martedì 2 aprile 2013
Il risveglio della Cina, la geopolitica e l'Unità che è passata dall'altra parte della barricata
Tra Russia e Tanzania dove va la Cina di Xi
di Gianni Sofri l’Unità 31.3.132
Xi Jinping è presidente della Cina dal 14 marzo, a conclusione della
sessione annuale dell’Assemblea popolare (il Parlamento cinese), come
previsto dal XVIII Congresso del novembre scorso. Da allora, una delle
attività principali degli osservatori delle vicende asiatiche è
l’interpretazione di tutti i principali movimenti dei nuovi leader.
In primo luogo Xi stesso, e poi Li Keqiang, nuovo premier. Qui
esamineremo tre viaggi del presidente Xi; uno all’interno della Cina,
per la precisione a Shenzhen in dicembre (quando non era ancora
presidente) e due all’estero, in Russia e in Africa.
Il viaggio a Shenzhen ripeteva molto vistosamente un analogo viaggio di
Deng Xiaoping del 1992, destinato a riaffermare un potere politico in
crisi e a rilanciare l’economia nella città che era stata la prima fra
le «zone economiche speciali» che avevano fatto da pivot per le grandi
riforme.
Nel viaggio di Xi, quasi la celebrazione di un ventennale, l’aspetto
economico era importante, ma non lo era meno quello militare. Vestito
della classica giacca maoista, variamente fotografato insieme a soldati
delle diverse armi (è entrato in un carro armato, ha pranzato in mensa e
così via), Xi ha compiuto un’accurata ispezione del «teatro di
operazioni» del Guangdong. Parlando agli ufficiali più alti in grado, ha
insistito sull’importanza delle forze armate, fedeli al Partito, per le
ambizioni globali del paese, e sulla necessità di un ammodernamento
tecnologico. Ha anche chiesto a soldati e ufficiali di «tenersi sempre
pronti a combattere e vincere», mentre negli stessi giorni si
diffondevano slogan come «basta con il romantico pacifismo!». Sempre nei
giorni della visita di Xi, l’ampio uso dell’espressione «teatro delle
operazioni» voleva da un lato alludere all’attività integrata delle
varie armi; dall’altro, suggerire che il Guangdong è oggi la «regione
militare» più importante perché fronteggia alcuni degli arcipelaghi
coinvolti nelle divergenze marittimo-confinarie degli ultimi mesi.
Appare evidente come sui politici e sui militari cinesi operino
l’attrazione del mare aperto e la volontà di estendere i confini
marittimi.
IL GAS RUSSO
Veniamo ai viaggi internazionali. Ricambiando una cortesia di Putin, Xi
ha scelto Mosca per il suo primo viaggio all’estero. Nell’incontro fra i
due leader eredi dei due maggiori imperi comunisti, il tema principale
riguardava l’energia, mettendo di fronte il paese più affamato in questo
campo e la Russia, primo esportatore di gas naturale e secondo di
petrolio. Ne sono usciti contratti di lungo periodo assai convenienti
per entrambi. Ma l’incontro fra Putin e Xi ha anche sottolineato una
generale solidarietà in campo internazionale, quasi un ritorno ai
rapporti fra Cina e Urss negli anni Cinquanta, prima della grande
rottura. Con la differenza, però, che oggi, se ci fosse un paese leader,
questo sarebbe la Cina e non la Russia. Molti elementi uniscono
tuttavia, oggi come allora, i due paesi. Per esempio, in politica
estera, la comune avversione all’Occidente e in particolare agli Stati
Uniti (anche se sarebbe sbagliato, per ora almeno, parlare di una
ripresa della guerra fredda), con riflessi importanti per alcune aree
del mondo (si pensi alla Siria). E ancora, è difficile non vedere
somiglianze fra due paesi che sono entrambi autoritari e repressivi,
burocratici e minati dalla corruzione. Ma soprattutto, si è avuta la
sensazione che la Cina fosse alla ricerca di una nuova rete di alleanze
globali destinata a contrastare quella che i cinesi ritengono essere una
nuova forma di accerchiamento della Cina e dei suoi alleati da parte
degli Stati Uniti e di una serie di paesi che a loro si appoggiano per
contrastare le aspirazioni egemoniche cinesi: dal Giappone alla Turchia,
passando per la Corea del Sud, il Vietnam, le Filippine, l’Australia,
l’India e così via. È una situazione paradossale, nella quale ognuno può
apparire accerchiante o accerchiato, minaccioso o minacciato. Quel che è
certo è che la Cina ha oggi un grande interesse a costituire assieme
alla Russia un gigantesco bastione continentale contro gli Stati Uniti e
i loro alleati o amici. È significativo che di recente il Pentagono
abbia annunciato la sospensione della realizzazione dello scudo
antimissile in Europa per concentrare invece le risorse nel
rafforzamento dell’apparato militare in Estremo Oriente.
IL TRIANGOLO
tuttavia, questi schemi geopolitici sembrano funzionare più sulla carta
che in una realtà complessa. Per esempio, la rinuncia a proseguire per
ora nella realizzazione dello scudo antimissile europeo è anche, da
parte degli Stati Uniti, un messaggio distensivo alla Russia. In più, se
sono quasi tramontati gli entusiasmi di qualche anno fa per una
supposta «Cindia»
(per buona parte d’invenzione), tuttavia l’India conserva buoni rapporti
con la Russia. Se si volesse rappresentare la geopolitica dell’Asia e
delle regioni dell’Oceano Indiano e del Pacifico con delle figure
geometriche, quella che prevarrebbe di gran lunga sarebbe il triangolo.
Da Mosca, direttamente, un aereo ha portato il neo presidente cinese a
Dar es-Salaam: anche qui nel segno della continuità. Fu in Tanzania,
negli anni Sessanta, che i cinesi si presentarono in Africa, costruendo
la ferrovia Tanzam, per unire Tanzania e Zambia. Si inserivano così,
timidamente, in una competizione per l’Africa che vedeva allora
protagonisti, sul terreno economico ma ancora più su quello militare,
americani e sovietici. Oggi la presenza russa, erede di quella
sovietica, è pressoché cancellata. Gli americani, così come alcuni paesi
europei, pagano a caro prezzo una presenza su cui pesa l’eredità
coloniale, venendo coinvolti di continuo in conflitti spesso sanguinosi.
I cinesi, intanto, si occupano dell’economia. Meglio, occupano
l’economia. Come in altre parti del mondo, pur rivendicando a sé lo
status di grande potenza globale, amano pensare a se stessi.
NON INGERENZA
I principi che regolano la politica africana della Cina vennero
solennemente esposti a Pechino nel gennaio 2000 ai ministri di 44 stati
africani. In realtà sono gli stessi dell’epoca maoista, di cui
conservano persino il linguaggio: lotta all’«egemonismo», «uguaglianza e
rispetto reciproco» tra paesi grandi e piccoli, «non ingerenza» negli
affari interni di altri paesi. In virtù di quest’ultimo principio i
cinesi possono avere tranquilli rapporti con «paria» internazionali come
Mugabe, proteggere all’Onu regimi come quello sudanese, vendere armi a
chiunque.
Diritti umani e corruzione non li riguardano, e questo li facilita.
Così, possono investire, commerciare, costruire infrastrutture, vendere
manufatti e acquistare energia e materie prime. Dal 2009 la Cina è il
principale partner commerciale dell’Africa. Duemila società cinesi
operano in 50 paesi del continente; almeno un milione di cinesi vi
abitano e vi lavorano. Il volume degli scambi tra Africa e Cina, che era
di 5,6 miliardi di dollari nel 1999, è passato nel 2012 a 200 miliardi.
Pechino investe in Africa più del Fondo monetario internazionale e
concede più prestiti della Banca mondiale.
Malgrado questi successi, c’è chi ritiene che «la luna di miele sia
finita» o chi, con altre espressioni, segnala la crescita di proteste
africane per una politica, quella cinese, che ha poco di disinteressato e
molto, invece, del vecchio colonialismo. Ma sarebbe prematuro
decretarne la fine, o anche solo il declino.
Si può ben capire come tra i cinque Brics riuniti in questi giorni a
Durban per il loro quinto vertice si sia fatta strada l’idea di una
sorta di banca mondiale alternativa al predominio del dollaro e
dell’euro. Ed è anche comprensibile che i cinesi, che cercarono a lungo
di prendere la testa dell’intero Terzo mondo, siano oggi attirati dai
cinque Brics (pronti a diventare sei Briics con l’Indonesia): nella
speranza, probabilmente un po’ illusoria, di recitare il ruolo dei
fortissimi tra i più forti del Sud del mondo.
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