, direttore del Gramsci e massimo studioso
del Pci e dintorni: Gobetti, Gramsci, Togliatti, la Torino Operaia e
socialista, i comunisti europei e Stalin, e le passioni della
generazione che aderì al Pci.
Alla presenza di Giorgio Napolitano,
amico di Spriano, che ha seguito per intero i lavori, c’erano storici
come Gian Pasquale Santomassimo, Leonardo Rapone, Albertina Vittoria,
Aldo Agosti oltre a Giuseppe Vacca, presidente della fondazione Gramsci e
al vicedirettore Francesco Giasi. Convegno sobrio si diceva, ma
implicitamente polemico con chi di recente ha riciclato la versione
dello Spriano «storico ufficiale» o «addomesticatore» di fonti, come è
accaduto nella querelle sul Gramsci in carcere e sulla «famigerata»
lettera di Grieco del 1928. È invece è l’esatto contrario. Per-
ché
Spriano, con i mezzi che aveva allora, illuminò le svolte e i tornanti
più drammatici della storia del Pci. Contribuendo a palesare per intero
il dissidio Gramsci-Togliatti del 1926. E quello più generale del
prigioniero con la linea staliniana del «socialfascismo» (inclusa la
persecuzione nella persecuzione: quella subita dal recluso da parte dei
suoi compagni in galera). E il tutto senza nessun giustificazionismo o
provvidenzialismo, e anzi con vigore e rigore documentario e anche
divulgativo (come ha mostrato il filmato tratto dalle teche Rai a cura
di Sara Chiaretti). Dunque con Spriano fine della «storia sacra» del
Pci, secondo un tema chiave variamente declinato al convegno. E quindi
storia secolarizzata e critica. Parlata e scritta su vari registri:
giornalistici, archivistici, testimoniali, con l’uso di fonti orali
oltre che documentarie. Un modo di far storia liberatorio, e in quanto
tale inviso alla vecchia guardia del Pci. A parte Togliatti, che
viceversa incoraggia e «autorizza» la revisione storiografica dello
studioso. Quanto ai nuclei esistenziali e politici dello Spriano uomo di
passioni, eccone qulcun altro. Intanto la Torino Operaia, fulcro del
movimento operaio novecentesco e matrice del Pci stesso. Tramite
Gobetti, antenato giovane di Gramsci, la cui impronta liberale Spriano
riversa nella sua idea del Pci (ne hanno parlato Giasi e Rapone). Dello
Spriano narratore s’è già detto. Ma andrebbe aggiunto il polemista, il
latinista che amava l’erudizione alla Natta nel Pci. E poi ci fu lo
Spriano tessitore di rapporti culturali, nel crocevia decisivo
dell’Einaudi. Con Calvino e Valiani ad esempio. E ne ha parlato Vacca,
annunciando che la moglie di Spriano, Carla, ha donato tutte le residue
carte al Gramsci, tra breve consultabili. Infine, raccontato da Agosti,
ci fu lo Spriano che dissente sui carri a Budapest nel 1956. Ma poi
«rientra». E scommette fino alla sua morte su quel Pci, malgrado tutto
«diverso». Come la sua storiografia.
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